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WOMEN@WORK: NOI STIAMO CON IPAZIA

 

Ipazia, il coraggio della filosofia

di Luciano Canfora

L a vicenda di Ipazia, scienziata tra le maggiori della tarda antichità, massacrata ad Alessandria su istigazione del vescovo Cirillo (poi santo e dottore della Chiesa) nel marzo del 415 d.C. divide ancora. Incombe come ineludibile testimonianza del modo in cui il cristianesimo si impadronì dell’ impero romano.

Nell’ autorevole Dizionario ecclesiastico diretto da Angelo Mercati e Augusto Pelzer, due pilastri della dottrina vaticana, si legge ancora che Ipazia «fu uccisa in una dimostrazione popolare perché avversa al cristianesimo», si precisa non senza improntitudine che il vescovo Cirillo fu estraneo alla cosa, e si squalificano gli storici antichi che lo inchiodano, tra cui lo storico cristiano Socrate scolastico (circa 380-440 d.C.), con l’ argomento che sarebbe vissuto «un secolo più tardi» laddove fu palesemente coevo dei fatti! Se tali dotti si abbassano alla più grossolana delle falsificazioni, ciò significa che quel crimine – con tutto il clima di intolleranza e di folle esaltazione dell’ ignoranza, creato dai cristiani padroni ormai della più grande metropoli del Mediterraneo – brucia ancora. Un’ altra fonte contemporanea, su cui gli storici clericali sorvolano, Eunapio di Sardi, così descrive le squadracce di monaci ignoranti, i cosiddetti «parabolani», che torturarono e massacrarono Ipazia dopo averla, da bravi stupratori, denudata: «Monaci li hanno chiamati, ma non erano neppure uomini se non in apparenza, poiché conducevano vita da porci e apertamente compivano e assecondavano crimini innumerevoli e innominabili». Il determinismo storiografico filocristiano che ha cercato di minimizzare «incidenti» del genere come scotto da pagarsi al maestoso incedere progressivo della storia (di cui il cristianesimo sarebbe protagonista positivo) è ormai al capolinea. Ormai per fortuna la storiografia si riappropria del diritto di riaprire tutte le questioni sopite e relegate ai margini come «prezzi» dolorosi ma inevitabili. Il film di Amenábar Agora, che ricostruisce con filologica e ammirevole perizia l’ intera vicenda della vita e della morte di Ipazia di Alessandria, ha innanzi tutto il merito di restituire alla più ampia fruizione quella vicenda così rilevante e ancora oggi così traumatica. Incontra e incontrerà censure, ma questo dimostra soltanto quanto sia stato giusto e necessario concepirlo e produrlo. Esso ha inoltre il merito di porre al centro della vicenda i libri, cioè la biblioteca del Serapeo piena di tesori della cultura antica e perciò invisa ai cristiani e da loro annientata. Le scene della distruzione della biblioteca sono di ottima fattura e di esattezza impeccabile. La battaglia intorno ai libri, nella quale si erano illustrate le bande al servizio di Teofilo, zio e predecessore nonché mentore di Cirillo, non ha nulla da invidiare alle gesta delle orde di Pol Pot. Un altro merito della ricostruzione storica contenuta in questo film è di mostrare l’ asservimento progressivo del potere politico a quello della Chiesa e dei vescovi, in specie dei più violenti e oscurantisti. In tempi di fondamentalismi che si affrontano, in pieno XXI secolo, nel nome di contrapposti repugnanti pregiudizi, questo monumento a Ipazia è un ammonimento per tutti. Quel che ci affascina è che, nonostante tutto, la notizia di lei e della sua opera sopravvisse. Cosa c’ è di più sorprendente e di più ammirevole che ritrovare dentro una enciclopedia dell’ XI secolo (Suidas) una galleria di ritratti entusiastici e commossi di filosofi neoplatonici (e pagani) come Ipazia e Olimpio? La fonte in quel caso è il neoplatonico Damascio. Contro la scuola neoplatonica di Atene si accanì Giustiniano (529 d.C.) che cacciò quei filosofi dall’ impero. Alcuni furono uccisi, altri si rifugiarono presso l’ imperatore persiano Cosroe, che li accolse e ne protesse l’ opera. Più tardi, contro i loro eredi si abbatterà ancora una volta la persecuzione del clero bizantino: in particolare nei confronti di Gemisto Pletone, con grave danno dei suoi scritti e della «setta» di Mistrà. E però saranno proprio questi uomini che conquisteranno la mente di umanisti come Ficino e costituiranno l’ alimento dell’ Umanesimo e della Rinascita. Insomma quel filo conduttore di alternativa filosofica all’ imbarbarimento cristiano non si è mai smarrito. Per converso la parabola del cristianesimo come potenza politica è stata segnata dall’ accoglimento del peggio dell’ eredità pagana: la superstizione. «I vescovi più rispettabili – scrive Gibbon con la consueta serenità e finezza – si erano persuasi che il popolo ignorante avrebbe più volentieri rinunziato al paganesimo, se avesse trovato qualche somiglianza, o qualche compenso, nel seno del cristianesimo» (cap. 28). E così accadde. Distanti 800 anni l’ uno dall’ altro l’ uccisione di Socrate e il massacro di Ipazia sono frutto della stessa «infamia», per usare l’ espressione cara a Voltaire. Écrasez l’ infâme, resta il solo imperativo, più che mai attuale.

Fonte: Corriere della Sera

ELOGIO DI PALLADA AD IPAZIA DI ALESSANDRIA
 
“Quando ti vedo mi prostro davanti a te e alle tue parole,
vedendo la casa astrale della Vergine,
infatti verso il cielo è rivolto ogni tuo atto
Ipazia sacra, bellezza delle parole,
astro incontaminato della sapiente cultura.”

APPROFONDIMENTO SULLA FIGURA DI IPAZIA DI ALESSANDRIA

http://it.wikipedia.org/wiki/Ipazia

 

“E’ vero: siamo in tempo di crisi e accadono cose davvero sorprendenti.

Anche nel movimento delle idee.” 

Giano Accame

(1928 — 2009)

  

“Denunciare i nemici mortali che sono dentro di noi: la partitocrazia che genera professionismo politico contro la militanza; la casta contro l’impegno morale; la burocratizzazione; la corte e i cortigiani; la tendenza a ridurre il partito periferico ad un rete di piazzisti del voto, e che conduce ad una selezione verticistica della classe dirigente secondo le fedeltà, non alle linee ideali, ma alle persone che hanno il potere”

Beppe Niccolai

(1920 — 1989)

“Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla,

o non vale nulla lui.”

Ezra Pound

(1885 — 1972)

  

 

“Non è permesso a nessuno di vivere su quello che fu fatto da altri prima di noi.

Bisogna che noi creiamo.”

Benito Mussolini

(1883 — 1945)

  ”Il rimpianto è il vano pascolo di uno spirito disoccupato. Bisogna soprattutto evitare il rimpianto occupando sempre lo spirito con nuove sensazioni e con nuove immaginazioni.”

Memento Audēre Semper –  Ardire Non Ordire– Nec Recisa Recedit

Gabiele D’Annunzio

(1863 — 1938)

“All’impudente “chi te lo fa fare” degli altri, sia opposto un chiaro e fermo “Noi, non possiamo fare altrimenti, la nostra via è questa.”

Julius Evola

(1898 — 1974)

  

  

 

 

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  • TRINITY - MODERATOR

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    DROGA – AVV. ROMOLO REBOA anche Direttore di “InGiustizia” http://www.facebook.com/group.php?gid=242170913044

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    AMBIENTE E NATURA – PRESIDENTE DR. SIMONE LANZALONE http://www.facebook.com/group.php?gid=416875475633

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  • SMITH - INFILTRATE

    La normalità si fa rivoluzionaria, il luogo comune trasgressivo
    Arriva il momento in cui…
    di Filippo Rossi

    Arriva il momento in cui la normalità diventa rivoluzionaria. In cui uno si guarda indietro e capisce che, passo dopo passo, a furia di un realismo mal declinato e pessimamente digerito, ha perso la strada che portava a casa. Arriva il momento in cui il luogo comune diventa trasgressivo. In cui ci si guarda attorno e si capisce che le parole non sono fatti, che le immagini non sono realtà, che la finzione è sempre una bugia. Arriva il momento in cui la politica diventa una cosa seria. In cui i contenuti, gli ideali, le differenze hanno un senso dal quale non si può più prescindere.

    Arriva il momento in cui l’obbedienza non può essere un valore. In cui disobbedire è onesto. E morale. In cui qualcuno deve alzare la testa e dire quel che non va, quel che non piace, quel che non sopporta. Arriva il momento in cui bisogna conquistarsi i propri spazi di libertà, di partecipazione. Perché partecipare non significa obbedire. Non significa prendere ordini. Arriva il momento in cui bisogna fuggire dall’interesse istantaneo, dall’egoismo personale. Arriva il momento in cui bisogna fare quel che è giusto, senza pensare agli effetti immediati. Senza pensare alle poltrone. Il momento in cui bisogna capire chi sono stati e chi sono i propri compagni di strada e chi potrebbero essere quelli del futuro. Capire le affinità sentimentali. Arriva il momento di capire chi si è veramente. E di dirlo apertamente. Arriva il momento delle scelte e delle decisioni. Arriva il momento in cui i nodi vengono al pettine.

    farefuturo

  • SMITH - INFILTRATE

    Il presidente della Camera dopo l’incontro con i parlamentari ex An
    Gianfranco Fini: «Il Pdl
    è il partito degli italiani»
    di Caterina Consoli

    Dopo l’esegesi delle intenzioni, con relativo “processo”, è arrivato il primo round della settimana che è chiamata a sancire il futuro del Popolo della libertà. Gianfranco Fini, ricevendo oggi i parlamentari che lo hanno accompagnato dall’esperienza di Alleanza nazionale fino alla fondazione del Pdl ha messo nero su bianco i punti sui quali è necessario ripartire per costituire davvero il partito della nazione: «Si apre una nuova fase, anche per quanto riguarda la ripartizione 70-30, chi ha più filo da tessere, tesserà. Il Pdl non è il partito del predellino, ma degli italiani », questo il pensiero di Fini a conclusione dell’incontro. Ma sul tavolo del dibattito – a fronte di chi intendeva come materia del contendere posti di dirigenza o altro – vi è stata una discussione prettamente politica. Riferendosi al Pdl, Fini ha spiegato come «il progetto non è in sintonia con quanto stabilito all’inizio. C’è una scarsa attenzione alla coesione sociale, alla coesione nazionale, il Sud è scomparso dal dibattito politico, sono temi che una grande forza deve trattare, per garantire i suoi valori strategici». Nessuna strategia personalistica, ma la richiesta di una nuova iniziativa perché il momento per il paese è serio: «Non penso a scissioni o a elezioni e non cerco poltrone: ma non ho intenzione di stare zitto e farmi da parte».

    Ecco allora che la necessità di aprire un dissenso Fini l’ha rilanciata per ciò che riguarda alcuni temi dell’azione del governo: ha spiegato come sia necessario – dopo le cure del ministro dell’Economia Tremonti – una risposta chiara sulle riforme così come una risposta all’egemonia dell’alleato della Lega Nord su alcuni temi chiave. Per questo motivo, ha aggiunto il presidente della Camera, un partito come il Pdl non può non fare i conti se stesso («Ci sono dei momenti in cui bisogna guardarsi allo specchio») e non è stato un caso parafrasare Ezra Pound per la terza carica dello Stato: «Bisogna essere disposti a rischiare per le proprie idee», e proprio «questo è il momento. Questa è una fase complicata, non ce la facevo più a porre sempre le stesse questioni a Berlusconi». E come esempio della necessità di poter dissentire, vi è stato un passaggio del discorso di Fini dedicato proprio alla polemica sull’opera dello scrittore Roberto Saviano sollevata dal premier: «Come è possibile dire che Saviano con il suo libro ha incrementato la camorra? Come si fa a essere d’accordo? Nessuno nega che Berlusconi sia vittima di accanimento giudiziario, ma a volte dice delle cose sulle quali è difficile convenire…».

    Nessuna scissione insomma, né ipotesi di voto anticipato ma un rilancio in grande stile delle questioni strutturali per il paese e la proposta di un partito più vivace al suo interno. Stesso tono, poi, si è registrato nel documento che i parlamentari presenti (se ne sono contati più di cinquanta ai quali occorre aggiungere gli assenti che hanno dato la delega ad altri) hanno poi firmato nel quale è stato evidenziato come «in merito alle polemiche che l’incontro Fini-Berlusconi ha suscitato nei media e nell’opinione pubblica riteniamo necessario esprimere solidarietà a Fini contro il quale sono stati espressi giudici ingenerosi con toni a volte astiosi. Per parte nostra, riteniamo che le questioni poste da Fini meritino un approfondimento e una discussione attenta nelle competenti sedi di partito».

    Per cui, come si legge ancora nella nota, «nel corso della direzione di giovedì prossimo sarà lo stesso presidente della Camera a chiarire le sue proposte, aprendo un dibattito che ci consentirà di articolare e aggiornare un progetto di rilancio del Pdl, aperto alla partecipazione di tutte le componenti del partito». Sul punto più dibattuto della polemica, quello che riguardava l’ipotesi della separazione tra i due cofondatori, i parlamentari hanno risposto con chiarezza: «La prospettiva di una escalation e anche il solo parlare di scissioni ed elezioni anticipate risultano incomprensibili per noi e per l’opinione pubblica che invece si aspetta una fase più incisiva dell’azione del nostro governo. Bisogna, quindi, riportare il confronto su un piano costruttivo». Adesso la palla passa alla direzione nazionale convocata per giovedì.

    farefuturo

  • SMITH - INFILTRATE

    Il segreto è la capacità di raccontare una storia in un simbolo
    Se la comunicazione politica
    può imparare dalle scarpe
    di Federica Colonna

    Jump into colour. Rosso, blu, nero, se si preferisce uno stile classico. Ma anche verde mela, giallo fluo, fucsia, se invece l’anima è rock e il film preferito è Juno. Jump into colour, quindi, e ce ne è per tutti i gusti, perché le Converse può indossarle chiunque, anche il manager la domenica. Tutti le scelgono per lo stesso motivo, perché restano affascinati dalla capacità del brand di raccontare una storia attraverso una semplice immagine, un solo tocco di colore, un cartellone pubblicitario con sopra soltanto un paio di scarpe, espressive come la faccia di un indocinese fotografato con i suoi irti baffetti da un sapiente Oliviero Toscani. Insomma, non è una novità, la pubblicità racconta il clima e l’immaginario di un’epoca in modo sintetico, veloce, evocativo più di un qualunque tratto di sociologia.

    Un po’ come sostiene Maffessoli, così come la musica rappresenta attraverso il ritmo e l’armonia l’essenza della società da cui proviene, così la pubblicità racchiude il senso di una generazione e lo spirito del tempo. Il valore di uno scatto fotografico, di uno slogan, di uno spot in tv, è, quindi, prettamente politico. Squisitamente politico. Profondamente politico. Il manifesto delle Converse ed ancor di più il sito che promuove la recente linea di scarpe stellate, sono due esempi di comunicazione politica da cui i partiti dovrebbero prendere spunto: da un lato il cartellone che esalta nella purezza dell’immagine il simbolo, e solo quello, dall’altra il sito concepito come nodo di storie diverse, di racconti di vita accomunati dal brand. In questo modo il marchio diventa capace non solo di parlare con i ggiovani, così, scritto con due g, come se fossero una caricatura di se stessi, incarnazione del motto morettiano “faccio cose, vedo gente”.

    Ma la stelletta Converse riesce ad imporsi come un nodo nell’immaginario sociale, e a connettersi con il mondo che naviga, che sta in rete per passare il tempo ma anche per lavorare, e che pensa la banda larga come un diritto e non come un lusso a cui si può rinunciare. In una frase: il mondo attuale, narrato, persino, in una dimensione storica, stipata dentro la stellina cerchiata che mette insieme il gusto retro per le origini anni settanta e la capacità di non invecchiare mai, di restare legato al primo bacio di un sedicenne di oggi, alla bicicletta di una universitaria, al cd delle vacanze memorabili, quelle dopo la laurea, così mucciniane e così cariche di ormoni insieme.

    Le Converse hanno saputo restare sempre sulla cresta dell’onda, hanno saputo fare surf sulla superficie multicolor della gioventù, perché sono scarpe iper-politiche, il cui simbolo aggrega più di quello del Pd perché ha storia e futuro insieme, e perché sa esprimere una visione, un’idea di mondo, raccontata nei minimi dettagli dal sito. La pagina web, infatti, è un mix di vite quotidiane, e all’indirizzo http://www.converse.com sono miscelati insieme la community, per cui è possibile registrarsi con un proprio account e così dialogare con gli altri utenti, le video-storie, in cui ragazzi di tutto il mondo raccontano se stessi, i propri sogni, le proprie aspettative, e i blog, in cui sono raccolte le parole di scrittori, le fotografie di ragazzi, le compilation musicali, capaci tutte insieme di dire: “si, noi siamo così”. Noi. Insieme.

    È un po’ quello che dovrebbe fare la politica: riconnettersi alle persone rappresentando le storie di ciascuno e di tutti. Come? A partire dalla banalità delle esperienze individuali, quella del panettiere dell’angolo e quella del muratore che sta facendo i lavori in bagno; mettendo insieme le paure e le speranze di ognuno dentro un racconto più ampio; capendo quali sono le parole chiave di un’epoca, interpretandole, trasformandole in proposte concrete, in piccoli atti di prossimità quotidiana. Per costruire così un mondo multicolor ma unito, in cui la storia non sia un vessillo da mostrare, ma un patrimonio da cui imparare senza restare marchiati, come un branco di mucche maremmane in mezzo al campo. Jump into color, quindi. In fondo Gianfranco o Pierluigi con un paio di Converse sotto quei completi eleganti ci starebbero pure bene. E chissà che colore sceglierebbero. Forse più di uno solo.

    farefuturo

  • SMITH - INFILTRATE

    Serve un “progetto nazionale” per il Pdl. Partendo dalle riforme
    di Gianluca Sadun Bordoni

    La durezza del dibattito politico post-elettorale riporta l’attenzione, drammaticamente, sulla fragilità del bipolarismo italiano.

    Su entrambi i partiti a ‘vocazione maggioritaria’, il Pdl e il Pd, l’aria che tira è pessima, e i venti di scissioni, almeno come minaccia, soffiano impetuosi.

    Se nel Pdl è lo contro Fini-Berlusconi a tenere banco, nel Pd le polemiche non si contano più, aggravate dalla cocente sconfitta elettorale. L’attenzione dei media è concentrata sullo ‘strappo’ di Fini, anche perché si ritiene che questo potrebbe avere ripercussioni sulla tenuta del governo, sebbene il Presidente della Camera lo abbia negato apertamente.

    Ma a leggere le cronache, ciò che accade in casa Pd annuncia contrasti, che potrebbero preludere ad una lacerazione irrimediabile.

    In queste ore è dunque in gioco, assieme alla tenuta dei due maggiori partiti italiani, la tenuta del bipolarismo, questa faticosa conquista della ‘seconda’ Repubblica, in realtà mai nata.

    E’ per questo che, all’interno del Pdl, nel mentre investe la proposta politica complessiva del centro-destra e il modello di partito, il dibattito deve concentrarsi in modo particolare sulla riforma delle istituzioni, facendo di questa la cartina di tornasole dell’identità del centro-destra.

    Il Presidente Fini ha, con lucidità e coraggio, posto un problema politico al Pdl: la definizione di un progetto ‘nazionale’, che ponga al centro l’interesse unitario del paese, equilibrando le ragioni del Nord e del Sud e disegnando un modello istituzionale coerente con tale fine.

    Tale modello è, nelle sue linee di fondo, quello semi-presidenziale, che come mostra l’esperienza francese è duttile e aperto, ma implica alcune scelte di principio ineludibili, anche relativamente al sistema elettorale.

    Solo questo modello istituzionale può garantire, assieme, la cura dell’interesse nazionale e, sul piano politico, la stabilizzazione del bipolarismo. Queste, e solo queste, sono perciò le finalità di chi lo propone come soluzione per i problemi del paese, consapevole che solo all’interno di un quadro politico stabile è poi possibile adempiere al dovere di governare e dunque affrontare, in modo efficace, le vere questioni che stanno a cuore agli italiani, a cominciare da quelle economiche.

    La sfida nel centro-destra è dunque aperta. La bozza Calderoli, al di là del modo irrituale della sua presentazione, rappresenta un termine di confronto possibile. Certo è che l’unità del centro-destra presuppone la difesa del bipolarismo, e la difesa di questo presuppone, a sua volta, la riforma presidenzialista.

    Nessuno, in queste ore difficili, vuole pensare al peggio. Ma, se il peggio dovesse arrivare, gli obiettivi politici indicati da Fini rappresentano una stella polare, attorno alla quale il consenso non tarderebbe a sopraggiungere.

    generazioneitalia.it

  • SMITH - INFILTRATE

    Perché Gianfranco Fini è indispensabile per il Pdl
    di Gianmario Mariniello

    Proviamo ad adottare strumenti “berlusconiani” per cercare di far comprendere a chi grida “fuori Fini dal Pdl”, quanto sia importante e necessario il contributo del co-fondatore del Pdl alla causa del nostro partito. Mi riferisco ai sondaggi.

    A chi afferma con la puzza sotto il naso “quante divisioni ha Fini?”, ricordiamo che chi ragionò in tal modo, il vecchio Baffone in quel di Yalta riferendosi al Sommo Pontefice, non fece una bella fine. Ci vollero quasi cinquant’anni, ma alla fine colui che aveva poche truppe ma antichi e profondi valori (il Papa) prevalse sull’Armata (rossa).

    Non vogliamo essere blasfemi, né irriguardosi. Ma invitiamo tutti alla riflessione.

    Sondaggi alla mano, in questo momento “Silvio Berlusconi ha un’approvazione pari al 52%, mentre il presidente della Camera, ormai da molti mesi, lo supera attestandosi oggi al 64%”, ci spiega Renato Mannheimer. E attenzione, per giustificare tali “numeri” non si venga a raccontare la solita barzelletta “Fini piace a sinistra” o altre amenità del tipo “Fini prossimo leader del Pd”. Gianfranco Fini ha un seguito “distribuito in tutto l’arco politico, anche se la maggioranza di chi manifesta il suo apprezzamento per il presidente della Camera si professa comunque elettore azzurro”. Ci verrebbe da cantare “Azzurra Libertà”, ma desistiamo. Mannheimer dice che il “Partito di Fini” parte dal 5% e può arrivare al 20%. Poniamo l’asta giusto a metà e fa 12,5%. Più dell’ultimo dato di AN.

    Andiamo avanti, un indizio non fa prova piena. Secondo Antonio Noto di IPR Marketing, «senza l’ex leader di An, il Pdl perderebbe il 20% del suo elettorato». Dato che nel 2008 il Pdl prese il 37%, stiamo parlando del 7,4%. Così, senza fare campagna elettorale, senza struttura, senza niente. Un dato statico. Si votasse domani mattina, il Pd potrebbe superare un Pdl senza Fini. Sarebbe uno shock per tutti.

    Due indizi fanno pensare. Non bastano? E noi allora insistiamo. Sondaggio Crespi Ricerche per Generazione Italia (giochiamo in casa).

    Poniamo caso che il Parlamento decidesse di approvare la “bozza Calderoli”, quella presentata alla festa per l’elezione del figlio di Bossi, per intenderci. Bene, grazie alla bozza del Solone di Bergamo, arriviamo all’elezione diretta del Presidente della Repubblica.

    Evviva. Gianfranco Fini convincerebbe quasi un elettore del Pdl su tre, nel caso di un’ipotetica gara con Berlusconi. E con la sua capacità di attrazione nel mondo dell’astensione e dell’elettorato “mobile” – “floating voters”, dicono gli inglesi – si attesterebbe al 26,6% e Silvio Berlusconi “solo” al 24,3. Da non credere.

    Infine, un dato statistico. La favoletta del lupo leghista che si mangia i voti di An perché Fini ha una posizione “aperta” sull’immigrazione, è simpatica. Nel senso che fa ridere. Rispetto alle elezioni politiche, il Pdl nel 2010 ha perso 4 milioni di voti. La Lega, pur sfondando in direzione “Roma ladrona”, ha perso 117 mila voti. Non c’è stato alcun travaso, insomma. Semplicemente, i “nostri” se ne son rimasti a casa (è sempre accaduto a FI alle elezioni amministrative), mentre i leghisti sono andati a votare compatti.

    Nessun lupo verde, nessun travaso di voti. Solo una favoletta. Buona nemmeno per i bambini. Che – notoriamente – hanno paura del lupo.

    generazioneitalia.it

  • SMITH - INFILTRATE

    Costruire davvero il Pdl. Insieme a Gianfranco Fini
    di Gianmario Mariniello

    Visto che va di moda citare le canzoni, parafrasando Gino Paoli possiamo dire che “non eravamo quattro amici al bar”.

    La riunione di oggi dei parlamentari provenienti da Alleanza Nazionale – che si è tenuta nella sala della Camera dedicata a Pinuccio Tatarella, padre indiscusso della moderna destra italiana – ha dimostrato che il Presidente Fini non è solo come avevano annunciato quelli più realisti del Re.

    Più di cinquanta i parlamentari ex AN che hanno firmato il documento “finiano”. Tanti altri (e non solo ex AN) verranno. L’obiettivo è “riportare il confronto sul piano costruttivo, isolando quanti più o meno consapevolmente stanno in queste ore lavorando per destabilizzare il rapporto tra i cofondatori del Pdl. Per questi motivi confermiamo la fiducia al presidente Gianfranco Fini a rappresentare tali istanze”.

    La riunione di oggi ha dimostrato quanto i “finiani” non siano un moloch che ubbidisce ciecamente al Capo, ma un gruppo di persone libere che discute, a volte litiga, ma alla fine sceglie di essere coerente con la propria storia. E con l’obiettivo futuro di avere un grande Pdl, con una missione “nazionale” e con la prospettiva di creare un vero e grande “partito degli italiani” che sappia dare al nostro Paese quelle risposte che aspetta da tanti, troppi anni. Una visione “romantica” della politica. Una visione “per” e non “contro”.

    La sfida è stata lanciata: riforme economiche ora e subito, meno tasse e taglio alla spesa pubblica, una grande battaglia per il riscatto del Sud e un grande progetto politico – il Pdl – non per gestire l’oggi, ma per immaginare e governare il domani.

    Nessuna scissione o voto anticipato. Gianfranco Fini ha sgombrato il campo da ogni dubbio. “Tradimento”, “voltagabbana”, “irriconoscenti” e robe simili non possono essere accuse rivolte a chi chiede un partito che discute, decide e in tal modo rafforza il Governo.

    Poi c’è chi – pur provenendo da AN – ha fatto una scelta diversa. Ma questa è un’altra storia. In cuor loro sono d’accordo con Fini.

    generazioneitalia.it

  • SMITH - INFILTRATE

    Cari Amici della Fondazione Italia USA,
    la Fondazione Italia USA promuove il Premio America, un riconoscimento di grande valore civile ed istituzionale, conferito con cadenza annuale con l’adesione del Presidente della Repubblica Italiana, on. Giorgio Napolitano. Obiettivo del premio è riconoscere e stimolare iniziative ed opere volte a favorire i rapporti tra Italia e Stati Uniti d’America. Saranno quindi premiate alte personalità, di qualsiasi nazionalità, che si siano distinte per il loro operato ed abbiano raggiunto importanti risultati a favore dell’amicizia transatlantica. I premiati della scorsa edizione sono stati Maria Laura Baccarini, attrice e cantante, Emilio Carelli, direttore SkyTg24, Jo Champa, attrice e produttrice, Franco Frattini, ministro degli Affari Esteri, Pierfrancesco Guarguaglini, presidente Finmeccanica, Igor Man, giornalista, Ennio Morricone, compositore, Alison Smale, direttore International Herald Tribune, Walter Veltroni, deputato e giornalista, Umberto Veronesi, fondatore American Italian Cancer Foundation. La prossima edizione del Premio si terrà a Roma, presso la Camera dei Deputati, nell’ottobre 2010. Il premio consiste in una pregiata opera esclusiva del maestro orafo Gerardo Sacco. E’ possibile sottoporre candidature per la premiazione, con una breve motivazione, inviando una email entro il 30 giugno 2010.

  • SMITH - INFILTRATE

    Il Nuclear Security Summit di Washington

    di Cristiano Bosco
    bosco@ragionpolitica.it

    mercoledì 14 aprile 2010

    Dopo mesi dedicati quasi esclusivamente alle questioni interne degli Stati Uniti, dalla crisi economica alla riforma del sistema sanitario, le ultime settimane del presidente americano Barack Obama sono state all’insegna della diplomazia internazionale e, più in particolare, degli accordi sulla riduzione e non proliferazione di armamenti nucleari. Negli scorsi giorni l’inquilino della Casa Bianca si è infatti incontrato a Praga con il presidente russo Medvedev per mettere la firma sulla nuova versione del trattato START, accordo bilaterale che ha ridotto ulteriormente gli arsenali atomici delle due potenze. Di ritorno negli Usa, la settimana di Obama è iniziata con l’atteso Nuclear Security Summit, meeting della durata di due giorni che ha visto arrivare a Washington quasi cinquanta leader mondiali per discutere, ancora una volta, di nucleare e di terrorismo.

    Quarantasette capi di Stato e di governo si sono recati nella capitale americana, su invito della Casa Bianca, per partecipare a quello che rappresenta il più grande meeting organizzato da un presidente Usa dal 1945, anno in cui Harry Truman decise di convocare l’incontro di San Francisco che diede vita alle Nazioni Unite. Obiettivo della conferenza, formare un fronte comune tra le potenze mondiali per contrastare attivamente la catastrofica possibilità rappresentata dal terrorismo nucleare. Nel convocare il Nuclear Security Summit il presidente Obama ha infatti fatto leva sul «senso di urgenza» della questione, dichiarando che Al Qaeda è ancora all’attiva ricerca di materiale per costruire una bomba atomica e che un’organizzazione terroristica intenta ad aquistare armi nucleari rappresenta «la singola più grande minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti nel breve, medio e lungo termine, qualcosa che potrebbe cambiare il panorama della sicurezza per tutto il mondo per gli anni a venire».

    Nonostante i nobili intenti e i due giorni di intensi incontri bilaterali tra il presidente Usa e i vari leader internazionali, tra addetti ai lavori ed osservatori rimane un certo scetticismo riguardo agli esiti del meeting. Qualcuno ha notato la mancata presenza di alcuni ospiti di spicco, alleati strategici fondamentali per la potenza americana, quali il primo ministro britannico Gordon Brown e il primo ministro israeliano Bibi Netanyahu (la cui mancata partecipazione è stata accompagnata da alcune polemiche), che hanno preferito declinare l’invito: assenze importanti, interpretate dai critici di Obama come l’ennesimo segnale del deteriorarsi dei rapporti con alleati storici. Altri hanno invece criticato il mancato inserimento, all’interno del programma del meeting, di un tema chiave quale la corsa agli armamenti tra Pakistan e India, forse la più significativa questione nucleare al giorno d’oggi, probabilmente – sostengono David E. Sanger e William J. Broad del Times – esclusa per evitare scontri troppo accesi, in quanto argomento molto controverso per una conferenza così ampia.

    «Non sappiamo se, una volta concluso, il summit potrà essere considerato un successo oppure no – ha dichiarato a Newsweek Matthew Bunn, professore all’Università di Harvard ed esperto di armi nucleari – perché ciò dipenderà da fattori quali leadership e risorse: se entrambi saranno allineati, si avrà la vera chance di registrare grandi miglioramenti nella sicurezza nel breve termine». «Anche i più idealisti tra gli internazionalisti – scrive Massimo Calabresi su TIME – sanno che il numero di Stati armati nuclearmente è probabilmente destinato a crescere, piuttosto che a diminuire, negli anni a venire, cosa che indebolirà il Trattato di Non Proliferazione e aumenterà la produzione di materiali pericolosi intorno al mondo. Quindi – prosegue il giornalista – una più accurata definizione degli obiettivi del summit è che si tratti, al massimo, di un piccolo passo in avanti per rallentare il declino della cooperazione internazionale sulle questioni nucleari».

    Una severa ma realistica fotografia di una conferenza che, anche a detta di funzionari dell’amministrazione Obama, «produrrà più carta che progresso». E le scarse aspettative legate alla conferenza non appartengono solo agli esperti e agli opinionisti: secondo un sondaggio condotto nei giorni scorsi da Washington Post-ABC News, solo il 40% degli americani è convinto che i negoziati porteranno a controlli più stretti sulle armi atomiche, mentre il 56% è invece convinto del contrario, lamentando scarsa fiducia negli esiti del meeting.

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    Continua la campagna di articoli del «Times» in chiave anti-italiana

    di Antonio Maglietta
    maglietta@ragionpolitica.it

    mercoledì 14 aprile 2010

    Il tanto applaudito (a sinistra) The Times, senza tanti giri di parole e operando un’irresponsabile pressione mediatica sulle autorità afghane, ha accusato Emergency di Gino Strada di collusione con i terroristi talebani, senza aspettare l’esito dell’inchiesta in corso e infischiandosene delle ripercussioni di queste parole sparate come proiettili. Indipendentemente dalle posizioni espresse nel corso degli ultimi anni da Gino Strada su alcune questioni di politica estera, su cui si può essere d’accordo o meno (io non lo sono), le accuse di collusione con i terroristi mosse ai tre italiani, in queste ore nelle mani delle autorità afghane, meritano il beneficio del dubbio fino a prova contraria, con la speranza che siano davvero estranei ai fatti contestati. Il Ministro degli esteri, Franco Frattini, ha chiesto che sia accettato un avvocato per i tre italiani di Emergency arrestati in Afghanistan. «E’ un tentativo doveroso, ha aggiunto il titolare della Farnesina spiegando che il Codice transitorio attualmente in vigore in Afghanistan «non prevede l’obbligo e quindi il diritto di nominare un difensore» nei quindici giorni che possono trascorrere dal momento dell’arresto al momento della formalizzazione dell’accusa.

    Tuttavia, trattando la questione con tutta la prudenza possibile e immaginabile, sembra francamente poco credibile che medici e paramedici che dedicano la loro vita a svolgere azioni umanitarie in territori devastati dalla guerra improvvisamente diventino dei bombaroli al servizio del terrorismo internazionale. Non a caso su tutta la vicenda c’è un’enorme cautela sia da parte del governo afgano sia da parte della Farnesina, perché si deve capire nel più breve tempo possibile di cosa si tratta esattamente. Proprio alla luce di questa situazione, ancora nebulosa per le stesse autorità, sembra ancora più irresponsabile ed inconcepibile l’attacco portato dal The Times.

    Quando nel recente passato lo stesso giornale lanciò altre accuse false e ignobili contro i nostri militari impegnati in Afghanistan nella zona di Surubi, rei secondo The Times di pagare i talebani per non essere attaccati, qualcuno in Italia ebbe qualcosa da ridire sull’impegno delle nostre truppe impegnate all’estero, peraltro riconosciuto ed apprezzato da tutti gli operatori impegnati sul campo, e colse l’occasione al volo per chiedere il ritiro di tutti i nostri contingenti operanti all’estero. Quando sempre lo stesso giornale, intervistando la madre di Noemi, fece una traduzione palesemente sbagliata di un passaggio fondamentale di una risposta, prendendo fischi per fiaschi (furono costretti a rettificare facendo l’ennesima figuraccia), nessuno a sinistra osò criticare questo monumento della disinformazione in chiave anti-italiana. Purtroppo qualcuno in Italia, o troppo ingenuo o troppo stupido o troppo fazioso (a voi la scelta), pensa ancora che i giornalisti stranieri siano puri e illibati e riempiano le pagine dei loro giornali di articoli mossi dal sacro fuoco dell’informazione libera ed indipendente. Qui, prove alla mano, ci sono solo parole in libertà scritte senza un minimo di responsabilità con l’aggravante del cinico menefreghismo delle ripercussioni che queste indebite pressioni mediatiche possano avere sulla vita delle persone coinvolte. Il dovere di ogni singolo cittadino di questo paese, investito dall’odio di questi signori che tanto disprezzano l’italianità, dovrebbe essere quantomeno quello di accogliere con una sana e italica pernacchia tutte le news-bufala spacciate per clamorosi scoop contro il nostro Paese e i nostri concittadini.

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    La liberazione dei medici di Emergency è un successo per la nostra diplomazia

    di Matteo Gualdi
    gualdi@ragionpolitica.it

    lunedì 19 aprile 2010

    La storia dei tre operatori italiani di Emergency, trattenuti dal 10 aprile dalle autorità afghane perché sospettati di aver partecipato ad un complotto per eliminare il governatore della provincia di Helmand, si è conclusa nel migliore dei modi, con la liberazione dei nostri connazionali. Spetterà ora alle autorità locali, in collaborazione, secondo quanto riporta il Corriere della Sera di oggi, con una task force dei Ros al comando del Col. Massimiliano Macilenti, fare luce sull’intera vicenda e dire come sono andate veramente le cose. Dovranno chiarire chi e perché ha materialmente introdotto le armi all’interno dell’ospedale di Lashkar-gah, ed eventuali connivenze del personale interno alla struttura di Emergency.

    Ma al di là del corso che faranno le indagini, resta la soddisfazione per quella che è indubbiamente una nuova importante vittoria del governo (il Presidente Berlusconi aveva fatto recapitare pochi giorni fa una missiva personale per il Presidente Karzai), del Ministro Frattini e della diplomazia italiana. Persino Gino Strana, il fondatore di Emergency, dopo giorni di accuse ed invettive, ha dovuto ringraziare il Ministero degli Esteri, segno che il successo è stato talmente evidente che nemmeno lui ha potuto negarlo. Altro che «inerzia», altro che «silenzio assordante», mentre l’Italia dei Valori faceva chiacchiere, il governo facevano fatti. D’altra parte ciò che si era chiesto fin dall’inizio era di lasciar lavorare gli specialisti, i diplomatici, quel personale della Farnesina, cioè, che in tante occasioni negli ultimi anni ha dimostrato di saper affrontare questo tipo di problemi con competenza e determinazione. Una diplomazia seria, che ha dimostrato di saper lavorare e di ottenere risultati, anche grazie ai quei silenzi tanto criticati da chi, evidentemente, non sa, o fa finta di non sapere, che il delicato lavoro della diplomazia ha bisogno di rispettoso silenzio per funzionare al meglio. I proclami, le invettive, le accuse di complotto non aiutano, perché rischiano di far saltare in qualunque momento il delicato equilibrio sul quale si muovono i diplomatici, che devono stare attenti a non irritare la controparte, ma allo stesso tempo devono mostrarsi fermi e determinati nell’esigere il rispetto dei diritti dei nostri connazionali all’estero.

    Il rispetto della sovranità nazionale è un principio fondamentale per chiunque non voglia cadere in una brutta forma di neocolonialismo, anche quando significa accettare procedure differenti da quelle cui siamo abituati nel nostro paese. Ed è curioso che sia proprio il popolo della sinistra terzomondista, sceso in piazza nell’ennesima parata scomposta, a chiedere di calpestare la sovranità nazionale di un paese alleato, come se non avesse il diritto neppure di dubitare di un cittadino italiano. I nostri connazionali sono stati sospettati di un crimine, sono stati trattenuti ed interrogati, senza che nessuno li abbia maltrattati, per il tempo necessario ad appurare la loro estraneità ai fatti dopodiché sono stati prontamente rilasciati. Il nostro paese ha chiesto per loro tutte le garanzie possibili e queste gli sono state accordate. Abbiamo sempre pensato che i nostri medici non c’entrassero con le accuse rivoltegli, perché il garantismo deve valere sempre e per tutti, o almeno così dovrebbe essere per chi è in grado di esprimere una linea politica coerente. Peccato che questo, per uno strano paradosso, non valga proprio per quella parte politica che a casa nostra pratica il più estremo giustizialismo ma che per convenienza è capace anche di scoprirsi ferocemente garantista. Qualunque cosa pur di dare contro il governo, che invece, ancora una volta, ha dimostrato di saper affrontare e risolvere con capacità e coerenza una difficile e delicata situazione.

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    Perché faccio il tifo per il vulcano
    di Massimo Fini

    Io faccio il tifo per il vulcano islandese Eyjafjallajökull. È bene che ogni tanto la natura, indifferente, imparziale e moralmente amorale, ricordi all’uomo, che nella sua demenziale ubris, sta diventando la bestia più stupida del Creato, non è il padrone del mondo. Il vulcano islandese esplose già, con la stessa violenza, due secoli fa ma nessuno se ne accorse tranne i pochi abitanti di quelle terre lontane, mentre oggi sta mandando in tilt l’intero pianeta. Due secoli fa gli aeroplani non esistevano. Ma non è solo una questione puramente tecnologica. Già nel primo secolo a. C. il filosofo greco Posidonio sapeva che qualsiasi accadimento in qualsiasi parte dell’universo influisce su qualche altra cosa nell’universo. Quella che era un’intuizione concettuale noi moderni l’abbiamo fatta diventare una realtà concreta. Abbiamo creato un sistema talmente complesso, integrato e universale che qualsiasi fatto negativo in qualsiasi parte del mondo lo inceppa. E questo vale non solo per gli accadimenti imparziali della natura ma anche, e forse soprattutto, per quanto noi stessi facciamo. La Grecia è in crisi? Solo una cinquantina di anni fa la cosa avrebbe riguardato solo i greci e, dato che non sono quelli antichi, ma quelli di oggi, stupidi come tutti gli uomini di oggi, avremmo potuto fregarcene. Invece se crolla la Grecia crolla economicamente l’Unione europea e, di lì a poco, l’economia mondiale, almeno quella del mondo industrializzato e di quello che, a calci in culo e magari con l’aiuto di qualche “bomba blu”, stiamo spingendo a forza sulla “via dello Sviluppo”.

    Siamo stati così cretini, e avidi, noi occidentali, la “cultura superiore”, da voler piegare il mondo intero, o quasi, a un unico modello per cui se per caso, per fatto di natura o altro, questo si inceppa o si dimostra sbagliato non abbiamo vie di fuga. Qualsiasi macchina, appena un po’ sofisticata, ha almeno due motori, se se ne rompe uno si va con l’altro. Noi abbiamo un solo motore, abbiamo omologato il pianeta a un’unica dimensione, ad un unico sistema, ad un unico modello. Che è sbagliato in re ipsa perché si basa sulle crescite esponenziali, che esistono in matematica, non in natura. Verrà il giorno, non più tanto lontano, in cui questo sistema imploderà su se stesso. Basterà che uno spillo cada in Giappone. Si salveranno solo quei pochi popoli che ne sono rimasti fuori. Gli indigeni delle isole Andemane che, pur essendo i più vicini, dopo Sumatra, all’epicentro dello tsunami, non hanno avuto né un morto né un ferito. Perché non hanno mai accettato di contaminarsi con lo “sviluppo” e invece di affidarsi a ottusi strumenti tecnologici sanno ancora guardare il mare con occhio umano, ascoltarlo con orecchie umane, sentirlo con cuore umano. Forza Eyjafjallajökull.

  • SMITH - INFILTRATE

    La nube ci ha riportato con i piedi per terra
    di Marcello Veneziani

    Fonte: il giornale

    L’Europa è andata in fumo. È bastato un vulcano estroverso ed esibizionista, sperduto nella soffitta d’Europa, per restituire i popoli alla terra, le nazioni ai loro confini, la gente alle case loro. Capisco il panico delle prime ore, capisco lo stop dei giorni seguenti, ma ora non capisco la follia di riaprire i cieli per qualche ora e poi richiuderli in fretta, senza che sia accaduto nulla, almeno all’apparenza. Domenica sera sembrava finito l’incubo, gli aeroporti avevano riaperto, anche da noi si ricominciava a volare, infatti i mattineri di ieri hanno viaggiato tranquilli nei cieli del nord. Poi alle nove, mentre alcuni si stavano imbarcando in aereo, sono stati rispediti indietro, misteriosamente. Nuovo blocco. L’euforia dei media è durata mezza giornata, torna la depressione: questa nuvola durerà a lungo.
    Ma è pazzesco vedere gente che da giorni viene alloggiata su grottesche brandine in aeroporto e rifornite di bottigliette d’acqua: ma come, non è possibile alloggiarli in alberghi o sistemarli in modo più umano e decente, dobbiamo per forza vedere questo spettacolo da film apocalittico o da pellegrinaggi antichi, con la gente che dorme coupé? Ecco il medioevo degli aeroporti. Faceva impressione confrontare il panico e il brulichìo delle sale di partenza col silenzio spettrale degli hangar, gli aerei cellofanati come una gigantesca confezione di farfalle imbalsamate. Ne ho viste di tutti i colori in questi giorni, perché ero in Sicilia e dovevo arrivare al nord, e poi tornare a Roma. Folle inferocite, file pazzesche, disperazioni e persino allegria di naufragi. Treni, pullman, aerei, auto, furgoni. Ho provato tutti i mezzi. Personale sfuggente, call center bloccati, ferrovie intasate, frecce rosse occupate dagli indiani. Un rigurgito biblico di trapassato remoto.
    Non riuscendo a spiegare le ragioni di un blocco così assurdo, mi accontento di studiare le reazioni e le risposte della gente. Dunque, nel primo girone si contemplano i fatalisti. Che non battono ciglio, accettano i verdetti del cielo come le chiamate della sorte, vivono la calamità come militi del destino. Complimenti, siete invincibili nella vostra serafica rassegnazione.
    Seguono i complottisti, che non credono alla storia della nuvola. Qui c’è qualcosa che non ci dicono, sussurrano, c’è una guerra mondiale strisciante, un conflitto tra poteri sotto traccia, l’arrivo di alieni da altri pianeti, o la scusa planetaria per i potenti che non volevano andare ai funerali dei polacchi. Insomma gatta ci cova. I dietrologi si dividono in americanofobi o russofobi, islamofobi o ebreofobi. Uno di loro, insomma, ha fatto la frittata celeste.
    Nel girone seguente ci sono gli euroscettici. Quelli, più realisti, che deducono da questo inghippo la fragilità dell’Europa, l’incapacità di mettersi d’accordo tra ministri e governi per decidere cosa fare; quelli che godono a vedere che finalmente c’è stata la secessione europea per via atmosferica e ognuno è tornato all’aria di casa, al natio borgo selvaggio. Segue il girone dei mistici che deducono dal blocco dei cieli la fragilità dell’uomo moderno, la debolezza delle sue conquiste e la vulnerabilità della tecnica. Ah, voi credevate di essere diventati onnipotenti, blindati, assicurati; e invece basta un rozzissimo vulcano che erutta, basta una folata di vento e noi come foglie siamo spazzate vie. La globalizzazione ha le ali di cera, come Icaro; basta un po’ di fuoco per scioglierle e precipitare nel tempo delle tribù. La modernità ha la testa di burro, come Totò nel medico dei pazzi, e la testa al sole si squaglia. Gesù, siamo pulvis et cinis, siamo polvere e cenere. Com’è piccolo il mondo. E precario.
    Girone attiguo è quello dei catastrofisti, che vedono anche nella nuvola d’Islanda l’avverarsi della profezia di Nostradamus che sapeva tutto, pure il blocco dei voli, era informato da secoli. È il primo segno della fine del mondo prevista per il 20 dicembre del 2012, dicono con spaventata euforia. I vulcani si cominciano a spazientire, vedrete ora da noi, l’Etna, o’ Vesuvio e compagnia cantante… Tsunami, terremoti, vulcani, tric trac… siamo ai saldi di fine universo.
    C’è poi il girone dei briganti meridionali, che esultano soddisfatti nel vedere che gli aeroporti del sud sono ancora funzionanti mentre quelli del nord si sono tutti fermati. E godevano a pensare che a volte è una fortuna che le novità arrivino prima al nord e che al sud invece si goda di una provvidenziale arretratezza. Anche le nubi arrivano in ritardo, e intanto noi ce la spassiamo. Cristo si è fermato a Eboli ma questa volta a contrario, per non salire a nord. Allora un dio terrone esiste, e si vendica delle padanie indipendenti incenerendo la loro aria e facendo sprofondare il nord nella notte aerea. La nuvola arriverà anche nel paese del sole, minacciano i bollettini: intanto, però, noi terroni voliamo, seppure tra noi, fino a Roma ladrona, e voi padani no. Tie’.
    Ci sono pure i comunisti celesti che godono nel vedere all’opera il vulcano egualitario che come ’a livella non risparmia i vip e i potenti, anzi si accanisce soprattutto con loro, che si muovono di più e volano più dei comuni mortali. Sono inebriati dal vedere divi, statisti e calciatori girare sulle corriere, sulle auto o addirittura restare inchiodati a terra, perdendosi impegni di lavoro, funerali di Stato, ma anche vacanze e figate esclusive. Pure gli aerei privati non volano, in cielo non ci sono corsie preferenziali. Così nascono le voci e le leggende. Ho visto la Merkel fare l’autostop per arrivare a Varsavia, dice uno. Ho visto Montezemolo sul 30, dice un altro, e l’hanno beccato pure senza biglietto.
    Cosa resterà alla fine di questa nuvola funesta? Resterà il buco dell’ozono nei bilanci delle compagnie aeree, che sono a terra in tutti i sensi. Resterà il sollievo delle ferrovie e il ritorno ai bei torpedoni smandrappati di una volta. Resterà il piacere di avere i piedi per terra e di riscoprire la vita sedentaria. E resterà il mito di un vulcano sconosciuto che dopo questa ondata di notorietà mondiale, si sarà montato la testa e magari ci riproverà per il solo gusto di vedere il mondo ai suoi piedi.

  • CULTURA

    Mutandine di chiffon. Memorie retribuite
    Carlo Fruttero

    Il giovanissimo Carlo va tutti i mesi a pagare l’affitto al dottor Francini, un anziano signore che abita un buio e tetro appartamento insieme a una scialba moglie. Quale meraviglia quando un giorno scoprirà che quello stesso dottor Francini deve il suo benessere alle maliziose canzoni “Si fa ma non si dice” e “Mutandine di chiffon”, che ha composto sotto lo pseudonimo di Bel-Ami. Oppure la volta in cui Fruttero, giovane redattore, è costretto a recarsi insieme a Giulio Bollati in un ufficio postale notturno per inviare all’Onu il telegramma di protesta dei dipendenti dell’Einaudi contro l’invasione sovietica della Cecoslovacchia… salvo che poi, sul più bello, i due si rendono conto di non avere abbastanza soldi… Una esilarante, irriverente, commossa narrazione che inanella avventure, incontri, aneddoti, ricordi, tutti trasfigurati da uno stile inconfondibile.

    Editore: Mondadori

  • CULTURA

    Due
    Irène Némirovsky

    “Chi meglio della signora Némirovsky, e con un’arma più affilata, ha saputo scrutare l’anima passionale della gioventù del 1920, quel suo frenetico impulso a vivere, quel desiderio ardente e sensuale di bruciarsi nel piacere?” scrisse, all’uscita di questo libro, il critico Pierre Loewel. Le giovani coppie che vediamo amoreggiare in una notte primaverile (la Grande Guerra è finita da pochi mesi, e loro sono i fortunati, quelli che alla carneficina delle trincee sono riusciti a sopravvivere) hanno, apparentemente, un solo desiderio: godere, in una immediatezza senza domani, ignorando “il lato sordido” della vita, soffocando “la paura dell’ombra”. Eppure, quasi sulla soglia del romanzo, uno dei protagonisti si pone una domanda – “Come avviene, nel matrimonio, il passaggio dall’amore all’amicizia? Quando si smette di tormentarsi a vicenda e si comincia finalmente a volersi bene?” – che ne costituirà il filo conduttore. Con mano ferma, e con uno sguardo ironicamente compassionevole, Irène Némirovsky accompagna i suoi giovani personaggi, attraverso le intermittenze e le devastazioni della passione, fino alla quieta, un po’ ottusa sicurezza dell’amore coniugale.

    Editore: Adelphi

  • CULTURA

    La cena
    Herman Koch

    Due coppie sono a cena in un ristorante di lusso. Chiacchierano piacevolmente, si raccontano i film che hanno visto di recente, i progetti per le vacanze. Ma non hanno il coraggio di affrontare l’argomento per il quale si sono incontrati: il futuro dei loro figli. Michael e Rick, quindici anni, hanno picchiato e ucciso una barbona mentre ritiravano i soldi da un bancomat. Le videocamere di sicurezza hanno ripreso gli eventi e le immagini sono state trasmesse in televisione. I due ragazzi non sono stati ancora identificati ma il loro arresto sembra imminente, perché qualcuno ha scaricato su Internet dei nuovi filmati, estremamente compromettenti. Paul Lohman, il padre di Michael, si sente responsabile. Si riconosce nel figlio perché hanno molto in comune, non ultima l’attrazione per la violenza. Non può lasciare che trascorra la sua vita in galera. Serge, il fratello di Paul, è il padre dell’altro ragazzo, il complice. Secondo i sondaggi Serge Lohman è destinato a diventare il nuovo Primo ministro olandese. Se l’omicidio verrà rivelato, sarà la fine della sua carriera politica. Babette, la moglie di Serge, sembra più interessata ai successi del marito che al futuro del proprio ragazzo. Claire, la moglie di Paul, vuole proteggere il figlio a ogni costo. Ma quanto sa di ciò che è realmente accaduto? Due coppie di genitori per bene durante una cena in un bel ristorante. Cosa saranno capaci di fare per difendere i loro figli…?
    Una storia dura, emozionante, provocatoria, con la suspense di un thriller d’autore. Un dramma contemporaneo che racconta l’intimità di una famiglia e lo sconvolgente attrito tra le necessità del cuore e quelle della morale, la scelta a volte impossibile tra l’amore verso un figlio e il rispetto per la vita degli altri. Questa è la storia di “La cena”, un best seller inaspettato, un romanzo europeo che è diventato un caso internazionale.

    Editore: Neri Pozza

  • CULTURA

    Il palazzo della mezzanotte
    Carlos Ruiz Zafon

    Calcutta, 1916. Una locomotiva infuocata squarcia la notte portandosi dietro un carico di morti innocenti. Sotto una pioggia scrosciante, quella stessa notte, un giovane tenente inglese sacrifica la vita per portare in salvo due gemelli neonati inseguiti da un tragico destino. Calcutta, 1932. Ben, il gemello maschio, compie sedici anni, lascia l’orfanotrofio St. Patricks e festeggia l’inizio della sua vita adulta. E anche l’ultimo giorno della Chowbar Society, un club segreto che conta sette orfani come Ben, riunitosi per anni allo scoccare della mezzanotte sotto un tetto di stelle, nella sala principale di un antico edificio in rovina, il Palazzo della Mezzanotte. I sette ragazzi sono sicuri che quella sarà la loro ultima notte insieme, ma il passato bussa alla porta di Ben: la bellissima gemella che non sapeva di avere entra nel Palazzo con una pazzesca storia da raccontare. Le braci dell’incendio di sedici anni prima ricominciano ad ardere. Per tre interminabili giorni i membri della Chowbar Society cercano di decifrare ciò che si nasconde dietro al passato di Ben e di sua sorella, mentre combattono contro un secondo terribile incendio appiccato da un’ombra misteriosa. E, quando ormai l’inferno sembra aver preso il sopravvento e il compiersi del destino inevitabile, il fuoco all’improvviso si spegne… e una candida neve scende sulle strade di Calcutta.

    Editore: Mondadori

  • BREAKING NEWS

    PDL: LA RUSSA, INCOMPRENSIBILE QUANTO STA ACCANDENDO = CONTRASTI MAGARI DOPO CONGRESSO, NON ORA DOPO VITTORIA ELETTORALE Roma, 21 apr. (Adnkronos) – Le tensioni nei partiti sono normali, ma «è incomprensibile è che questo avvenga all’indomani di una vittoria elettorale e a solo un anno dalla nascita del Pdl». Lo dice Ignazio La Russa a ‘Mattino cinquè a proposito della nascita della corrente finiana. «L’anomalia -osserva il coordindatore Pdl- sta soprattutto in questo ovvero la difficoltà di comprendere perchè si voglia dividere un Pdl che nel suo anno di vita ha raccolto tutti i successi elettorali possibili e si appresta a fare il suo primo congresso da cui, li sì, potrebbero scaturire equilibri che potrebbero al limite portare a contrasti». «Oggi sembra difficile poter immaginare che dietro un’operazione come quella che si sta compiendo ci sia un fondamento solo politico», conclude La Russa.

  • BREAKING NEWS

    PDL: LA RUSSA, È STATO ERRORE FINI PRESIDENTE DELLA CAMERA = Roma, 21 apr. (Adnkronos) – «Tra Berlusconi e Fini le differenze di carattere» sono note e «si sono manifestate in questi anni in maniera sempre crescente», dice Ignazio La Russa a ‘La telefonatà su Canale 5. Ma, per il coordinatore del Pdl, la causa dell’inasprimento dei rapporto tra i due è stata la scelta di Fini di ricoprire la presidenza della Camera: «L’errore non di Fini, ma che abbiamo fatto quasi tutti è stato di non contrastare la sua decisione di fare il presidente della Camera, anzichè rimanere nel partito», dove sarebbe stato «il numero uno o numero due». Il ruolo di presidente della Camera, secondo La Russa, «lo ha posto in una condizione che ha accentuato le diversità rispetto a Berlusconi e impedito di intervenire nel partito se non con esternazioni che finivano con essere dei momenti di rottura». «E poi la nostra minore vicinanza perchè avevamo tutti da fare chi come ministro o altro, ha dato spazio anche a una visibilità di altre posizioni di altri amici che hanno finito per scavare un fossato tra Fini e Pdl e tra Berlusconi e Fini».

  • BREAKING NEWS

    PDL: LA RUSSA, MINORANZA NON CREI PROBLEMI A PARTITO E GOVERNO = SE SI COSTITUIRÀ CORRENTE MINORITARIA, SPERO CHE QUESTO NON AVVENGA Roma, 21 apr. (Adnkronos) – «Cosa accadrà domani alla Direzione? Non so ma vorrei che si confermi che tutte le posizione politiche sono utili al Pdl purchè si capisca, però, che il modo per dirimere le questioni è quella della democrazia e alla fine si accetti il parere della maggioranza». Ignazio La Russa risponde così a ‘La Telefonatà su Canale 5 quando gli viene chiesto che cosa accadrà, a suo parere, alla Direzione del Pdl di domani. «Nessuno -aggiunge La Russa- può obbligare nè impedire che qualcuno lasci il partito, possiamo solo sperare che non avvenga. E nessuno può impedire che si costituisca una corrente minoritaria fortemente contestatrice che crei problemi alla vita del partito e del governo, possiamo solo auspicare che questo non accada».

  • BREAKING NEWS

    PDL: RUTELLI, VICENDA FINI DIMOSTRA FINE BIPOLARISMO = Roma, 21 apr. (Adnkronos) – Il fatto che Gianfranco Fini abbia deciso di non uscire dal Pdl è la conferma «che la breve stagione dell’illusione bipartitica è finita». Lo dice Francesco Rutelli. leader di Api, a ‘Il Riformistà. Secondo Rutelli, infatti, «il bipolarismo con Berlusconi è diventato il bipolarismo di Berlusconi. E in un modello del genere un leader autorevole come Fini o è assorbito o è escluso». «Con Fini che dichiara ‘sono in minoranza nel Pdl e voglio testimoniare opinioni diversè si va oltre quella constatazione, si dimostra -aggiunge Rutelli- che la natura del nostro bipolarismo si esaurisce nel fatto che un partito, il Pd, non è mai nato e l’altro, il Pdl, è nato fin troppo, nel senso che è approdato immediatamente non al modello di una destra conservatrice o di centrodestra sociale, alla Merkel, ma a un modello personale che non consente di integrare opinioni diverse».

  • BREAKING NEWS

    Omniroma-BERLUSCONI-FINI, ALEMANNO: NO ELEMENTI PER STARE IN MINORANZA (OMNIROMA) Roma, 21 apr – «Finché ci saranno le condizioni, rimarrò dentro lo schieramento che si è definito. Ad oggi non vedo per elementi per stare in una posizione di minoranza strutturata nei confronti del presidente Berlusconi». Lo ha detto il sindaco di Roma Gianni Alemanno, a margine delle celebrazioni per il Natale di Roma, rispondendo a chi gli chiedeva un commento alla sua decisione di firmare la lettera di sostegno al Pdl, definita documento «anti-Fini». Alemanno è tornato ad auspicare che «questa minoranza non si strutturi, e che giovedì ci sia una ricomposizione unitaria». «Continuo a sperarlo», ha aggiunto. Poi ha sottolineato: «Ho provato fino in fondo ad evitare questa spaccatura, non dispero che si trovi una soluzione da qui a giovedì, ma chiaramente, di fronte alle scelte non ci si può tirare indietro». Infine, il sindaco ha ribadito: «penso che ci sia nel Pdl una grande potenzialità che deve essere realizzata fino in fondo senza scetticismi. Ovviamente, il dibattito sarà molto utile purché sia costruttivo e propositivo».

  • COMUNICATO STAMPA

    Le Isole Tremiti rappresentano tra i tesori turistici più affascinanti e incontaminati non solo dell’Adriatico
    ma del Mediterraneo intero.Inoltre,sono una fonte di sostentamento economico molto importante per la zona.
    La società Irlandese Petroceltic, il cui ramo italiano, la Petroceltic Italia S.r.l.( ha sede legale a Roma)
    è titolare di una decina di richieste di permessi di ricerca nei sottosuoli, tra le quali appunto ci sono quelle da realizzarsi al largo delle coste delle Isole Tremiti.
    Tutto ciò si configurerebbe” di scarso impatto ambientale”.
    Con quali criteri ci è obiettivamente difficile comprenderlo.
    Ma in che cosa si dovrebbe adoperare la suddetta società?
    Su scavi dei fondali di queste zone alla ricerca dell’”oro nero” .

    L’associazione Politica Culturale Destra Razionale sapere aude di Foggia, considerando l’enorme impatto ambientale che causerebbe oltre ai gravi danni per la flora e la fauna marina un evidente danno per l’economia della zona, si associa a tutti coloro che giustamente si oppongono a tale realizzazione, e si adopererà con ogni mezzo affinchè il Ministero dell’Ambiente non dia , a tal riguardo, il suo parere favorevole.

    Foggia,20 aprile 2010
    Salvatore Valerio
    Presidente Provinciale Associazione Politico Culturale
    Destra Razionale Sapere Aude

    dal blog:
    http://destrarazionalefoggia.blogspot.com

  • SMITH - INFILTRATE

    L’Italia non cresce da decenni. Serve una scossa
    di A. Asoni e F. Monte*

    Durante il dibattito politico si fa spesso riferimento a concetti economici come il Prodotto Interno Lordo (PIL, ovvero il reddito totale prodotto in Italia in un dato anno) e la produttività del lavoro (ovvero l’ammontare medio di reddito prodotto da ogni lavoratore in una predefinita unità di tempo). In questo articolo proporremo tre semplici grafici che raccolgono alcuni fatti essenziali che ogni lettore di Generazione Italia dovrebbe avere presenti.

    Il primo elemento che vorremmo discutere riguarda il PIL e la sua crescita (dati Penn World Tables). Il grafico 1 rappresenta l’evoluzione nel tempo del PIL pro capite in Italia, USA, Corea del Sud e Irlanda. Il PIL è misurato in termini reali (corretto per l’inflazione) e in termini di parità di potere d’acquisto (un dollaro compra gli stessi prodotti nei diversi paesi). Abbiamo comparato il Bel Paese agli USA, la prima economia del pianeta, alla Corea del Sud, una delle tigri asiatiche, e all’Irlanda, miracolo di crescita economica in Europa.

    Il PIL pro capite non ha mai smesso di crescere dagli anni ’50 ad oggi: stiamo tutti diventando più ricchi (in media). Ci concentreremo però sul tasso di crescita dato dalla pendenza delle curve. Mentre la crescita degli USA è costante nel tempo, la crescita dell’Italia è diversamente distribuita. Il paese stava chiaramente crescendo a rapidi tassi durante gli anni ’50 e ’60 per poi rallentare dagli anni ’80 in poi: la curva sale rapidamente fino alla metà degli anni ’70 e poi diventa più piatta.

    La Corea del Sud sembra mantenere un tasso di crescita abbastanza costante dal 1965 in poi mentre l’Irlanda ha avuto un’impennata negli anni ’90.

    Non dovrebbe stupire che i paesi poveri tendano a crescere più rapidamente di quelli ricchi. La teoria economica della “convergenza condizionale” prevede (con successo) proprio questo: a parità di istituzioni politiche ed economiche i paesi poveri tendono a raggiungere quelli ricchi. La ragione è duplice: l’accumulazione di fattori scarsi come il capitale fisico e umano è più rapida perché rende di più; l’utilizzo di tecnologie moderne è più facile perché queste non devono essere “reinventate” dal paese in via di sviluppo.

    Nel secondo grafico illustriamo quindi la posizione relativa degli altri paesi rispetto agli USA. Il grafico mostra il reddito relativo, ovvero il reddito del paese che ci interessa diviso per quello degli USA. Un valore di 0.6 significa che in quell’anno il PIL pro capite era pari al 60% di quello USA. La convergenza piena si ha quando la serie raggiunge il tetto di uno. L’unico paese che sembra aver quasi raggiunto gli USA nel 2007 è l’Irlanda. L’italia e la Corea del Sud sono ancora lontane.

    Il problema dell’Italia però è un altro: non solo non abbiamo ancora raggiunto gli USA, ma dagli anni ’90 in poi abbiamo iniziato a perdere terreno; il nostro tasso di crescita ha rallentato (grafico 1), ed ha rallentato molto di più del nostro target (grafico 2), contrariamente alla teoria della convergenza condizionale.

    Il terzo grafico che mostriamo riguarda la produttività del lavoro (dati OECD). Tale produttività è importante perché la crescita dei salari dipende da essa: se la produttività del lavoro non cresce, i salari non crescono. Ancora una volta l’Italia è quella che fa peggio tra i quattri paesi. Mentre negli USA e in Corea (e in parte in Irlanda, salvo un recente rallentamento) la produttività del lavoro sembra crescere ad un ritmo stabile, in Italia il suo tasso di crescita è diminuito costantemente dagli anni ’70 in poi fino a raggiungere un valore intorno a zero negli anni recenti. Non è un caso che nel nostro paese i salari non stiano crescendo.

    Questi tre grafici non mostrano un quadro incoraggiante. Per l’Italia sembra che qualcosa sia cambiato a partire dalla seconda metà degli anni ’70. Lo sviluppo economico ha iniziato a rallentare e gli italiani hanno perso molte opportunità di crescita.

    In questo articolo ci siamo limitati a descrivere alcuni fatti empirici importanti. Prossimamente speriamo di fornire ai lettori di Generazione Italia più approfondite discussioni di tali problemi e alcuni spunti di riflessione per la loro soluzione.

    *Andrea Asoni e Ferdinando Monte sono entrambi Ph.D. Candidates in Economics presso la University of Chicago.

    generazioneitalia.it

  • TRINITY - MODERATOR

    buongiorni amici, amiche , blogger e valchirie!!!!!!!!

  • TRINITY - MODERATOR

    sono molto felice che si recuperino figure feminili che hanno fatto la storia.

    donne importanti che non erano solo schiave ma donne d’intelletto che hanno reso migliore il nostro mondo.

    non mi interessa la diatriba religiosa e trovo vergognoso il tentativo di censura.

    finalmente è nelle sale ed è uno di quei docu-film imperdibili.

  • COMUNICATO STAMPA

    “Ancora oggi leggo con dispiacere dichiarazioni atte semplicemente per danneggiare il PdL. Dai giornali ai politici c’è una caccia all’uomo e non una caccia alle argomentazioni poste su di un tavolo. Ieri, con i vari distinguo di turno, centoventicinque parlamentari hanno chiesto maggiore dibattito interno al Partito più grande d’Italia. Sempre ieri, per fortuna, si è spenta l’ipotesi di scissione che avrebbe visto non vinti o vincitori bensi’ solo perdenti. Se poi qualcuno si accontenta di una vittoria di “Pirro” questa è tutt’altra storia. Ricordo anche un’agenzia di un paio di mesi fa del Ministro Prestigiacomo che implorava a Berlusconi a Fini di prestare maggiore attenzione all’interno del Partito poichè le cose non funzionavano al meglio. Tutti succubi di Fini o Berlusconi? O si è Finiani o Berluscones? O semplicemente uomini e donne di Partito intellettualmente liberi che esprimono le loro precoccupazioni e speranze per migliorarsi nell’azione di Governo? Nessuno parla del merito delle questioni poste, nessuno apre bocca sulle dichiarazioni rilasciate a giornali esteri come El Pais. Nessuno sembra ricordarsi del dato allarmante sull’astensionismo e che dovrebbe imporre a tutti una seria ed attenta valutazione come veniva detto ma che dopo ventiquattro ore nessuno ricorda sbandierando “vittorie”. Ma a voi sembra normale tutto questo in una Democrazia compiuta? A me personalmente no.”

    E’ quanto dichiara il Presidente Nazionale dell’Associazione Politico Culturale “Destra Razionale – Sapere Aude”, Maurizio Guarino

  • TRINITY - MODERATOR

    Onestamente, andando fuori post, mi chiedo se quando si hanno opinioni diverse bisogna essere necessariamente CONTRO qualcuno e non PER qualcosa.

    mi sembra che vi sia propria tanta speculazione ed ipocrisia nell’aria…

  • BREAKING NEWS

    E le discriminanti più “scomode” sono la legalità e il senso dello Stato

    Ma chi decide cos’è “di destra”?

    di Flavia Perina

    I numeri sono chiari, e adesso si può cominciare a parlare di politica. Nel “mare magnum” delle dichiarazioni degli “ex colonnelli” l’argomentazione che più colpisce l’abbiamo trovata ieri in un’intervista a Giorgia Meloni (ma il giorno prima era evocata in quella di Ignazio La Russa, e Maurizio Gasparri ne ha fatto da tempo un suo cavallo di battaglia). È la “questione ideologica”, quella che Giorgia sintetizza dicendo: «Io ho una storia, fatta di An, destra, giovani, conservatorismo etico», una storia «che va difesa», quasi che Gianfranco Fini fosse al di là di quella storia, o addirittura se ne fosse messo al di fuori. Come ha spiegato, appunto, Gasparri: «Il problema vero è che io sono rimasto sulle posizioni che abbiamo sempre espresso: lui invece è diventato un innovatore, ha cambiato idea su tante cose». Per poi chiedersi: ma se un capo di partito cambia idea, dirigenti e militanti devono adeguarsi?

    Adesso che i posizionamenti politici sono trasparenti, che ci si è schierati pro e contro, questo è il primo argomento su cui essere trasparenti. Crediamo, ad esempio, che abbia fatto molte più cose “di destra” la finiana Giulia Bongiorno fermando, correggendo o limando provvedimenti come la prescrizione breve (che avrebbe cancellato 600mila processi), piuttosto che tutti gli ex An (noi compresi) messi insieme. Senza la sua competenza e determinazione avremmo mortificato le forze dell’ordine che su quei 600mila casi hanno indagato, schiaffeggiato le vittime che hanno speso tempo e quattrini per avere giustizia, probabilmente premiato i colpevoli. Chi si fregia del titolo di difensore dei valori della cosiddetta “vera destra” dovrebbe spiegarci a quale punto della graduatoria mette la legalità. E a quale il senso dello Stato e dell’interesse nazionale, e un’idea repubblicana che non si basi sulla sopraffazione dei più deboli ma sulla garanzia di un diritto uguale per tutti.

    Ecco, se è naturale che a un ex Forza Italia venga in mente, ad esempio, di dichiarare che si deve fare «la riforma istituzionale che ci conviene di più», non è normale che un’idea così sia sostenuta da uno “di destra”. Se non sorprende il controcanto di Silvio Berlusconi su Roberto Saviano (peraltro pubblicato da Mondadori), eroe civile della lotta ai clan, stupisce che le uniche osservazioni critiche siano arrivate dai “finiani”: chi aspira a interpretare la destra-destra dovrebbe ancora avere nelle orecchie, per dirne una, la relazione di Beppe Niccolai all’antimafia, le assemblee del FdG con Paolo Borsellino, gli stessi comizi di Almirante in Sicilia. Come fa a stare zitto? Come fa a far finta di niente?

    Perché ci sono solo i “finiani” nel comitato che chiede la verità per Stefano Cucchi, vittima innocente che ci ricorda tanti dei nostri? Come mai gli eredi più titolati della tradizione della destra, una tradizione che aveva in massimo conto la partecipazione, sono i più distratti davanti al problema dell’astensionismo? Perché è il “finiano” Pasquale Viespoli il solo che sentiamo parlare con passione di Sud o di patto generazionale per salvare i giovani da un futuro immobile e precario? E come mai, tra le tante fondazioni e think thank che gli ex colonnelli hanno costituito, è toccato solo i “finiani” del Secolo aver dedicato convegni e approfondimenti giornalistici non retorici a personaggi che hanno fatto la storia della “nostra” destra come Giano Accame, Tony Augello o Marzio Tremaglia, di cui domani ricorre il decimo anniversario della prematura scomparsa, o al vero e formidabile “sdoganatore” già negli anni Ottanta della destra politica italiana che fu Bettino Craxi?

    Il fatto è che il vero dna della destra, più che sul crinale della retorica dei valori e delle cosiddette questioni di coscienza, dove il nostro mondo – fin dall’epoca del divorzio – ha sempre giudicato normale esprimersi liberamente, ruota intorno alle discriminanti ben più scomode (almeno nell’era berlusconiana) del senso dello Stato e della legalità, della protezione dei deboli e della valorizzazione del merito oltre i diritti di casta. Facile fare la morale in tema di coppie di fatto, che non incide sul “core busisness” di nessuno. Ma il coraggio della destra, a nostro giudizio, si mostra anche altrove. Anzi, soprattutto altrove.

    Pubblicato sul Secolo d’Italia del 21 aprile 2010

  • azzurra

    complimenti per il post, molto interessante…è un bene recuperare la storia di figure femminili del passato, rispolverare la loro storia e il loro operato anche perchè a differenza di quelle maschili non vengono mai ricordate abbastanza…

  • BREAKING NEWS

    PDL: MATTEOLI, FINI PONE PROBLEMI POLITICI, IL SUO RUOLO NON C’ENTRA = GIUSTO DISCUTERE MA POI SI DECIDE E NON POSSONO ESSERCI ‘DUE PARTITÌ Roma, 21 apr. (Adnkronos) – «Gianfranco Fini poteva scegliere qualunque ruolo. La sua scelta fu per la presidenza della Camera e non mi pare abbia molto senso fare un dibattito a posteriori su quello che poteva essere. Nè è giusto imputare la situazione ai ruoli ricoperti». Lo dice all’ADNKRONOS il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Altero Matteoli, a proposito della riflessione del collega Ignazio La Russa, secondo il quale è stato un errore non convincere a suo tempo Fini a dedicarsi al Pdl. «Quelli che Fini pone sono problemi politici -prosegue Matteoli- e finchè sono tali, il partito ha il dovere di rispondere. E mi pare che si vada in quella direzione. Si discuterà, com’è giusto che sia, perchè in democrazia il dissenso è sempre accetto e senza dibattito un partito muore». «Secondo le regole che si è dato, naturalmente, e con delle nuove regole qualora lo si ritenesse necessario. Ma di una cosa sono convinto: non ci possono essere ‘duè partiti: si discute, si vota, e poi -conclude Matteoli- tutti si attengono a quanto deciso». (Pol-Fan/Col/Adnkronos)

  • BREAKING NEWS

    PDL: PERINA, NON SI MINIMIZZINO RAGIONI ROTTURA TRA FINI E BERLUSCONI = IMPRODUTTIVO PARLARE DEL PASSATO ANZICHÈ DELLE SCELTE SU RIFORME ED ECONOMIA Roma, 21 apr. (Adnkronos) – «Trovo piuttosto improduttivo a questo punto interrogarsi su quanto avvenuto nel passato». Lo dice all’ADNKRONOS Flavia Perina, deputata del Pdl e direttore del ‘Secolo d’Italià, a proposito del giudizio del coordinatore del Pdl Ignazio La Russa, secondo il quale è stato un errore da parte di molti esponenti dell’ex Alleanza nazionale non convincere Gianfranco Fini a occuparsi del Pdl anzichè presiedere Montecitorio. «Ai nostri elettori -prosegue l’esponente finiana del Pdl- interessa come si proietterà il Popolo della libertà in futuro e quali saranno le sue proposte sulla riforma dello Stato, l’economia, lo sviluppo e i giovani». «Continuare a confrontarsi -aggiunge- sulle possibili vere cause della rottura tra Fini e Berlusconi è improduttivo. Anzi, è un modo per minimizzare la portata del confronto, che è tutto politico e sui temi».

  • BREAKING NEWS

    PDL: GENERAZIONE ITALIA, AMMINISTRATORI LOCALI APPOGGIANO FINI = PIÙ DI CENTO ADESIONI IN POCHE ORE Roma, 21 apr. (Adnkronos) – «Deluderemo tanti, ma i cosiddetti ‘finianì non sono quattro gatti. In poche ore, più di cento amministratori locali hanno firmato la raccolta di firme lanciata da Generazione Italia »Io sto con Fini«. E si tratta di un fiume inarrestabile di adesioni». È quanto scrive Gianmario Mariniello, di Generazione Italia. «Le questioni che pone Fini -è scritto nella nota di ‘Generazione Italià- sono condivise non solo da tanti parlamentari provenienti da An, ma anche da chi si impegna quotidianamente per costruire un Pdl forte, libero e democratico sul territorio. Da Pordenone ad Agrigento – e specialmente al Nord – c’è una marea di amministratori locali che appoggia le tesi di Gianfranco Fini. Altro che quattro gatti».

  • TRINITY - MODERATOR

    VERISSIMO AZZURRA!!!!!

    QUI ABBIAMO ANCHE RICORDATO EVITA PERON E SAREBBE BELLO SE VOI VALCHIRIE, COORDINATE DA MONICA, RIPRENDESTE ANCHE SETTIMA PER SETTIMANA LE FIGURE FEMMINILI CHE HANNO FATTO GRANDE QUESTO MONDO!!!!!!!!!

  • TRINITY - MODERATOR

    bellissimo articolo di flavia perina. un’altra donna con gli attributi e grazie alla bongiorno per non aver annullato 600mila processi!!!!!!!!!!!!!

    avanti donne!!!!!!!!!

  • petronilla.corsaro

    Buongiorno Trinity , buongiorno a tutti .
    Ottimo post .
    Condivido in pieno quanto detto da te Trinity e da Azzurra .
    Nel passato ci sono state tantissime donne che hanno fatto la storia e che non possono essere dimenticate , ma devono essere di esempio per i nostri giorni , per rivalorizzare , la figura , la dignità delle donne .

    Sarebbe molto interessante affrontare argomenti su donne del passato .

    Una figura di donna del passato che mi piacerebbe venisse raccontata è quella di Giovanna D’Arco.

  • TRINITY - MODERATOR

    VALCHIRIE METTETEVI A LAVORO CHE DI DONNE TOSTE CE NE SONO STATE……. A VOI LA PALLA!!!!!!!!!!!!!!

  • Lisa

    Ciao grazie del post molto interessante e condiviso.
    Non vedo l’ora di vedere il film.
    Poi arrivo sempre io la solita…..ma quando impareremo a lavorare nella diversità?
    DA qualche parte si deve iniziare…..

    Qui dale mie parti ho un mente un progettino……poi vi racconto che succede.
    Ciao un bacione.

  • TRINITY - MODERATOR

    lisa in bocca al lupo!!!!!!!

    se ognuno fa la sua parte dove può e dove crede sarà sempre un bene per tutti!!!!!!!!!!!!

  • TRINITY - MODERATOR

    MEZZOGIORNO:CONFINDUSTRIA,CRISI L’HA FATTO REGREDIRE 10 ANNI TUTTI GLI INIDCATORI BEN AL DI SOTTO DI MEDIA NAZIONALE (ANSA) – ROMA, 21 APR – La crisi economica più grave dal dopoguerra sta facendo sentire i suoi effetti soprattutto sul Mezzogiorno, già segnato da una strutturale debolezza della sua economia e dal deterioramento sistematico del contesto sociale. Dal Check up Mezzogiorno, curato da Confindustria in collaborazione con l’Istituto per la Promozione Industriale, emergono i contorni di una vera e propria ‘emergenza Sud’. In particolare, si legge nel report, si moltiplicano nelle regioni meridionali segnali di difficoltà decisamente più marcati rispetto a quelli riscontrabili nel resto del Paese: da una riduzione del Pil più elevata rispetto alla media nazionale (quasi mezzo punto nel biennio 2008-2009), a una più ampia caduta dell’occupazione (194mila occupati in meno al Sud nel 2009); da un divario di produttività pari al 16% rispetto al Centro Nord, al forte calo delle esportazioni (tornate al livello del 2001). «È come se dieci anni di lenti e faticosi tentativi di recuperare la distanza dal resto del Paese fossero stati rapidamente cancellati», è la sintesi di Confindustria.

  • Riccardo Ghezzi

    Davvero un bellissimo articolo, da condividere ed inoltrare. Aspetto con ansia il film

  • TRINITY - MODERATOR

    io mi metto in prima fila riccardo: benvenuto!!!!!!!!!

  • monica da vià

    mi piacerebbe, scrivere non tanto di grandi donne del passato .. ma di donne di oggi ..

    Speriamo ci sia un futuro in cui la storia sarà scritta da una donna di oggi come noi.. .. con le sue grandezze i suoi limiti, i suoi pregi e i suoi difetti.. e con tutte le difficoltà che abbiamo
    NOI DONNE DI OGGI..

  • petronilla.corsaro

    Approvo Monica.
    Noi Donne di oggi.

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