SINISTRA ITALIANA: THE END?
Mi vien da piangere. Liste di proscrizione ed esaltazioni di Scelba: così si è ridotta la sinistra
Nei giorni scorsi, insieme a un gruppetto di giornalisti, intellettuali e esponenti politici di sinistra – tra quali vari redattori e collaboratori del settimanale che dirigo, Gli Altri – ho firmato un appello a favore della libertà – per tutti – di manifestare e di sfilare in corteo. Per tutti: anche per i fascisti, come per i liberali e per i comunisti.
La firma mi era stata chiesta dai giovani del “Blocco Studentesco”, una organizzazione di estrema destra che raccoglie molti studenti in tutta Italia. Loro avevano convocato un corteo, in vista della prossima scadenza elettorale universitaria, ma il corteo gli era stato vietato dalla polizia, su pressione di un gruppo consistente di professori e scienziati che aveva anche chiesto ai rettori di escludere il “Blocco studentesco”, perché fascista, dal diritto di partecipare alle elezioni.
Il nostro appello non è stato molto utile. Il divieto di sfilare è rimasto, e il “Blocco” ha accettato di trasformare la manifestazione in un sit in che si è svolto ieri, pacificamente, a piazza Esedra.
Sebbene inutile, però, l’appello ci ha procurato molti guai. Da tre giorni le nostre poste elettroniche sono intasate di insulti, Facebook e vari siti sono presi d’assalto da coloro che ci definiscono fiancheggiatori dei fascisti, il manifesto ha pubblicato in prima pagina un articolo durissimo verso di noi dello scrittore Valerio Evangelisti, intitolato “Compagni che sbagliano”, con una evidente e un po’ sconclusionata accusa di “brigatismo rosso”. (Chi ha qualche anno ricorderà che “compagni che sbagliano” era il modo con il quale un pezzo di sinistra – garantista – negli anni ’80 chiamava gli esponenti della lotta armata, suscitando feroci polemiche da parte del Pci).
Non credo di dover spiegare perché, insieme ad altri amici (Angela Azzaro, Andrea Colombo, Alberto Abruzzese, Ritanna Armeni, Massimo Ilardi, Lanfranco Pace, Paola Concia, Rita Bernardini, Massimo Bordin, Paola Tavella e Gian Luca Minotti) ho creduto di dover firmare quell’appello. Nel quale dicevamo quanto ci sentiamo lontani dal Blocco studentesco, ma quanto ci repelle l’idea che si possa impedire a qualcuno di manifestare o di presentarsi alle elezioni. La nostra era una posizione di semplicissimo buonsenso, certamente condivisibile da chiunque non sia un fanatico di una ideologia totalitaria.
Nel mare di contumelie ricevute, quasi nessuno (tranne uno, al quale tra qualche riga risponderò) ha provato a contestarci questo principio. Tutti hanno tentato di dimostrarci (peraltro con incerti argomenti e pochi fatti) quanto siano cattivi e violenti i ragazzi del “Blocco” e di Casa Pound. Dando per scontata l’idea che se loro sono cattivi e violenti, noi non dobbiamo riconoscergli i diritti civili. Non so se davvero i ragazzi del Blocco siano particolarmente violenti (è una discussione da fare, un’altra volta) ma noi non parlavamo di questo, noi abbiamo semplicemente posto la seguente domanda: che sinistra è una sinistra che firma un appello per chiedere alla polizia di proibire una manifestazione politica?
Che sinistra è una sinistra che, nel 2010, si appella alla legge Scelba? (Sapete chi è stato Scelba? Il peggior ministro di polizia di tutta la storia della Repubblica. Un reazionario, uno che varò quella legge contro l’apologia di fascismo per coprirsi a destra e poi lanciare la sua polizia a manganellare, arrestare e uccidere centinaia di operai! Magari molti giovani antifascisti di oggi non sanno niente di tutto questo, e gli sembra normale sventolare la bandiera rossa e invocare Scelba…). Secondo me – lo dico senza furia – una sinistra così è una sinistra non molto presentabile. Che non ha la possibilità di aprire gli occhi sul futuro e di candidarsi e guidare questo futuro. È una sinistra che ancora ha una grande difficoltà ad accettare la parola libertà e il peso di questa parola.
Dicevo che uno solo – tra i tanti polemizzatori – ha risposto alla nostra domanda. Ed è appunto Valerio Evangelisti sul manifesto. Ha scritto: “la libertà non può essere anteposta all’antifascismo”.
Ecco. Non ho molto da aggiungere. Capisco drammaticamente che noi di sinistra dobbiamo ancora fare i conti con la libertà. Pensavamo di averli risolti, pensavamo di essere entrati nel terzo millennio, pensavamo di avere liquidato i tragici errori del novecento. Mi accorgo che non è così. Qui, accanto a me, tra i miei amici più cari, ci sono centinaia di persone che dicono: la libertà viene dopo la legge, la libertà viene dopo la Costituzione, la libertà viene dopo la mia identità. La libertà… Ve lo confesso: mi viene da piangere.
di Piero Sansonetti
Fonte: Il Riformista
“E’ vero: siamo in tempo di crisi e accadono cose davvero sorprendenti.
Anche nel movimento delle idee.”
Giano Accame
(1928 — 2009)
“Denunciare i nemici mortali che sono dentro di noi: la partitocrazia che genera professionismo politico contro la militanza; la casta contro l’impegno morale; la burocratizzazione; la corte e i cortigiani; la tendenza a ridurre il partito periferico ad un rete di piazzisti del voto, e che conduce ad una selezione verticistica della classe dirigente secondo le fedeltà, non alle linee ideali, ma alle persone che hanno il potere”
Beppe Niccolai
(1920 — 1989)
“Se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla,
o non vale nulla lui.”
Ezra Pound
(1885 — 1972)
“Non è permesso a nessuno di vivere su quello che fu fatto da altri prima di noi.
Bisogna che noi creiamo.”
Benito Mussolini
(1883 — 1945)
Memento Audēre Semper — Semper Adamas — Nec Recisa Recedit
Cominus et Neminus Ferit — Suis Viribus Pollens — Ardire Non Ordire
Gabiele D’Annunzio
(1863 — 1938)
“All’impudente “chi te lo fa fare” degli altri, sia opposto un chiaro e fermo “Noi, non possiamo fare altrimenti, la nostra via è questa.”
Julius Evola
(1898 — 1974)
“Lo Stato di diritto ha considerato, nel proprio ordine costituzionale, solo i tre poteri: legislativo, giurisdizionale ed esecutivo. Il quarto potere della sovranità monetaria se lo sono fagocitato, nel silenzio, le banche centrali, S.p.A con scopo di lucro. Ecco perché dobbiamo completare la Rivoluzione Francese: la sovranità monetaria va attribuita allo Stato – come Quarto Potere Costituzionale – e tolta alla banca centrale. Non è più tollerabile che, in uno Stato di diritto, la funzione costituzionale della sovranità monetaria sia esercitata da una S.p.A. con scopo di lucro. L’urlo del Ça ira deve tornare sulle piazze, davanti alle sedi delle banche centrali e nei Tribunali. Ci dobbiamo riprendere la proprietà dei soldi nostri.”
Giacinto Auriti
(1923 – 2006)
“La destra o è coraggio o non è, è libertà o non è, è nazione o non è, così vi dico adesso, la destra o è Europa o non è. E vi dico qualcosa di più: l’Europa o va a destra o non si fa…”
“Quando vedi la tua verità fiorire sulle labbra del tuo nemico, devi gioire, perché questo è il segno della vittoria.”
“Vivi come se tu dovessi morire subito. Pensa come se tu non dovessi morire mai.”
Giorgio Almirante
(1914 – 1988)
“Apprendere che nella battaglia della vita si può facilmente vincere l’odio con l’amore, la menzogna con la verità, la violenza con l’abnegazione dovrebbe essere un elemento fondamentale nell’educazione di un bambino.”
“Un’onesta divergenza è spesso segno della salute del progresso.”
“Sii il cambiamento che vuoi vedere avvenire nel mondo.”
“Il grado di civiltà di un popolo si misura da come vengono trattati i più poveri dello Stato e da come vengono trattati gli animali.”
Mahatma Gandhi
(1869 — 1948)
“Lo stato non si restaura se non si restaurano le forze morali che nello stato trovano la loro forma concreta, organizzata, perfetta. Lo stato non si restaura se non si restaura la famiglia, e nella famiglia l’uomo, che è la sostanza della famiglia, della scuola, dello stato.”
Giovanni Gentile
(1875 – 1944)
“La libertà al singolare esiste soltanto nelle libertà al plurale.”
Benedetto Croce
(1866 – 1952)













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LEGGI: STTAUTO – MANIFESTO – REGOLAMENTO
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Modena
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Ravenna
Reggio nell’Emilia
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Udine
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Rieti
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Roma
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Frosinone
Castelli Romani
ALESSANDRA FABBRO
Latina
Viterbo
LIGURIA: MARCO GARIBALDI
Genova
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Savona
LOMBARDIA: ROSSELLA FLOCCO
Bergamo
MARCO RESMINI
Brescia
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Como
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Lecco
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Lodi
Mantova
Milano
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Pavia
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Ancona
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Foggia
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Taranto
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Bari
Brindisi
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Lecce
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SARDEGNA: GIUSEPPINA SIAS
Cagliari
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SICILIA: DAVIDE BRUGALETTA
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TOSCANA: EDDA GIUBERTI
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Perugia
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INFANZIA – DR.SSA ALESSIA ORTOLANI http://www.facebook.com/group.php?gid=247248886500
ESTERI – MEDIO ORIENTE: DR. ELIO RABELLO dalla Città Santa di Gerusalemme http://www.facebook.com/group.php?gid=415055225323
GIUSTIZIA – NOTAIO DR. PROF. ERIC ROBERTAZZI http://www.facebook.com/group.php?gid=271581572618
AMBIENTE E NATURA – PRESIDENTE DR. SIMONE LANZALONE http://www.facebook.com/group.php?gid=416875475633
INFRASTRUTTURE – PRESIDENTE ING. MAURIZIO MAZZOLA http://www.facebook.com/group.php?gid=254791154904
TRASPORTI – ING. ANDREA PRIMICERIO http://www.facebook.com/group.php?gid=247199589437
FORMAZIONE – PRESIDENTE DR.SSA ALESSANDRA BOCCA http://www.facebook.com/group.php?gid=243919782756
ECONOMIA E FINANZE – DR. LUCA SCHIAVO http://www.facebook.com/group.php?gid=255132947409&v=info
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Gran Bretagna, vincono (ma senza maggioranza assoluta) i “nuovi conservatori”
Cameron e la scommessa vinta
di una destra più “femminile”
di Federico Brusadelli
Alla fine è andata secondo le previsioni: David Cameron, il leader dei nuovi conservatori britannici, ha vinto le elezioni. Con 305 seggi conquistati – contro i 255 dei laburisti e i 61 dei liberaldemocratici di Nick Clegg – è il primo partito del Regno Unito, anche se senza maggioranza assoluta. Per Cameron – a meno che il premier uscente Gordon Brown non riesca a formare un governo con Clegg – si profila un esecutivo di minoranza. Una sfida difficile, e c’è già chi prevede un imminente ritorno alle urne. Eppure la vittoria del giovane leader conservatore significa molto. Significa, innanzitutto, l’affermazione di un modello di “destra” che, all’inizio, aveva trovato un’accoglienza spesso scettica se non ostile. Ma Cameron ha costruito con pazienza i “suoi” tories. E lo ha fatto eliminando le residue sacche di razzismo o di omofobia, per esempio. Lo ha fatto appropriandosi – con una buona dose di spregiudicatezza, anche – del tema ecologista. Lo ha fatto rinunciando al dogma liberista thatcheriano, puntando piuttosto sull’idea di “Grande Società”, più adatta ai tempi incerti in cui viviamo: perché se per la lady di ferro la società non esisteva, per Cameron sicuramente esiste la “comunità”.
E lo ha fatto unendo ai nuovi contenuti un nuovo stile, soft e accattivante, rafforzato da un carisma simile a quello del Tony Blair che, negli anni Novanta, incantò la Gran Bretagna (e l’Europa), con la sua Terza via. Lo ha fatto – come dice al Corriere della Sera la postfemminista Fey Weldon – proponendosi assieme al lib-dem Clegg addirittura nelle vesti di leader “femminile”: «Sono entrambi esemplari di quello che io chiamo New Man, che poi è più donna che uomo. Il New Man incarna le virtù femminili, le uniche che ci possono forse salvare: l’attenzione per gli altri, la generosità, la capacità di chiedere scusa. Gordon Brown invece è il vecchio maschio decisionista e mascellone. Un dinosauro», spiega Weldon.
Anche in questo, un po’ come Blair. E chissà, forse questa nuova destra del giovane Cameron si trasformerà (come accadde per la Terza via blairiana) in una ricetta europea. Potrebbe essere lui l’erede di Sarkozy e della sua “rupture” un po’ appannata, in verità? Potrebbe diventare un riferimento continentale, nonostante un anti-europeismo paradossalmente accentuato con il nuovo corso conservatore? Potrebbe. Perché i temi e le sensibilità che i New Tories hanno portato al centro della loro azione politica (ambiente, solidarietà sociale, diritti civili) sono già maggioritari tra gli elettori (anche se non tra gli eletti) dei partiti conservatori dei principali paesi europei.
Comunque, si vedrà. Che la “rivoluzione conservatrice” parta o meno da Londra, e che Cameron possa governare da solo o in coalizione (e non sarebbe un male: forse un’esperienza del genere regalerebbe ai Tories uno spirito ancora più “plurale” e “aperto”), resta il fatto che la scommessa di rinnovare il partito è stata vinta. Un modello vince, mentre un altro – il Labour di Brown – viene sconfitto. E per i laburisti si apre adesso una fase di riflessione profonda, che non potrà concludersi – però – con la rievocazione di una sinistra “vecchia maniera”. Come ha spiegato alla Repubblica John Kampfer, per anni direttore del settimanale laburista New Statesman, «occorre una sinistra pragmatica, pluralista, capace di coniugare il liberalismo con la giustizia sociale, di tenere conto delle aspirazioni ambientaliste, del desiderio di individualismo, per cambiare veramente la società». Una sinistra, per riprendere l’invito della signora Weldon, che sia un po’ più femminile. Una sinistra nuova. Che però, descritta così, sembrerebbe già essersi incarnata nella nuova destra di David Cameron…
farefuturo
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Se i personalismi e il marketing condizionano la politica
Quando il paese
diventa una sondocrazia
di Chiara Moroni
Il sondaggio è oggi uno strumento diffuso nell’ambito del sistema politico ed elettorale. Esso costituisce al tempo stesso una risorsa valutativa durante la campagna elettorale e, sempre di più, uno strumento di governo. Da un lato la personalizzazione della politica implica la necessità di valutare periodicamente e sistematicamente il livello di gradimento e di popolarità del leader di governo, dall’altro si è andato diffondendo il marketing delle decisioni politiche vale a dire l’applicazione delle tecniche di indagine e valutazione proprie del marketing commerciale – nella definizione minima di Russell Winer il marketing è l’insieme delle attività che mirano a influenzare una scelta del consumatore/cliente – alla definizione delle politiche di governo e della relativa priorità.
Rispetto all’uso dei sondaggi in politica i punti controversi sono molti. In modo particolare sono due le questioni critiche che troppo spesso vengono trascurate. La prima questione è sostanziale e si riferisce alla pretesa di far coincidere il risultato di un’indagine campionaria con l’espressione dell’opinione pubblica. La seconda risiede nell’uso effettivo che la politica e le forze di governo ne fanno.
Pierre Bourdieu nel saggio L’opinione pubblica non esiste (1973) elenca e confuta quelli che egli identifica come i tre postulati dei sondaggi d’opinione, fino a sostenere che l’opinione pubblica come risultato di indagini demoscopiche, non esiste. Il primo postulato consiste nel presupporre che tutti possono avere un’opinione su tutto, quando è evidente che esistono differenze socio-individuali che limitano sia l’interesse del singolo per alcune questioni, sia la sua capacità cognitiva ad elaborare opinioni su di esse. Il secondo postulato riguarda l’arbitrario presupposto che le opinioni si equivalgano, in realtà accumulare opinioni che nella realtà non hanno la stessa forza conduce ad una distorsione marcata della stessa funzione che l’opinione così definita svolge nell’ambito della società. Infine il terzo postulato si riferisce alla natura delle domande, rivolgere a tutti le stesse domande implica che vi sia un consenso su quali siano le questioni rilevanti sulle quali esprimere un’opinione.
Bourdieu pone anche una serie di problematiche tecniche relative alle distorsioni più o meno volontarie che derivano dalla formulazione linguistica delle domande, dalla loro posizione all’interno dello schema generale dell’intervista, dall’inserimento necessariamente parziale quando non arbitrario delle possibili risposte, dell’effetto distorcente di quella che viene definita desiderabilità sociale, per la quale a livello del tutto inconsapevole l’intervistato cerca di rispondere secondo quanto ritiene essere il modo più socialmente condiviso e accettato.
Anche ammettendo la scientificità e la neutralità delle indagini demoscopiche e quindi la relativa possibilità di ritenerli una delle potenziali espressioni dell’opinione dei cittadini, sussiste una questione centrale che colpisce in particolare gli effettivi processi decisionali e comunicativi che le forze di governo mettono in atto utilizzando i sondaggi come strumenti di conoscenza della realtà sociale che sono chiamati a governare.
La politica sembrerebbe utilizzare i sondaggi per definire le priorità, l’agenda delle policy in base alla presunta preferenza del pubblico. Quali sono le questioni che l’opinione pubblica percepisce come prioritarie e urgenti? E quali, al contrario, sono le questioni più delicate e controverse che è meglio tralasciare?
Il problema è che sempre di più la politica non utilizza i sondaggi esclusivamente per disegnare la mappa delle necessità, delle urgenze e delle criticità della società per poi uniformarvisi ed agire sulla base delle richieste che provengono dal basso, ma al contrario li utilizza per modificare l’opinione pubblica attraverso l’individuazione delle migliori strategie comunicative per far accettare idee e decisioni politiche assunte altrove.
Quello che in teoria potrebbe essere, utilizzato con la necessaria cautela, uno strumento di supporto alla politica al fine di decifrare le esigenze concrete dei cittadini, è sfruttato per meglio veicolare e far accettare i programmi. Il processo di definizione delle aree di intervento, delle priorità di governo e degli interessi più stringenti non è effettivamente di tipo button-up, ma al contrario è top-down, vale a dire di imposizione dall’alto delle decisioni e delle politiche intraprese mediante la definizione di strategie comunicative elaborate sulla base dei risultati dei sondaggi.
Lo stesso Bourdieu sostiene che il sondaggio è a tutti gli effetti, uno strumento di azione politica che si fonda sull’illusione che esista un’opinione pubblica come semplice addizione delle opinioni dei singoli. I sondaggi d’opinione, per la loro natura e perché usati da soli, non sono in grado di cogliere pienamente le dinamiche dell’opinione pubblica perché sono privi di una metodologia d’analisi adeguata a quanto vogliono rilevare.
L’opinione pubblica sintetizzata in una percentuale è un artificio necessario a dissimulare una realtà ben più complessa: l’opinione pubblica è un sistema di forze e di tensioni per rappresentare le quali non vi è nulla di più inadatto di una misurazione matematica.
In modo strumentale la politica costruisce, attraverso il sondaggio, un’opinione pubblica definita da una percentuale di maggioranza che viene utilizzata per rafforzare e legittimare la propria azione. Scrive Bourdieu: «Per dirla in modo semplice, l’uomo politico è colui che dice “Dio è con noi”. L’equivalente di “Dio è con noi” è oggi “l’opinione pubblica è con noi».
I sondaggi, percepiti dai cittadini come strumenti non politicizzati, neutrali e scientifici per esprimere le proprie opinioni e per partecipare alla vita politica, tendono a sostituirsi alle più classiche forme di intermediazione politica, in primis alla funzione di rappresentanza degli interessi e delle opinioni esercitata dai partiti. Per questo si parla insistentemente di passaggio dalla democrazia dei partiti alla democrazia del pubblico, e più in generale dalla democrazia alla “sondocrazia”, nella quale la partecipazione attiva del demos è sostituita dalla descrizione passiva delle opinioni. Per dirla con le parole di Giorgio Grossi “le scelte politiche finiscono per essere dettate, nel migliori dei casi, da presupposti approssimativi o, nel caso peggiore, da vere e proprie distorsioni procedurali che aprono la strada a scelte sbagliate – populiste, demagogiche, qualunquiste o apertamente corporative” (Giorgio Grossi L’opinione pubblica, 2004).
farefuturo
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Dopo il voto del 6 maggio
Il Regno Unito e la novità
del governo di coalizione
di Luigi Di Gregorio
Le elezioni del 6 maggio scorso hanno dato un responso quasi unico nella storia del Regno Unito. Dal 1945 a oggi, infatti, solo nelle elezioni del febbraio del 1974 era capitato che il primo partito (in quel caso il partito Laburista) non riuscisse a conquistare la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, fermandosi a 33 seggi dal traguardo. In quell’occasione si scelse l’opzione del governo di minoranza e si tornò al voto otto mesi dopo.
Questa volta, al partito Conservatore mancano 20 seggi per avere la maggioranza assoluta, ma l’opzione del governo di minoranza questa volta non sembra quella prescelta. Si sta battendo piuttosto la strada del governo di coalizione, che sarebbe, questa sì, una novità assoluta per il Regno Unito (e che costituisce in generale una formula molto rara in tutto il mondo anglosassone). Probabilmente, la scelta di tentare il governo di coalizione è dettata anche dal momento storico molto delicato che da un lato non permette governi “sospesi” e paralizzati e dall’altro può favorire – se la coalizione è trasversale – un’ottica bipartisan, utile per le grandi riforme mirate a far ripartire il paese dopo le pesanti ripercussioni della crisi globale. E l’ottica bipartisan sembra inevitabile anche per via dei numeri che l’elezione ha prodotto.
Il partito Conservatore è nettamente primo partito, sia in termini di voti che di seggi, ma pur alleandosi con le altre forze ad esso più prossime nello spazio politico (chiamiamole di “destra”) si fermerebbe a 315 seggi, ossia ancora 11 seggi sotto la maggioranza assoluta (o se vogliamo 8 seggi sotto, se si considera che i 3 deputati dello Sinn Fein non dovrebbero sedersi mai a Westminster). Dall’altra parte, anche la coalizione Lib-Lab dovrebbe aprirsi ad altri partiti e potrebbe avere la maggioranza assoluta dei seggi solo inserendo nella coalizione anche i Sociale Democratic & Labour Party e almeno il partito nazionalista scozzese (SNP) producendo così un’ampia coalizione composta da 4 partiti, con un solo seggio di maggioranza (sempre confidando nel fatto che i 3 deputati dello Sinn Fein non siederanno in Parlamento) e numerosi punti contraddittori nell’eventuale azione di governo. Inoltre, è molto difficile che i cittadini britannici possano accettare un esecutivo composto da una coalizione eterogenea da 4 partiti, peraltro col primo partito fuori dalla compagine di governo.
Dunque, la via maestra sembra quella appena intrapresa, ossia il tentativo di un governo di coalizione ridotto nel numero dei partiti, ma bipartisan dal punto di vista “ideologico”, vale a dire un governo basato sull’alleanza inedita tra Conservatori e Liberaldemocratici.
È un’ipotesi indubbiamente molto stimolante per varie ragioni. La prima è appunto legata all’inedito assoluto dei governi di coalizione nel Regno Unito. La seconda è che si tratterebbe di una coalizione trasversale, ancor più suggestiva nel paese in cui il Parlamento non è un emiciclo, bensì due tribune contrapposte proprio per chiarire chi sta da una parte e chi dall’altra. La terza ragione chiama in causa i due leader. È evidente infatti che Cameron e Clegg oggi rappresentino – non solo in senso anagrafico, essendo entrambi 43enni – il “nuovo che avanza”.
Il leader conservatore, in particolare, ha condotto un restyling dei tories molto profondo negli ultimi anni (al punto da essere preso a modello da altre destre europee) per dimostrare che anche la destra storicamente più antica e conservatrice tra le democrazie moderne possa cambiare, diventando un movimento politico in grado di fondere valori tradizionali con valori nuovi, contemporanei, riformisti: dall’economia “verde”, ai diritti civili, passando per il rafforzamento della Sanità e della Scuola pubblica, nonché dei poteri locali e delle forme di democrazia “dal basso” e chiudendo con un atteggiamento meno “euroscettico” rispetto ai leader conservatori precedenti.
Quest’ultimo punto può sembrare stridente con gli ultimi giorni di campagna elettorale in cui Cameron ha “lucrato” sulla crisi di alcuni paesi dell’area euro. Ma il capitolo sull’Europa del suo programma elettorale è molto più “soft” e inizia dicendo che i Conservatori avranno un atteggiamento “positivo e responsabile”. E in ogni caso, se il Regno Unito non è tra i Paesi che adottano la moneta unica e si è opposto agli aiuti ai paesi a rischio default, non è certo per volere dei Conservatori che non sono al governo dal 1997. Dunque, l’euroscetticismo di fondo oltre Manica decisamente non è collocabile solo a destra.
In ogni caso, tutte queste novità “programmatiche” aprono scenari possibilisti sulla coalizione inedita tra Conservatori e Liberaldemocratici. Al di là del tradizionale “posizionamento” alternativo nello spazio politico e della retorica dialettica tra destra e sinistra, i due partiti in questione – e ancor di più i rispettivi leader – non sono poi così lontani e forse oggi il ticket Cameron-Clegg è potenzialmente più vincente di quello – che peraltro non avrebbe i numeri per governare se non in una coalizione molto ampia ed eterogenea – Brown-Clegg. Ieri dopo il terzo giorno di consultazioni i due leader hanno parlato di sensazioni “molto positive”, staremo a vedere…
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Inaugura Cannes l’ultimo film di Ridley Scott, sul paladino dei deboli
Robin Hood: eroe solitario
contro l’arroganza del potere
di Cecilia Moretti
Sarà presto anche nelle sale italiane e il 12 maggio inaugurerà il festival del cinema di Cannes: sulla Croisette farà la sua comparsa Robin Hood. Quello del 2010 è Russel Crowe diretto da Ridley Scott in un kolossal che è all’incirca la trentesima trasposizione cinematografica ispirata a quest’eroe a metà tra storia e leggenda. Questa di Scott (non l’ottocentesco Walter Scott, che del paladino dei poveri è il creatore letterario) sarà sostanzialmente diversa dalle versioni precedenti, raccontando, in una sorta di prequel, soprattutto le vicende che portarono l’arciere del re Riccardo Cuor di Leone a diventare il Robin Hood che tutti conoscono. «Questo Robin Hood non è un super eroe, non indossa una cappa: è un uomo che ha visto molte cose, capisce come funziona il mondo e ci insegna qualche buona lezione», spiega Crowe e, precisa il produttore del film Brian Grazer, «è solo alla fine del film che si capisce chi davvero sia Robin: possiamo dire che la fine della nostra pellicola è l’inizio di tutte le altre realizzate sul personaggio».
Ma aldilà delle molte attese per la pellicola e delle previsioni espressamente cinematografiche, è interessante soprattutto quanto questo personaggio continui a sedurre nei secoli. Oltre gli abiti dell’Inghilterra del Duecento e delle Crociate, della foresta popolata da briganti e da signori e delle contee governate da sceriffi corrotti, lasciata la sua collocazione storica circoscritta a un tempo e a uno spazio, Hood è entrato di diritto nel pantheon dei personaggi diventati leggenda. Quelli che diventano categorie dell’anima ed elementi fondanti dell’immaginario collettivo, oltre gli steccati delle ideologie dogmatiche e di parte. «L’ideale, il sogno, le chimere non sono “traducibili” e rimandano, necessariamente, pena il fallimento, a un altro ideale, un altro sogno, un’altra chimera da seguire. Che è poi la scoperta di se stessi», ha scritto Stenio Solinas.
E il Robin Hood forse esistito e forse no, forse folletto dei boschi o forse fuorilegge con arco, frecce e un cuore molto grande e senza paura, ora è anzitutto mito. È l’uomo del coraggio e della giustizia, l’eroe solo che si batte per i deboli contro l’arroganza dei potenti. «Robin Hood è il ribelle a una autorità fittizia, non è un campione di libero arbitrio, la sua reazione è legittimista. È contro Giovanni Senza Terra, che è inetto e cattivo, ma agisce nel nome del buon Re Ricardo. Che poi era un criminale. Robin Hood agisce come De Maistre insegna, in nome di un ordine cosmico superiore. È mitologia, una leggenda antropologica» spiega lo storico Franco Cardini; «vive al limitar della foresta e si carica di un decisionismo che sopperisce alla mancanza di ordine costituito, al vuoto che crea ingiustizia» afferma il giornalista e scrittore Pietrangelo Buttafuoco.
C’è chi lo ha detto fascista e chi lo vuole no-global, ma, tentativi di etichettatura e accaparramento a parte, Robin Hood è anzitutto icona di colui che è sempre e comunque dalla parte dei ribelli contro la sopraffazione arrogante, a fianco dei deboli e degli oppressi per una concezione del potere visto solo come servizio, mai come fine ultimo dell’azione politica. Robin Hood, dunque, come l’eroe del popolo e per il popolo, che forgia l’immaginario e dall’immaginario è forgiato: il paladino puro di cuore e coraggioso che si contrappone ai potenti per difendere i deboli, ruba ai ricchi per dare ai poveri, aiuta i bambini bisognosi e le donne in difficoltà.
Robin Hood come Sandokan e Zorro. Dick Fulmine e Don Chisciotte. Come Tex Willer e l’Uomo Ragno e anche come Cola di Rienzo, Masaniello, Ghino di Tacco e tutti gli eroi romantici che idealmente ci liberano dai difetti e dai guai nazionali, accompagnandoci nella perenne ricerca di un possibile riscatto. Un’immagine capace di commuovere e affascinare. E addirittura cancellare la sconfitta. Viene da pensare anche al Che Guevara raccontato da Ludovico Incisa di Camerana in I ragazzi del Che. E al compito impossibile che il Che chiese a una giovane generazione della classe media latinoamericana: «la mobilitazione delle masse e la formazione di un esercito rivoluzionario. Una minoranza ha aderito al suo appello, in molti casi senza credere in una possibilità di vittoria, ma cedendo al fascino delle cause perdute, delle imprese senza speranza, della bella morte, lo stesso fascino che nell’Ottocento ha attirato i fratelli Bandiera e poi i 300 di Carlo Pisacane a sbarcare in Calabria, i bersaglieri lombardi e lo stesso Garibaldi alla difesa della Repubblica romana, e nel Novecento ha provocato l’inutile e sanguinosa rivolta dei patrioti irlandesi nella Pasqua del 1915 a Dublino, i Freikorps in Germania, la Guardia Bianca in Russia e ancora l’avventura di D’Annunzio». È la forza dell’ideale batte quella dei numeri.
farefuturo
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L’inizio di una Rete libera in libero Stato
La voglia di politica vera
che invade il web
di Rachele Zinzocchi
Qui Generazione Italia. Qui. Ormai possiamo dirlo. Generazione Italia, pietra dello scandalo per politici e politologi, ormai «è qui». Tanto “reale” quanto “digitale”, tanto “digitale” quanto “reale”: viva e già ruspante sul territorio. “Generazione Italia Network”: Rete sul web, «trasparente, sincero» – come Bocchino l’ha definito nel suo recente video-messaggio – Rete sul territorio. I valori? Semplici ma decisivi. Legalità, lotta alla corruzione, democrazia, ascolto rispettoso e partecipativo delle minoranze, per risolvere i problemi della gente: crisi economica, sociale, occupazionale.
Risibili appaiono le rincorse per dire «chi è stato il primo sul web», le rivendicazioni di primogenitura: anche per i circoli, da tanti criticati ma al contempo reclamati come propria creatura. Niente polemiche però: «qui» si è sempre «per», mai «contro». E poi: come si è arrivati «qui»?
La storia del parto di una creatura che, in poco più di un mese, ha mosso migliaia di persone, mostra che di far politica vera c’è una voglia quasi inattesa. Purché si faccia Rete. A metà marzo Feltri brucia tutti anticipando la nascita di GI il 1° aprile. Stesso giorno, guarda caso, il premier esordisce su Facebook: dopo innumerevoli servizi tg a pranzo e cena, guarda caso quasi sempre sulle presunte criticità dei social media. Fatalità singolare. Italia Oggi si chiede: «Solo coincidenza o si voleva rubare la scena (internettiana stavolta) al cofondatore?». Già da tempo invece Fini aveva manifestato il suo sostegno al web, sottoscrivendo anche “Internet For Peace-Nobel 2010 Candidate” e definendo il web l’11 marzo «strumento di libertà e di conoscenza», «diritto fondamentale dell’uomo».
Dal web, nel web, per il web. Questa è GI, che fra le “doglie del parto” già vedeva 3.000 fan su Facebook, followers crescenti su Twitter e YouTube. In 10 giorni 7.000 gli amici su Fb, 20.000 gli accessi al sito e 60.000 le pagine lette. Anzitutto in Rete GI è cresciuta: tra il popolo di Facebook, la gente del mondo 2.0, che null’altro è se non il mondo “reale”, donne e uomini di questo paese. In questo senso a metà aprile il «partito di Fini» era già nato, «virtuale su Facebook». L’inizio, forse, di una «libera Rete in libero Stato». Ma proprio perciò il popolo “digital-reale” chiamava. A quelle idee condivise voleva dare corpo e sangue, carne e ossa.
Il 12 aprile Bocchino rassicura sull’imminente arrivo di info ufficiali su adesioni e creazione di circoli. Il finimondo si scatena. Migliaia i messaggi entusiastici, impazienti, che ogni minuto si accumulavano in posta o in bacheca. E a poco serviva pregare «di attendere, pazientare ancora un poco». A cercare Generazione Italia su Fb, c’era da perdersi: GenerazioneItalia Napoli e Provincia, GenerazioneItalia Salerno, o Brindisi, Umbria, Lecce, Padova, Barletta, Rimini, Vicenza, Bergamo, Palermo, Altamura, Brescia, Vincenza, Genova… Nulla in confronto ai “Darfo Boario Terme”, “Casteldaccia” o “Pofi” seguiti poi! Gruppi spontanei che, mentre scalpitavano su sito e profili con richieste non più contenibili, postavano foto di Fini stile Obama con scritte Progress, Change, Hope. E in tanti ripetevano, come un inno, «Qui o si rifà l’Italia o si muore».
L’”epurazione” di Bocchino si trasfigura nell’inizio del cammino vero. Tre maggio: il presidente della Camera, in un video-messaggio su sito e canale YouTube, lancia Generazione Italia su territorio, con «tanti circoli volontari», fatti di «partecipazione e passione». «La Rete è la più grande rivoluzione degli ultimi tempi, garanzia assoluta di libertà», dice Fini. Così il network si fa davvero social: su web e in regioni, province, città. Congiuntamente: digitale e reale pari sono.
Risultato? Il sito – per Fini piacevolmente «affollato» – va in tilt. Quasi 130.000 gli accessi unici, 383.000 le pagine viste, 512.000 le “azioni” effettuate. A sera la Pagina Fb era al record di 10.000 fan. Ventiquattro ore dopo altro record: 11.000 fan. Un’altra manciata di ore e si arriva a 12.000: oltre 12.500 a oggi, con 600 amministratori locali aderenti all’appello «Io sto con Fini». In rete partono i tormentoni dei «poveri 4 gatti finiani»: «44 gatti, in fila per 6 col resto di 2, si unirono compatti e diventarono… 12.000! A 20.000 andiamo da Feltri: preparate baffi e coda…».
Il “popolo di GI” non si contiene più. Come? Quando? Dove? Il 6 maggio ecco la risposta. «Aderisci a Generazione Italia», si legge sul sito: istruzioni per aderire e creare circoli territoriali, tematici o virtuali sul web. Il tutto come da cartina dell’Italia cliccabile, con info regione per regione.
Da lì parte una raffica di iscrizioni personali, orgogliosamente dichiarate in bacheca, e un vero recruiting di altri iscritti nella propria zona, con esortazioni mitraglianti a aderire: in una sana competizione a chi costituisse il primo circolo. E se digitale e reale vanno di pari passo, GI su Facebook si clona: dalle sue costole nascono altre 20 Pagine ufficiali, una per regione. In quelle ore gli utenti infervorati vedono, chiedono la pagina della loro regione. E se non la trovano c’è sempre chi ne dà pronto link.
Mentre la (Generazione) Italia veniva così “fatta” anche su Facebook, con elenco link a ogni pagina regionale, mentre si moltiplicavano iscritti e gruppi spontanei per fare Rete, l’ultimo video di Bocchino sabato sanciva la nascita di “Generazione Italia Network”: «Rete sul web trasparente e sincero, Rete su territorio».
Solo nella condivisione è ricchezza. Se GI continuerà a “essere” democrazia orizzontale e partecipata, come da mission, sarà ricchezza: la produrrà. Per il web e anche, magari, per il paese.
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Ahmadinejad. Nuovo show contro l’Occidente
di Matteo Gualdi
gualdi@ragionpolitica.it
E’ andato in scena a New York, alla Conferenza internazionale sul Trattato di non proliferazione nucleare (NPT), il nuovo delirante show di Mahmoud Ahmadinejad. Ancora una volta il presidente iraniano ha approfittato dello spazio concessogli dalle Nazioni Unite per lanciare i consueti strali nei confronti dell’odiato «regime sionista» e dei suoi sodali occidentali, Stati Uniti ed Europa in testa. In materia di nucleare le idee del presidente iraniano sembrano chiare: occorre «smantellare gli arsenali nucleari presenti nelle basi militari degli Stati Uniti e dei suoi alleati in altri paesi, inclusi Germania, Italia, Giappone ed Olanda». La minaccia, infatti, secondo il governo di Teheran, viene innanzitutto da Washington, che «per prima ha prodotto ed usato armi atomiche» e che «continua ancora a minacciare l’uso di tali armi contro altri paesi». Non solo: anche «un altro paese in Europa ha fatto una minaccia simile sotto falsi pretesti alcuni anni fa ed anche il regime sionista minaccia considerevolmente gli altri paesi mediorientali».
Evidentemente, per Ahmadinejad, la miglior difesa è l’attacco. E così, anziché ammettere le proprie colpe in merito alle continue violazioni del Trattato di non proliferazione e delle regole dell’AIEA, preferisce attaccare l’Occidente, dimostrando che le belle parole e gli sforzi di Obama per ridurre l’arsenale statunitense non hanno minimamente impressionato gli ayatollah. Ancora una volta il presidente iraniano ha ribadito che il suo paese non ha alcuna intenzione di bloccare il proprio programma di sviluppo nucleare, e per evitare possibili equivoci lo ha ripetuto il giorno, dopo durante una conferenza stampa al Palazzo di Vetro dell’ONU, con una dichiarazione assolutamente cristallina: «Se mai il Consiglio di Sicurezza dovesse varare nuove sanzioni nei confronti dell’Iran, Teheran continuerà la propria politica nucleare ed i rapporti tra Iran e Stati Uniti non miglioreranno mai più».
Insomma, nessuna illusione: non sembra che con le buone ci sia speranza di dissuadere Teheran dal proprio intento. Eppure, nonostante tutto, una cosa sensata il presidente iraniano l’ha detta: il Trattato di non proliferazione, e la relativa conferenza quinquennale, hanno fallito nel loro intento. Peccato che le ragioni del fallimento non siano quelle addotte da Ahmadinejad, ma quelle lucidamente descritte da Bret Stephens sul Wall Street Journal: dopo la caduta del muro il NPT ha fallito perché tratta alla stessa maniera tutti i paesi, senza riguardo per la natura del loro governo. Trattare tutti i paesi allo stesso modo non ha assolutamente alcun senso, perché quando si parla di potenze nucleari bisogna distinguere tra democrazie e dittature, tra minaccia e sicurezza, tra difesa ed attacco. Se non si effettua questo tipo di distinzione si pongono sullo stesso piano paesi come Stati Uniti ed Iran, Francia e Corea del Nord, Cina e Gran Bretagna, ecc… Non considerare la natura dei governi nelle mani dei quali si trovano, o si potrebbero venire a trovare, armi atomiche, significa voler ignorare il vero nocciolo del problema. Significa, soprattutto, ignorare che da tempo siamo entrati in quella che Andrew Krepinevich, direttore del Center for Strategic and Budgetary Assessments, chiamò «seconda era nucleare», nella quale il concetto di deterrenza non può dare alcuna garanzia di funzionamento. Nel mondo post guerra fredda «i leader dei nuovi Stati nucleari non calcolano i costi ed i benefici di un attacco nucleare come fanno gli Stati Uniti e l’Occidente». Non tenere conto di questo aspetto significa sottovalutare il problema e contribuire a far precipitare il mondo in un possibile olocausto nucleare.
Al di là dei buoni propositi, occorre operare tenendo conto della realtà in cui certe decisioni devono essere prese, non prenderle come se si vivesse in un mondo ideale. Il Trattato di non proliferazione è nato circa quarant’anni fa, in un’epoca molto diversa dal mondo moderno. Sarebbe bene prendere atto di questa verità e riformare il Trattato affinché possa proteggere il mondo dai pericoli nucleari per altri quarant’anni e possibilmente oltre.
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La Conferenza di Cochabamba in difesa dei Diritti della Madre Terra
di Laura Pavesi
Fonte: Terranauta
La Conferenza Mondiale dei Popoli sul Cambiamento Climatico e i Diritti della Madre Terra, tenutasi ad aprile in Bolivia, ha risposto al vertice di Copenaghen sul clima redigendo la Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra e chiedendo l’istituzione di un Tribunale Internazionale per la giustizia climatica e ambientale e la creazione di un nuovo sistema economico globale.
Il presidente boliviano Evo Morales Ayma (Foto: ABI)“Oggi, la Madre Terra è ferita e il futuro dell’umanità è in pericolo” (“Hoy, nuestra Madre Tierra está herida y el futuro de la humanidad está en peligro”): con queste parole si è aperta la dichiarazione finale della Conferencia Mundial de los Pueblos sobre el Cambio Climático y los Derechos de la Madre Tierra che si è svolta a Cochabamba e a Tiquipaya, in Bolivia, dal 19 al 22 aprile 2010. Fortemente voluta dal presidente boliviano Evo Morales Ayma quale risposta dei paesi in via sviluppo alla Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico tenutasi a Copenhagen nel dicembre 2009, la conferenza ha visto la presenza di popoli indigeni e originari provenienti da tutto il mondo, scienziati ed esperti, governi e istituzioni, attivisti e di tutti coloro che sono impegnati nella difesa del nostro pianeta – tra gli altri anche Adolfo Pérez Esquivel, Vandana Shiva, Miguel D’Escoto, Naomi Klein e François Houtard.
Il convegno internazionale boliviano, al quale hanno partecipato più di 200.000 persone, ha dichiarato “illegittimo” il documento conclusivo della Conferenza di Copenhagen (il cosiddetto Copenhagen Accord), perché permette ai paesi industrializzati – cioè a coloro che continuano ad inquinare il pianeta – di contrattare la riduzione di emissioni nocive ricorrendo ad impegni volontari e non vincolanti.
La Conferenza di Cochabamba, in maniera condivisa, ha ritenuto inaccettabile il principio che un gruppo ristretto di paesi prenda decisioni su temi come il clima e l’ambiente, che interessano tutti i popoli della terra. I partecipanti hanno risposto al summit di Copenhagen con la stesura dell’Accordo dei Popoli (Acuerdo del los Pueblos ), il documento finale che contiene tutte le proposte condivise emerse dai 17 gruppi di lavoro, e con la redazione della Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra.
L’Accordo dei Popoli parte dal presupposto che, per poter affrontare il problema del cambiamento climatico, è necessario “riconoscere la Madre Terra come fonte di vita e creare un nuovo sistema basato sui principi di : armonia ed equilibro di tutti con il tutto; complementarietà, solidarietà ed equità; benessere collettivo e soddisfazione dei bisogni fondamentali di tutti, in armonia con la Madre Terra; rispetto dei Diritti della Madre Terra e dei Diritti Umani; riconoscimento dell’essere umano per ciò che è e non per ciò che ha; abolizione di ogni forma di colonialismo, imperialismo ed interventismo; pace tra i popoli e con la Madre Terra”.
La Conferenza di Cochabamba, in maniera condivisa, ha ritenuto inaccettabile il principio che un gruppo ristretto di paesi prenda decisioni su temi come il clima e l’ambiente, che interessano tutti i popoli della terra (Foto: ABI)Tra le istanze contenute nell’Accordo dei Popoli, che i paesi in via di sviluppo indirizzano all’ONU e ai paesi industrializzati, spiccano :
- il riconoscimento del debito climatico dei paesi ricchi verso i paesi più poveri e il riconoscimento di tale debito climatico come parte di un debito più grande che essi hanno contratto con la Madre Terra;
- l’assunzione di responsabilità, da parte dei paesi industrializzati, delle centinaia di milioni di esseri umani che sono e saranno costretti a migrare a causa del cambiamento climatico;
- il ripensamento dell’agricoltura come produzione sostenibile ed ecologica, secondo i modelli contadini e indigeno-originari, e la tutela della sovranità alimentare, intesa come diritto dei popoli al controllo delle proprie sementi, terre, acque e produzioni alimentari in armonia con la Madre Terra;
- la creazione di un tribunale internazionale per la giustizia climatica e ambientale, al quale partecipino tutti i paesi membri dell’ONU, nessuno escluso;
- la promozione di un referendum mondiale (o plebiscito o consulta popolare) sul cambiamento climatico, nel quale tutti i popoli della terra vengano ascoltati e presi in considerazione, affinché le soluzioni al problema siano condivise.
Ora, l’Accordo dei Popoli è stato appena consegnato alle Nazioni Unite e, nelle prossime settimane, verrà trasmesso anche al governo spagnolo, in quanto presidente di turno dell’Unione Europea. Evo Morales Ayma, accompagnato da una delegazione formata da esperti dei cinque continenti che hanno partecipato alla Conferenza di Cochabamba, ha consegnato a Ban Ki-Moon anche la Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra, chiedendone l’applicazione in tutti i trattati internazionali. In essa si richiamano, tra gli altri, i seguenti diritti inviolabili della terra:
- il diritto di vivere e di esistere;
- il diritto di essere rispettata;
- il diritto di rigenerasi secondo la propria bio-capacità e di continuare a farlo secondo i propri cicli e processi vitali, libera da manipolazioni umane;
- il diritto di mantenere la propria identità ed integrità, costituita da esseri viventi tra loro differenziati, auto-regolamentati e inter-dipendenti tra loro;
- il diritto all’acqua in quanto fonte di vita;
- il diritto all’aria pulita;
- il diritto alla salute globale;
- il diritto di essere libera da avvelenamento e inquinamento, da rifiuti tossici e radioattivi.
- il diritto di non essere modificata geneticamente né alterata nella propria struttura, di non subire minacce alla propria integrità o al proprio funzionamento vitale e alla propria salute;
- il diritto ad un risarcimento totale ed immediato dei danni causati dalle attività umane in violazione dei diritti contenuti nella presente Dichiarazione.
Il summit boliviano ha ribadito, inoltre, che la priorità assoluta della prossima Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (UNFCCC-COP16), che si svolgerà a Cancún dal 29 novembre al 10 dicembre 2010, dovrà essere la rettifica del protocollo di Kyoto per il periodo 2013-2017, che obbliga i paesi sviluppati a ridurre le emissioni inquinanti di almeno il 50% rispetto ai livelli dell’anno-base 1990.
A conclusione dei lavori, Evo Morales Ayma ha anche dichiarato: “Siamo di fronte ad una battaglia epocale: dobbiamo persuadere i governi dei paesi industrializzati che devono farsi carico della problematica del clima. Se non saremo ascoltati, in ultima istanza, dovremo organizzarci su scala mondiale, per ottenere che le decisioni dei governi e dei popoli di tutto il mondo, nessuno escluso, siano ascoltate e rispettate”.
Per questo motivo, tutte le realtà presenti a Cochabamba si sono date appuntamento in Messico a fine anno, per monitorare da vicino i lavori del COP16 e per riaffermare le istanze contenute nell’Accordo dei Popoli, consapevoli che si tratterà di un passaggio cruciale nel cammino verso la giustizia climatica.
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E intanto i greci facoltosi investono…a Londra
di Marcello Foa
Fonte: il giornale
I mercati festeggiano l’accordo di questo week-end con rialzi record. Tiriamo tutti un sospiro di sollievo, anche se sarei prudente sull’impatto di lungo periodo. Basta questo pacchetto di aiuti per placare la bufera? Ne dubito…
Intanto però i primi a non credere alla possibilità di una rinascita della Grecia sembrano essere proprio i greci, perlomeno quelli ricchi. Come ha rivelato ( http://www.bloomberg.com/apps/news?pid=email_en&sid=agsLHq6luhik ) l’agenzia Bloomberg, i miliardari greci stanno comprando case a Londra. Il fenomeno è così imponente da determinare un consistente aumento dei prezzi delle abitazioni di lusso (quelle oltre i 2 milioni di sterline). Quel che non è chiaro è se si tratti di un investimento cautelativo in tempi di crisi o se segnali un esodo da Atene verso Londra.
Qualche tempo fa proposi, citando Giovanni Barone-Adesi, il raffronto tra la situazione attuale e la Rivoluzione francese. Questa fuga di capitali e/o di persone dalla Grecia rafforza quella impressione. Ad Atene ci sono già stati tre morti, le proteste di piazza non si fermano. Storicamente quando le classi piu` agiate fuggono di solito il peggio deve ancora arrivare…
O sbaglio?
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25 miliardi di calci in bocca
di Carlo Bertani
Fonte: Carlo Bertani
E’ stata passata come una noterella a margine del gran tourbillon greco, un modesto “aggiustamento” dei conti pubblici italiani – se s’ha da fare, si fa… – perché la crisi…i conti…la congiuntura economica…il riequilibrio…l’Europa…le agenzie di rating…
Ma sono 25 miliardi di euro. Forse, il numero “50.000 miliardi di lire” farebbe più effetto, ma oramai non si può più ragionare in lire: troppo diverso il potere d’acquisto reale, le retribuzioni, la struttura stessa della società italiana, ecc.
Il piccolo numeretto, però, è una di quelle quantità che mettono i brividi.
Tremonti, si sa, vive nel suo studio e, calcolatrice alla mano, dovrà cercare di far quadrare conti che non hanno più quadratura perché è considerato da Berlusconi soltanto un “magico contabile”, colui che in qualche modo dovrà rimettere le cose a posto. Che non ha, però, voce in politica, ossia nella programmazione economica del Paese, nelle scelte che contano: fai bene i conti e taci, più volte Berlusconi ha ammesso che Tremonti lo “infastidisce” con il suo rigore, però non ne può fare a meno.
Qui, appare in tutta la sua tragicità il limite dell’uomo di Arcore: vede l’Italia soltanto come un’azienda. Basta mettere gli uomini giusti nei settori chiave dell’amministrazione, poi il business va avanti da solo: troppi anni, trascorsi in una posizione di privilegio – quasi un monopolista, sin dai tempi di Craxi e dei vari “decreti Berlusconi” per favorirlo – lo hanno forgiato a credere che la gestione dello Stato sia solo una questione di bilancio (da affidare, appunto, all’uomo “dei conti”) per dedicarsi alla conquista del suo “azionariato” elettorale.
Il solito pudding di sondaggi, numeri, affermazioni…la politica è soltanto una ricerca di mercato, nient’altro, l’Italia una S.p.A. (che dovrà, prima o dopo, portare i libri contabili in Tribunale).
Così, Giulio Tremonti si è trovato – solo – ad affrontare l’audizione parlamentare nella quale doveva comunicare ai deputati quali fossero le sue linee d’intervento per risolvere il problema: a dire il vero, era in “scarsa compagnia”, giacché ad ascoltarlo c’erano soltanto 58 deputati, meno del 10%.
C’è stato un possente clamore su tutti i media per quel disinteresse, quel fregarsene di comunicazioni così importanti e decisive per il futuro del Paese: ai più – anche se il momento, solo per la sua gravità, avrebbe richiesto almeno una presenza per “educazione istituzionale” – è sfuggita la vera ragione di quelle assenze.
In realtà, Tremonti poco aveva da dire, poco ha detto e poco ha lasciato intendere: la solita solfa che tutto è a posto…il consueto sciorinare dati sul futuro (che, poi, se saranno diversi…chi lo ricorderà?)…l’inflazione sotto controllo (e chi compra più niente, con i chiari di luna che ci sono?)…la pressione fiscale che scenderà (per salire quella degli enti periferici): insomma, non proprio un “tutto va bene, madama la marchesa”, ma solo “qualcosa va, dove non si sa, ma va.” Il che, non ha proprio sollecitato i parlamentari (che già sapevano) a correre ad ascoltarlo.
Quei 25 miliardi di euro, che Tremonti dovrà far saltar fuori in un biennio – l’1,6% del PIL – ci sembrano, però, una goccia che può far tracimare il vaso delle sempre più fibrillante politica nazionale. Perché non sono una “goccia”, sono in realtà un bicchiere bello colmo, che dovrà scovare in un panorama economico asfittico per varie ragioni.
La prima – e più importante – è la mancanza di una politica economica: per Berlusconi, i vari Ministri sono soltanto dei prestatori d’opera. Fissato un obiettivo e stabilita la prassi per raggiungerlo, il compito dei vari Scajola, Brunetta, Matteoli e via discorrendo è soltanto quello di rispettare i vincoli di bilancio imposti da Tremonti e di fornire un quadro che sia spacciabile, sotto l’aspetto pubblicitario, come il meglio su piazza. Ancora l’impostazione aziendale.
La seconda è di natura internazionale: Silvio Berlusconi ha cercato più “sponde” in politica internazionale, quando ha compreso che l’avvento di Obama gli avrebbe precluso quella “familiarità” della quale godeva con la precedente amministrazione. Addirittura la provocazione di Gheddafi.
Vorrei precisare che fui fra i primi a porre dei dubbi sulla “rivoluzionaria” figura di Obama, e questo in tempi non sospetti: lo raccontavo il 6 Gennaio del 2008, quando era ancora in corsa per la presidenza la Clinton in “Uomo della Provvidenza o Cavallo di Troia?” [1]
Oggi, l’attacco all’Europa di Obama (le modalità dello stesso sono irrilevanti: le servili agenzie di rating, le vendute burocrazie europee, ecc) si è materializzato colpendo, ovviamente, gli “anelli deboli” ed è riuscito a riportare l’euro ad un cambio intorno ad 1,25 – ossia a quello che già avevo indicato nel 2003 in “Europa svegliati!” [2] – come un rapporto credibile di cambio che teneva conto delle reali potenzialità e differenze fra le due aree economiche.
Soprattutto – e qui bisogna “tirare le orecchie” ai fautori dei “numeri” come soli indicatori economici – per il diverso approccio al risparmio fra i due continenti: il dato che più faceva (e fa) paura negli USA è l’inveterata tendenza a spendere più di quel che si ha. Altro che risparmiare.
Alla lunga, il meccanismo – così ben “oliato” dal sistema statunitense delle carte di credito, del “think pink”, della pubblicità osannante, del “sogno americano” da realizzare ad ogni costo, ecc… – si è rivelato una trappola irta d’aculei, che ha obbligato il sistema ha creare quel mostro dei mutui truccati. Sostanzialmente, un modo per creare ricchezza dal nulla e far pagare, dopo, lo scotto alla collettività planetaria, come avevo indicato nel Settembre del 2008 ne “Il crepuscolo degli Dei” [3].
Il mutato rapporto di cambio allontanerà, per gli USA, lo spettro della concorrenza dell’euro come moneta per gli scambi internazionali: ho assistito in silenzio, per anni, a tanti sproloqui su fantomatiche nuove monete e nuovi assetti “mondialisti”. Oggi, questa crisi riporta in auge la realtà: gli USA sono ancora i padroni del Pianeta e lo saranno ancora per molto, seppur in una inevitabile fase calante. Ricordiamo il discorso d’insediamento di Obama: “Noi non negozieremo mai il nostro stile di vita”. Lo negozino, per noi, i greci, che hanno un debito risibile, pochi spiccioli se confrontati con la voragine statunitense.
Non ci sarà, inoltre, nessun (o scarsissimo) vantaggio dalla svalutazione dell’euro per l’economia europea (e, soprattutto, italiana), giacché una svalutazione del 15-20% non intacca minimamente le potenzialità della Cina e delle economie asiatiche nella produzione dei beni di consumo: anche con l’euro ad 1,25 sul dollaro, nessuno può sognarsi di fare concorrenza a chi vende un computer per 100 dollari (o meno).
Se, un tempo, una svalutazione dell’euro avrebbe favorito le merci europee negli USA, oggi dobbiamo riflettere che la gran parte della popolazione americana non ha nemmeno più gli occhi per piangere. Figuriamoci entrare all’emporio Armani o pasteggiare con il Brunello.
Qualche chance in più l’avrà chi produce la nuova tecnologia energetica – in Europa, soprattutto la Germania – mentre l’Italia, con i suoi “sogni nucleari”, è e rimane al palo nonostante la generosa creatività dei suoi ricercatori e dei suoi ingegneri.
L’unica vera differenza la scopriremo ai distributori di carburanti i quali, anche con il petrolio in calo, acquisteranno in dollari e ci presenteranno il conto in euro svalutati.
Ritornando a bomba, su quei 25 miliardi che Tremonti dovrà far saltare fuori dal cappello nei prossimi due anni, possiamo concludere che non ci sono concrete speranze di un’inversione di tendenza per l’economia reale italiana, ossia di una sua maggiore affermazione sui mercati mondiali. Da noi, si chiude perché gli archibugi non interessano più a nessuno e sul piano internazionale non godiamo di grandi appoggi: Russia a parte, ma vatti a fidare di Putin.
Questa è l’economia reale italiana, un luogo dove le aziende chiudono per la mancanza di una vera politica economica, per il passo “stratosferico” raggiunto dalla commistione fra i boiardi di Stato e la classe politica: la nota vicenda legata a Bertolaso, Anemone e Scajola è sintomatica per comprendere il fenomeno non tanto sotto l’aspetto delle corruttele, quanto sulla negazione e sottovalutazione degli aspetti dell’economia reale.
Insomma, se con qualche tangente e qualche “massaggio” riesco a costruire tot metri cubi, pur pagando le dovute tangenti, in fondo ho incrementato il PIL…che male ho fatto?
Ho, praticamente, costruito sulle sabbie mobili, poiché quei milioni di metri cubi di cemento non costituiscono niente sotto l’aspetto della reale politica economica: sono, soltanto, l’estremo tentativo di rimediare alla sua mancanza “drogando” il PIL con una “iniezione” di cemento. Un embolo assicurato: se non ci credete, leggete “La guerra di Cementland” [4].
Come ben sappiamo, servono poi i “supporti” per addolcire la pillola: la stampa, l’informazione diventa il luogo dove – ad ogni inizio d’anno – s’ammansiscono previsioni rosee [5] sull’economia e sulle esportazioni per poi, quando giungono i dati reali (e basta con queste previsioni! Ci azzeccava di più Nostradamus!), certificare il fallimento delle “scientifiche” previsioni. [6]
La crisi economica, data per “finita” un po’ troppo presto, sta oggi mostrando i suoi effetti sui conti pubblici: un miliardo in meno d’entrate tributarie nel solo primo trimestre del 2010! [7]
Le domande che ci poniamo sono: dove troverà Tremonti quella montagna di soldi? Sarà lui a doverli trovare? Per una simile operazione, dovranno anche cambiare capoccia? Riusciremo a scapolare il “rischio Grecia”?
Per comprendere la gravità della situazione, riflettiamo che la cosiddetta “riforma Gelmini” – in realtà una serie di tagli concordati da Tremonti e Brunetta e controfirmati dalla neo-mamma, che darà il colpo finale alla scuola italiana – prevede 7,8 miliardi di “risparmi”. Sì, ma in cinque anni.
Fu pianificata per bilanciare l’abolizione dell’ICI per i redditi più elevati (per una fascia più bassa già l’aveva eliminata Prodi): questo, per dire che quei soldi sono già previsti a bilancio, così come i proventi della “tassa sulla malattia” – a nostro avviso incostituzionale: opposizione, dove sei? – imposta ai pubblici dipendenti, un introito che s’aggira sul miliardo l’anno. Già, ma questo è il passato.
Vorrei segnalare ai lettori queste premesse, poiché è difficile pensare ad ulteriori “suzioni” dai pubblici dipendenti: la ragione non è da ricercare in un improvviso afflato d’amore di Brunetta per i suoi “dipendenti”, quanto per i riflessi che avrebbe sulla domanda interna, già al lumicino. Potranno sì aggiungere qualche “taglio”, ma nulla che sia significativo per quella montagna di soldi da scovare.
In Grecia, da un paio di mesi, hanno iniziato a “sforbiciare” le pensioni, operando in modo proporzionale: circa 200 euro – tanto per capire l’ordine di grandezza – su pensioni medio-alte. E’ percorribile, in Italia, una simile proposta?
Teoricamente sì, praticamente farebbe saltare il banco: è prassi consolidata, in Italia, che le pensioni non si toccano. Perché? Poiché nessuno – in un quadro dove un (qualsiasi) governo è votato da circa 30 italiani su 100 – può permettersi un simile azzardo, farebbe “impazzire” quella base elettorale consolidata che è l’unica ancora fedele alla politica. Un patto di ferro: tu non tocchi e noi votiamo, difatti le punte d’assenteismo sono fra i giovani.
Altro, possibile scenario, è compiere quella “riforma” che Prodi annunciò – e che gli fece perdere milioni di voti – ossia portare la tassazione sulle rendite (vari buoni: BOT, CCT, Poste, ecc) dal 12% al 20% com’è nel resto d’Europa.
Anche qui, però, ci sarebbe da attendersi una “rivoluzione elettorale”, poiché i possessori di questi titoli sono dispersi fra la popolazione, ricca o meno, Nord e Sud, destra e sinistra. Difatti, Prodi rinunciò.
Per la stessa ragione, non si può fare un’altra controriforma delle pensioni, poiché non è possibile farne una ogni due o tre anni. Già c’è l’accordo – felicemente controfirmato da UIL e CISL, grandi difensori dei lavoratori! – per legare l’età della pensione all’aspettativa di vita! E poi, questo vale solo per una parte dei lavoratori: i giovani non hanno quasi più accantonamenti pensionistici!
Insomma, sul piano degli interventi “politici” c’è oramai poco da raschiare senza compromettere la propria base elettorale: Berlusconi mai farà pagare le tasse a chi non le paga, mai farà una seria riforma degli Studi di Settore, poiché il “popolo delle partite IVA” è il nocciolo duro del suo elettorato (e della Lega).
In egual modo, è improbabile un intervento sui dipendenti privati (soprattutto gli operai) poiché la Lega ha oramai in pugno l’elettorato che fu del PCI, mentre l’attuale “maretta” fra Fini, parecchi ex AN e Berlusconi riguarda proprio il “trattamento” riservato da Brunetta ad una consistente parte della base elettorale che fu di AN, ossia il pubblico impiego, soprattutto al Sud.
Più probabili degli interventi di tipo finanziario: già nella scorsa Finanziaria, ci fu il prelievo di 3,5 miliardi di euro dal fondo TFR dell’INPS per destinarli alla spesa corrente. Attenzione, alla spesa corrente, non in quella in conto capitale: cosa mai avvenuta in passato.
Questo è un precedente importante, poiché potrebbe schiudere la via ad interventi sulle altre casse previdenziali (INPDAP, ad esempio, ma anche altre) oppure sulla Cassa Depositi e Prestiti, che è finanziata in larga parte con il risparmio postale. La trasformazione delle Poste, da sistema di trasporto a banca, non è stata casuale.
Giocando, come le banche, sulla certezza che solo una piccola parte del denaro depositato viene movimentato, qualcuno potrebbe pensare d’impadronirsi – ovviamente come “prestito” – dei soldi depositati sui libretti postali. Una sorta di consolidamento del debito. E, una vocina che vaga per l’aria, ci dice che Tremonti ci sta meditando.
D’altro canto, la nomina di Massimo Varazzani alla presidenza dell’ente, portò proprio il suggello di Tremonti [8].
Un simile intervento, però, sarebbe di ben altro livello rispetto alla consueta prassi della Cassa – i soldi prestati ad Alemanno per Roma vengono da lì, ma sono centinaia di milioni, non decine di miliardi – e potrebbe ingenerare qualche “mal di pancia” se non, addirittura, la fine di quella “cassa a basso costo” che da sempre è la Cassa Depositi e Prestiti.
C’è sempre, inoltre, la dismissione e la vendita ai privati del patrimonio immobiliare degli Enti Locali e dello Stato (il precedente governo, già s’era “mangiato” quello militare): anche qui, però, il “passaggio” rivela alcune “strettoie”.
Ammesso e non concesso che possa essere “cartolarizzato” quel patrimonio – giungeremo a venderci la Fontana di Trevi? – le operazioni di privatizzazione, in Italia, ben sappiamo che vanno ad arricchire i soliti noti e portano solo le briciole nel bilancio. Quando, addirittura, un Ministro si dimette “per capire chi gli ha dato 900.000 euro per comprar casa” c’è da fidarsi, come no.
In definitiva, ciò che Tremonti ha in mente è probabilmente un piano finanziario su due fronti: Cassa Depositi e Prestiti e patrimonio immobiliare, sempre che la frittata riesca con il buco e senza sporcar troppo la cucina.
E qualora la frittata finisse a terra?
Beh, in quel caso sarebbe il Governo a farne le spese, inevitabilmente, perché sarebbe necessario “toccare” quei settori di cui sopra, che scatenerebbero l’anarchia elettorale.
Una piccola voce che mi colpì, nella disfida fra Berlusconi e Fini, fu l’invito alla prudenza che Gianni Letta – del premiato studio associato “Letta&Letta” – quasi accoratamente rivolse a Berlusconi.
Attenzione – disse Letta – non sottovalutare che, proprio in questi giorni, Luca di Montezemolo ha abbandonato la presidenza della FIAT e non ha più incarichi rilevanti in Confindustria. Come a dire: occhio, che quello – da domani – è libero battitore.
Quella notiziola, potrebbe rappresentare le fondamenta per un “piano B”, che veda il “banco” saltare e salire al potere i veri “uomini forti” della finanza internazionale. I quali, a dire il vero, non amano molto calcare il proscenio ma, se le condizioni fossero disperate, partirebbero anch’essi per la guerra.
Insomma, il solito governo tecnico presieduto dal Montezemolo, con Draghi – magari Tremonti a fare il contabile, in fondo è un uomo per tutte e stagioni – e tutti i corifei in crisi d’astinenza di potere, da Fini a Di Pietro. In fondo, non ci vorrebbe molto: con uno scandalo il giorno, si sopravvive male e poco, e se Berluskaiser si fa le leggi per sopravvivere, gli farebbero il vuoto intorno. Già le prossime puntate del reality “Bertolaso & Co.” s’appressano.
Quale delle due soluzioni?
In realtà, sono soltanto susseguenti l’una all’altra, inevitabilmente.
Gli interventi del “Piano A” di Tremonti sono, sostanzialmente, la solita politica di posticipare i guai al giorno dopo, nella speranza che arrivi qualche “miracolo economico” che nemmeno Dio sceso in terra potrebbe realizzare.
L’intera economia europea ed americana sono al lumicino – questo è il vero dato di fondo – e questi mezzucci sono ciò che possiedono e propongono gli omuncoli politici, dal FMI alla BCE, da Obama alla Commissione Europea: figuriamoci cosa può fare la servitù degli omuncoli, ossia la casta politica italiana.
Perciò, il governo tecnico “castigamatti” è la certezza: nel tempo, non ci sono altre soluzioni.
Non vogliamo nemmeno entrare nella noiosa disquisizione della serie “sarebbe possibile se nuove forze politiche…”, eccetera, eccetera: non esiste nessun “Piano C”, soprattutto perché quelli che potrebbero proporlo non hanno voce in capitolo, cioè noi.
Perciò, accomodiamoci ancora una volta di fronte al PC od alla TV per seguire l’ennesima puntata del “reality Italia”: al minimo, avremo qualcosa da discutere al bar.
PS. Un una notizia appare a ciel sereno: il parco automezzi dello Stato e delle Amministrazioni – le cosiddette “auto blu” – pesa ogni anno per 18 miliardi sui bilanci pubblici, giacché abbiamo 574.215 automezzi per il diletto dei nostri amati governanti et similia. Siamo i primi al mondo: gli Stati Uniti sono secondi con 73.000 auto blu, seguiti da Francia (65.000), Regno Unito (58.000), Germania (54.000), Turchia (51.000), Spagna (44.000), Giappone (35.000), Grecia (34.000) e Portogallo (23.000) [9]. Basterebbe portarci al livello della Francia per ridurre praticamente ad un decimo quelle spese, così con 2 miliardi l’anno manderemmo in giro solo quelli che lo meritano. E con i restanti 16 miliardi?
Beh, tolti i 12,5 miliardi per i conti pubblici, gli altri 3,5 miliardi li destinerei ad un reddito di cittadinanza (o disoccupazione, od altro) per la parte meno abbiente della popolazione: 300 euro il mese per 12 mesi per quasi un milione d’italiani. Sarebbero pochi, ma sempre meglio che 25 miliardi di calci in bocca.
Già, ma questo farebbe parte le “Piano C”: ditelo piano, bisbigliando, non s’ha da sapere.
Carlo Bertani
Fonte: http://carlobertani.blogspot.com
Link: http://carlobertani.blogspot.com/2010/05/25-miliardi-di-calci-in-bocca.html
9.05.2010
Articolo liberamente riproducibile nella sua interezza, ovvia la citazione della fonte.
[1] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2008/01/uomo-della-provvidenza-o-cavallo-di.html
[2] Carlo Bertani – Europa Svegliati! – Malatempora – Roma – 2003.
[3] Vedi: http://carlobertani.blogspot.com/2008/09/il-crepuscolo-degli-dei.html
[4] Vedi : http://carlobertani.blogspot.com/2010/02/la-guerra-di-cementland.html
[5] Fonte : http://www.businessonline.it/news/8246/Esportazioni-italiane-le-nazioni-emergenti-le-supereranno-nel-primo-trimestre-2009.html
[6] Fonte: http://www.businessonline.it/news/9544/Esportazioni-in-Italia-nel-2009-fatturato-dati-e-statistiche-Crolla-il-Made-in-Italy%20.html
[7] Fonte: http://www.repubblica.it/economia/2010/05/07/news/fisco_a_marzo_il_calo_degli_occupati_riduce_le_entrate_contributive_dello_0_6_-3890321/
[8] Fonte: http://www.adusbef.it/consultazione.asp?Id=6848&T=A
[9] Fonte: http://blog.panorama.it/autoemoto/2007/05/21/record-negativi-litalia-prima-nelle-auto-blu/
SMITH - INFILTRATE
Italia. Il paese delle cattedrai nel deserto
di Angelo Spaziano
Fonte: mirorenzaglia
Gli italiani, noti per essere un popolo di poeti, santi e navigatori, di cattedrali ne hanno erette tantissime lungo la loro storia plurisecolare. Forse tante quanti sono gli illustri personaggi saliti alla gloria degli altari nel corso della bimillenaria epopea del cristianesimo peninsulare.
La skyline dello Stivale infatti è costellata di grandi luoghi di culto che hanno impresso al paesaggio un carattere inconfondibile. Tuttavia, negli anni seguiti alla conclusione della seconda guerra mondiale, vale a dire nell’epoca del pentapartito prima e del consociativismo poi, le cattedrali nel Belpaese si sono moltiplicate a dismisura parallelamente alla cementificazione incontrollata del territorio, acquisendo caratteri insoliti e alquanto poco sacrali.
Prima del Novecento i luoghi di culto, bellissimi, si ergevano al centro di paesi e città, rappresentando l’anima, il fulcro, la cerniera del vivere comunitario. Dopo questo periodo, le “cattedrali”, così soprannominate, seppur prive stavolta di qualsivoglia connotazione mistica ed estetica, hanno iniziato a spuntare come funghi velenosi anche in luoghi dove di questi edifici proprio non se ne sentiva il bisogno. Cattedrali nel deserto, appunto. E tali da mortificare anche le aree già desolate di per sé, che dalla presenza di questi ecomostri si sono ancora di più squalificate.
Esempio eclatante del sacco indiscriminato delle nostre città è proprio la sconcia palazzina attaccata al Colosseo e residenza del dimissionario Scaiola e di tanti altri vip. Si tratta di un vero e proprio monumento alla bruttezza irragionevole e autolesionista che fa il paio con il serpentone di Corviale.
Tuttavia gli esempi suddetti, pur se indegni di un paese civile, sono stati regolarmente impegnati secondo l’uso al quale erano stati originariamente destinati. Ma l’Italia è disseminata anche di piccole e grandi – ma soprattutto grandi – “opere pubbliche” e private completate ma lasciate a marcire nel degrado, a malapena cominciate e abortite, oppure lasciate a metà e mai portate a termine o, seppur finanziate con grande profusione di denaro, neppure iniziate. Un inutile e sfacciato spreco di risorse economiche che avrebbero potuto essere impiegate altrove, con maggiore profitto e migliore riuscita, ma che vennero gettate al vento del velleitarismo clientelare e della dissipazione inconcludente tipici della prima repubblica.
L’ultimo esempio a proposito è stato il caso Maddalena, il luogo dove era in programma il G8 ultimo scorso ma che una volta ristrutturato a suon di milioni fu messo da parte per favorire la sinistrata L’Aquila. In tutta Italia di “altari” alla vergogna ne sono stati censiti almeno 600 e, di questi, 315 sono stati individuati e recentemente pure rifinanziati, grazie a una legge comunitaria, con ben 3.500 miliardi. Eppure, malgrado la pioggia di denaro fresco, la maggior parte di questi manufatti è rimasta allo stesso punto di prima. Le più costose incompiute sono dislocate prevalentemente al Sud, ma anche al Nord i cantieri abbandonati alle ragnatele sono numerosi, anche se di dimensioni tutto sommato più contenute.
La lista è sterminata. Autostrade che finiscono nei cimiteri, ospedali completati e mai inaugurati, scuole, case popolari, acquedotti, fogne, linee ferroviarie, parcheggi, campi sportivi. In alcuni casi è passato tanto di quel tempo che il manufatto non è più necessario. In altri casi è il contrario. Più tempo passa, più l’opera è indispensabile ma diventa complicato portarla a compimento. Oppure, una volta conclusa, risulta già superata dai tempi e dalle tecnologie.
La storia della diga di Blufi, ad esempio, nell’arida provincia di Palermo, è davvero paradigmatica. La prima pietra fu posata 14 anni fa. A complicare le cose arrivò nel ‘93 una delle tante inchieste di Tangentopoli. Due anni dopo, con l’istituzione del Parco delle Madonie, si dovettero sigillare le cave da cui si attingeva il pietrisco e i lavori si fermarono del tutto. Seguì una stasi settennale. Poi, nella primavera del 2002, il presidente della Regione siciliana, Totò Cuffaro, inaugurò fra lustrini e paillette la riapertura dei cantieri. Ma non fu che un’illusione, e in breve tempo tutto tornò a fermarsi. Unica eccezione, il preventivo, che nel frattempo lievitò dagli iniziali 180 miliardi di lire a 184 milioni di euro.
La “madre” di tutte le cattedrali nel deserto nel nostro paese, tuttavia, è l’ormai famigerato V Centro siderurgico di Gioia Tauro, una nefandezza tutta democristiana doc, entrata nel guinnes dei primati e riconducibile all’insipienza dello scudocrociato del tempo e alla confusa situazione politica determinatasi in Calabria fin dall’inizio degli anni Settanta dello scorso secolo. A un certo punto, infatti, negli alti palazzi dove “vuolsi così colà dove si puote…”, si decise l’assegnazione delle sede del capoluogo della costituenda Regione a Catanzaro, quando la città leader da quelle parti era sempre stata Reggio.
Come presagendo l’ira funesta dei reggini, l’area della Piana di Gioia Tauro, tradizionalmente coltivata ad agrumi e ad oliveti, venne così designata come sito “adatto” per ospitare il porto del polo di Reggio Calabria, che sarebbe dovuto diventare nei piani degli inetti politicanti democristiani, il V centro siderurgico italiano. Un progetto varato in pompa magna con tanto di cerimonia di posa della prima pietra da parte dell’inossidabile Giulio Andreotti. Un ennesimo centro per la siderurgia da offrire in elemosina ai calabresi, destinato a passare come un rullo compressore su piante e alberi rigogliosi quando si sapeva che il settore era ormai saturo e altrove si stavano già operando i primi tagli.
Una “cattedrale” mai realizzata, al pari di altri fantomatici piani inclusi nel cosiddetto “pacchetto Colombo”. Il progetto infatti era stato elaborato come “riparazione” rispetto alla mancata assegnazione della sede del capoluogo di regione a Reggio e in seguito alla cruenta sollevazione popolare della città sullo Stretto, rivolta soppressa dai carri armati dell’esercito. In quella circostanza, l’allora Presidente del Consiglio dei ministri, Emilio Colombo, inserì nel suo sconsiderato “pacchetto” d’emergenza, oltre al summenzionato demagogico V centro siderurgico, anche la Liquichimica di Saline e la Sir di Lamezia Terme. Nessuna di queste iniziative però è andata a buon fine, dato che la sovrapproduzione di acciaio ha reso del tutto inutile il progetto siderurgico, mentre la Liquichimica di Saline si ridusse a un ammasso di ruggine mai entrato in funzione e la Sir s’è volatilizzata. Gioia Tauro venne in seguito designata come sede di una nuova centrale elettrica Enel a carbone, anch’essa mai realizzata. L’area portuale interessata dai lavori, incompleti anch’essi, fu infine ridestinata a grande porto commerciale.
L’autostrada Salerno-Reggio Calabria rappresenta un altro esempio di costosa cattedrale nel deserto. E pure stavolta il deserto di sfondo è quello calabrese, che fa da illogico background allo sciagurato snodo autostradale della Sa-Rc, che, invece di seguire il logico percorso costiero comincia a inerpicarsi su per il Pollino fino a che, in prossimità di Lagonegro, viene a serpeggiare a un’altitudine di 1000 metri circa sul livello del mare. La conseguenza di questo stupida location è che d’inverno il tratto è spesso impraticabile per il vento e le tempeste di neve, continuamente soggetto a usura e perennemente costellato di cantieri che fanno la felicità delle mafie locali. A chi dobbiamo quest’altro capolavoro? Al ras socialista cosentino Giacomo Mancini, anch’egli eclatante esempio di miopia e scarso senso della cosa pubblica.
Nel Lazio anche Roma, nel suo “piccolo”, è “caput incompiutae”. Per i mondiali di calcio del 1990, passati alla storia per la pioggia di quattrini riversatasi sulla capitale, sono stati spesi un mucchio di miliardi per la nuova stazione Ostiense e per quella di Farneto. Ostiense doveva rappresentare un avveniristico air terminal con navette per l’aeroporto e centro commerciale incorporato. Risultato: l’air terminal è rimasto a Termini, il centro commerciale è morto per consunzione e la stazione Ostiense oggi è un labirinto di scale mobili e tapis roulant affacciati sul nulla.
Farneto invece, aperta per pochi giorni durante l’evento sportivo, è stata del tutto abbandonata a marcire tra le erbacce. Ultimamente è stata eletta a sede preferita da un gruppo di rom. In Abruzzo il Centro fieristico di Teramo oggi è un enorme capannone inutilizzato e, ovviamente, abbandonato, mentre l’ultimo tratto dell’autostrada Teramo-Roma, è un percorso tormentato da una serie di gimcane e gallerie. Ma il pezzo forte è la galleria di Piancarani, che avrebbe dovuto essere il punto di forza di una nuova strada mai costruita. Perciò oggi, paradossalmente, il tronco autostradale, incompiuto, si trova a “collegare” due pianure coltivate.
Inoltre è possibile pure dare un’occhiata a quello che avrebbe dovuto essere il nuovo ospedale psichiatrico di Teramo. E’ un enorme complesso di padiglioni e palazzine abbandonato in poche ore quando, nel 1978, la legge Basaglia decretò la chiusura dei manicomi. Una serie di scheletri in cemento armato rimasti a fare “bella” mostra da quasi trent’anni senza mai essere stati utilizzati neppure per un diverso uso. In Sicilia quello delle incompiute è una patologia.
A Palermo nell’elenco delle opere, grandi e piccole, annunciate negli anni dal Comune ci sono decine di progetti disegnati e rimasti sulla carta oppure finanziati ma ancora in attesa. Ma ci sono anche una serie di interventi prima partiti e poi, improvvisamente, interrotti. I lavori per l’anello ferroviario, per esempio, sarebbero dovuti partire nel 2003, ma del cantiere al momento non c’è traccia. Ma i soldi per il segmento di sei chilometri che dovrebbe collegare la stazione Giachery con la stazione Lolli, attraversando in sotterranea il quartiere Politeama dove è prevista una fermata metropolitana, erano già stati stanziati.
Nel 2007 il Comune affidò la progettazione esecutiva e la costruzione del primo tronco della linea all’impresa catanese Tecnis per un importo di circa 77 milioni di euro, ma tutto s’è bloccato in attesa del verdetto del Tar che deve pronunciarsi sul ricorso di una ditta esclusa. E la metropolitana? Anche in questo caso la progettazione della prima tratta, Oreto-Notarbartolo, è stata finanziata ma i lavori non sono ancora partiti. E che dire dei ponti di Perrault? Il progetto avveniristico di passerelle per i pedoni sopra via Leonardo da Vinci, costato 535 mila euro, è rimasto solo un disegno. Come le fognature di via Messina Marine: lavori da 12,5 milioni di euro in gran parte già finanziati dallo Stato, fermi perché mancano 1,5 milioni di euro di fondi comunali. Così come languiscono le opere definite strategiche dall’amministrazione: dallo svincolo di via Perpignano, opera da 23,8 milioni di euro, al raddoppio del Ponte Corleone. Entrambi i lavori erano affidati alla ditta Cariboni, che ha stoppato le ruspe per problemi finanziari. Anche in questo caso i soldi sono stati spesi ma di opere neanche l’ombra. Un capitolo a parte merita il Parco d’Orleans, annunciato nella seconda campagna elettorale del sindaco come la “nuova Favorita”. I lavori procedono a rilento nonostante siano già stati spesi oltre l’82 per cento dei fondi. Infine ci sono le opere interamente finanziate, pronte ma inutilizzate: dal Museo d’arte contemporanea ai Cantieri culturali, costati 4 milioni di euro ma ancora chiusi, ai parcheggi di via degli Emiri e via Basile, costati quasi otto milioni di euro e completamente vuoti perché ritenuti inutili dagli automobilisti.
Insomma, le incompiute in Italia non le ha certo inventate Schubert Si tratta di una moda tutta democomunista ma che sta facendo proseliti anche nella seconda repubblica.
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Disegno di Legge comunitaria 2009
La Camera dei Deputati ha approvato mercoledì 21 aprile 2010 il Disegno di legge recante “Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee – Legge comunitaria 2009″. Queste, in linea di massima, le disposizioni contenute nei tre Capi nei quali è strutturato il provvedimento. Il I Capo illustra le procedure per l’adempimento degli obblighi comunitari mediante il conferimento di deleghe al Governo per il recepimento delle direttive entro il termine previsto da ciascuna direttiva, per l’adozione di disposizioni recanti sanzioni penali o amministrative per le violazioni di obblighi discendenti da provvedimenti comunitari, e per l’adozione di testi unici o codici di settore finalizzati al coordinamento delle disposizioni attuative delle direttive comunitarie, adottate sulla base delle deleghe contenute nel provvedimento, con le norme vigenti nelle stesse materie. Il Capo II riguarda le disposizioni di adempimento per il recepimento di direttive e specifici principi e criteri di delega legislativa. Altre norme riguardano, fra l’altro: la protezione delle acque dall’inquinamento derivante dalla produzione di deiezioni e lettiere avicole; le disposizioni riguardanti gli allergeni alimentari; il rafforzamento della tutela delle produzioni vinicole di pregio; la facoltà di vendere e somministrare bevande alcoliche in occasione di fiere, sagre, mercati ecc. Il Capo III prevede tre deleghe per l’attuazione di alcune decisioni-quadro adottate, riguardanti la lotta contro le frodi e le falsificazioni di mezzi di pagamento diversi dai contanti ecc.
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Nuove regole per l’uso dei sistemi di videosorveglianza
Varate dal Garante per la protezione dei dati personali le nuove regole alle quali soggetti pubblici e privati dovranno conformarsi per installare telecamere e sistemi di videosorveglianza. I cittadini che transitano in aree sorvegliate devono essere informati con cartelli visibili; I sistemi di videosorveglianza installati da soggetti pubblici e privati collegati alle forze di polizia richiedono uno specifico cartello informativo. Le telecamere istallate per la tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica invece non devono essere segnalate. Le immagini registrate possono essere conservate per un periodo limitato e fino ad un massimo di 24 ore (fatte salve speciali esigenze relative a indagini di polizia e giudiziarie); Per attività particolarmente rischiose è ammesso un periodo più ampio. Nei luoghi di lavoro è vietato il controllo a distanza dei lavoratori, sia all’interno degli edifici, sia in altri luoghi di prestazione del lavoro. Negli ospedali e luoghi di cura è vietata la diffusione di immagini di persone malate mediante monitor quando questi sono collocati in locali accessibili al pubblico. E’ ammesso, in casi indispensabili, il monitoraggio dei pazienti ricoverati in particolari reparti (per es., rianimazione), ma l’accesso alle immagini è consentito solo al personale autorizzato e ai familiari dei ricoverati. Negli Istituti scolastici: è ammessa ‘installazione di sistemi di videosorveglianza per la tutela contro gli atti vandalici, solo negli orari di chiusura.
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La Relazione sul Lavoro nero e il sommerso 2009
Nel corso dell’audizione alla Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, il 29 aprile scorso, il Ministro del lavoro Sacconi ha illustrato l’indagine conoscitiva sui fenomeni distorsivi del mercato del lavoro, in particolare sul lavoro nero, il caporalato e lo sfruttamento della manodopera straniera. Da queste basi il Ministro ha tracciato la strategia di prevenzione e contrasto al fenomeno, a partire dal potenziamento della qualità delle ispezioni. L’Indagine offre dati significativi e utili all’individuazione dei metodi di lotta alle irregolarità nel mondo del lavoro e propone un’analisi a livello territoriale (Mezzogiorno, Centro, Nord) e un’analisi a livello settoriale (Agricoltura, Servizi, Edile, Industriale). I dati rilevano caratteristiche molto variabili sul territorio nazionale ma alcuni soggetti emergono per la costanza con cui sono coinvolti nelle irregolarità: donne e immigrati. I soggetti maggiormente esposti al lavoro irregolare sono infatti immigrati e il lavoro femminile è quello che presenta specificità e motivazioni tipiche: per quanto riguarda il sommerso, il 47,4% dell’occupazione irregolare totale riguarda le donne. Tra i dati rilevati attraverso le ispezioni realizzate nel 2009 (che hanno registrato un minor numero complessivo di ispezioni rispetto al passato) si registrano un numero molto alto di infrazioni, con un incremento del 61% di maxisanzioni sul lavoro in nero e 273% in più di violazioni in ambito di appalti. dunque meno ispezioni ma più mirate, tant’è che la selettività degli interventi ha portato a risultati inattesi.
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Direttiva Servizi: rafforzamento del mercato interno e diritti degli utenti
Pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Direttiva sui servizi nel mercato europeo dedicata alle attività economiche di carattere imprenditoriale o professionale e diretta allo scambio di beni e alla fornitura di prestazioni. Obiettivo di questa Direttiva è quello di creare le condizioni necessarie per il completo esercizio della libertà di stabilimento e della libertà di prestazione di servizi in tutta l’Unione Europea,. Ciò assicura un rafforzamento dei diritti degli utenti e promuove la qualità dei servizi offerti e la cooperazione amministrativa tra gli Stati membri. Il decreto si applica a qualunque attività economica di carattere imprenditoriale o professionale svolta senza vincolo di subordinazione, diretta allo scambio di beni o alla fornitura di altra prestazione; alcuni settori, tuttavia, sono esclusi dall’ambito di applicazione. Per servizio deve intendersi qualsiasi prestazione, anche a carattere intellettuale, svolta in forma imprenditoriale o professionale, fornita senza vincolo di subordinazione e dietro retribuzione. Essendo espressione della libertà di iniziativa economica, le attività di servizi non possono essere sottoposte a limitazioni non giustificate o discriminatorie. Gli Stati, quindi, hanno l’obbligo di rivedere i regimi di autorizzazione esistenti e le relative procedure, alla luce dei principi di non discriminazione e di proporzionalità, eliminando o semplificando quei regimi non giustificati da un effettivo interesse pubblico o eccessivamente restrittivi.
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Stato dell’ambiente e minacce alle Biodiversità
Minacce alla biodiversità, rischio sismico e franoso, aumento della temperatura media, ma anche di crescita del patrimonio naturale e forestale. Di questo si è discusso nel corso della presentazione dell’Annuario dei Dati Ambientali curato dall’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale. Dal rapporto emerge che la perdita della biodiversità procede a ritmi senza precedenti registrando un aumento del numero di specie a “rischio estinzione” nel nostro Paese, ritenuto il custode del maggior numero di specie animali in Europa. Pressoché dimezzate, in 25 anni, 33 varietà di uccelli tipiche degli ambienti agricoli. Le minacce alla biodiversità non risparmiano neanche le specie vegetali: il 15% delle piante superiori e il 40% delle piante inferiori sono in pericolo. Tuttavia, le conoscenze in merito alle entità vegetali sono ancora incomplete, ma si stima che a rischio siano 772 specie di epatiche, muschi e licheni e 1.020 piante vascolari. Dati, questi, su cui riflettere con urgenza, come dimostrato dalla volontà delle Nazioni Unite di proclamare proprio per il 2010 l’Anno Internazionale della Biodiversità. Tuttavia, le conoscenze in merito alle entità vegetali sono ancora incomplete, ma si stima che a rischio siano 772 specie di epatiche, muschi e licheni e 1.020 piante vascolari. Dati, questi, su cui riflettere con urgenza, come dimostrato dalla volontà delle Nazioni Unite di proclamare proprio per il 2010 l’Anno Internazionale della Biodiversità.
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Riordino del settore lirico-sinfonico
È in vigore dal 1 maggio 2010 il decreto-legge 30 aprile 2010, n. 64, pubblicato nella GU n. 100 del 30 aprile 2010, recante “Disposizioni urgenti in materia di spettacolo e attività culturali”. Su proposta del Ministro per i beni e le attività culturali, il Governo modifica l’attuale assetto delle fondazioni lirico-sinfoniche, attenendosi ai seguenti criteri: a) razionalizzazione dell’organizzazione e del funzionamento, sulla base dei principi di efficienza, corretta gestione, economicità ed imprenditorialità; b) individuazione degli indirizzi ai quali dovranno improntarsi le decisioni attribuite all’autonomia statutaria di ciascuna fondazione; lo statuto di ciascuna fondazione e le relative modificazioni sono approvati dal Ministro per i beni culturali, di concerto con il Ministro dell’economia; c) previsione di forme adeguate di vigilanza sulla gestione economico-finanziaria; d) rideterminazione dei criteri di ripartizione del contributo statale, per incentivare il miglioramento dei risultati relativi alla gestione; e) contrattazione collettiva secondo una disciplina organica; f) eventuale previsione di forme organizzative speciali per le fondazioni lirico-sinfoniche (in relazione alla loro peculiarità, rilevanza internazionale, capacità produttive); con attribuzione al Ministro per i beni culturali, di concerto con il Ministro dell’economia, del potere di approvazione dello statuto e delle relative modifiche.
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Sviluppo economico, una guida per inquinare meno
Pubblicata sul sito del Ministero dello Sviluppo Economico la GUIDA 2010 sul risparmio di carburante e sulle emissioni di CO2 delle autovetture. All’interno della guida è possibile consultare i dati dei consumi nei vari cicli (urbano, extraurbano e misto) e delle emissioni di tutti i modelli di automobile in vendita al 28 febbraio 2010, completi anche di una lista dei modelli che emettono meno anidride carbonica, divisi per alimentazione a benzina o a gasolio.Una menzione speciale viene riservata ad alcuni modelli che ottengono gli stessi risultati mediante alimentazione “bifuel” (con utilizzo di GPL o metano), oppure con propulsione ibrida (motore a benzina più motore elettrico).La Guida offre, inoltre, consigli agli automobilisti per una guida ecocompatibile, con suggerimenti utili anche dal punto di vista della sicurezza stradale e dell’economicità. I consigli sono utili anche per limitare l’inquinamento da gas di scarico, problema collegato a quello delle emissioni di anidride carbonica (un’automobile più efficiente produce minori emissioni di entrambi i tipi). Minori consumi permettono anche di ridurre le importazioni di petrolio, con effetti benefici sulla bilancia commerciale.
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Giornata nazionale del malato oncologico
Il 16 maggio si celebra la quinta edizione della Giornata nazionale del malato oncologico, istituita per iniziativa della Federazione italiana delle associazioni di volontariato in oncologia con direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri. A partire dal 13 maggio si svolgeranno a Roma una serie di manifestazioni e presso l’Auditorium di Santa Cecilia ci sarà la cerimonia conclusiva, con la consegna del premio Cedro d’oro destinato a persone che si siano impegnate nel sostegno ai malati di cancro. L’impegno del Governo nella definizione delle finalità prioritarie da perseguire nella lotta contro il cancro, si è concretizzato nei lavori di un Tavolo tecnico presso il Dipartimento per il coordinamento amministrativo. Dialogando con le associazioni del volontariato, le autorità politiche hanno deciso di programmare azioni concernenti, fra l’altro, la salute e le politiche sociali, la normativa sull’impiego pubblico e privato, le campagne di comunicazione e sensibilizzazione, oltre alla ricerca scientifica. La campagna di comunicazione ha l’obiettivo di informare sulle tutele di cui possono disporre i lavoratori affetti da patologie oncologiche e di sensibilizzare le imprese e l’opinione pubblica ad un approccio non discriminatorio nei confronti dei malati di cancro, in particolar modo nel contesto lavorativo. Secondo l’attuale normativa i lavoratori del settore pubblico e privato affetti da patologie oncologiche, nonché i familiari che prestano loro assistenza, possono trasformare il rapporto di lavoro da tempo pieno in part-time.
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Energia: al via i primi progetti a favore dei consumatori
Prendono l’avvio i primi progetti a favore dei consumatori di energia elettrica e gas, finanziati con le sanzioni irrogate dall’Autorità per l’energia. È stato infatti pubblicato un apposito bando di gara per progetti volti a favorire la soluzione delle controversie fra i clienti del servizio elettrico e del gas e gli operatori, attraverso la formazione dei conciliatori delle Associazioni dei consumatori che fanno parte del Consiglio Nazionale dei Consumatori e degli Utenti (CNCU). Le Associazioni avranno tempo fino al prossimo 31 maggio 2010 per presentare i progetti alla Cassa Conguaglio per il Settore elettrico (CCSE) che ne curerà la gestione operativa; le iniziative selezionate dovranno essere realizzate nel biennio 2010-2011. I progetti potranno contare su un finanziamento di 485.000 euro per la formazione ed aggiornamento dei conciliatori delle Associazioni dei consumatori, che si sommano a 378.300 euro che verranno assegnati attraverso avviso pubblico per l’erogazione di un contributo ai costi dei conciliatori, per un totale di 863.300 euro. I Progetti per la conciliazione stragiudiziale (PCS) rappresentano solo la prima parte di un più complessivo pacchetto di interventi per favorire la tutela del consumatore di energia; con il decreto ministeriale del 23 dicembre 2009, infatti, il Ministero dello Sviluppo Economico ha approvato la proposta dell’Autorità relativa a tre diversi progetti di durata biennale da avviare nel 2010 per un impegno complessivo di 2.590.000 euro.
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Ripartizione del Fondo per il diritto al lavoro dei disabili
Pubblicato nella GU n. 104 del 6 maggio 2010 il decreto che definisce i criteri e le modalità per la ripartizione fra le regioni e le province autonome delle disponibilità del Fondo per il diritto al lavoro dei disabili. Le risorse del Fondo per il diritto al lavoro dei disabili sono destinate a finanziare: le misure di agevolazione alle assunzioni a favore del datore di lavoro;il rimborso degli eventuali oneri sostenuti dall’impresa per la rimozione di barriere architettoniche, per la trasformazione del posto di lavoro o per l’apprestamento di tecnologie di telelavoro; gli oneri derivanti dall’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro per la responsabilità civile per i disabili che effettuano tirocini di orientamento o di addestramento presso i datori di lavoro. Il riparto del Fondo è effettuato entro il 30 aprile di ciascun anno dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali, proporzionalmente alle richieste di contributo presentate dai datori di lavoro privati che hanno effettuato assunzioni a tempo indeterminato. Le regioni e le province autonome comunicano entro il 28 febbraio di ogni anno, al Ministero del lavoro e delle politiche sociali il punteggio assegnato per ciascuna richiesta ritenuta ammissibile che, sulla base degli importi calcolati, determina l’importo complessivo delle risorse finanziarie del Fondo da trasferire annualmente con il provvedimento di riparto ad ogni singola regione e provincia autonoma.
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Campogiovani edizione 2010, una vacanza diversa
Una settimana da protagonisti in difesa dell’ambiente, in aiuto alla popolazione, al servizio dell’Italia. Sette giorni per apprendere nozioni utili, fare amicizia, conoscere persone straordinarie, scoprire attitudini e soddisfare la propria voglia di impegno civile. È quanto offre “Campogiovani 2010″, progetto del Ministro della Gioventù destinato a ragazzi e ragazze residenti in Italia, di età compresa tra i 14 ed i 22 anni compiuti alla data di compilazione della domanda, che frequentino istituti scolastici superiori o siano iscritti ai primi anni del ciclo universitario. La novità di quest’anno, dopo la conferma di Vigili del Fuoco, Guardia Costiera e Marina Militare, è la new entry della Croce Rossa italiana, attraverso la struttura giovanile dei Pionieri. La graduatoria di coloro che potranno prendere parte ai campi estivi si forma in base a criteri di merito scolastico e, in caso di parità all’Isee (Indicatore della situazione economica equivalente) più basso che sarà richiesto in caso di necessità. I corsi sono tutti gratuiti e hanno una durata minima settimanale, ma variano a seconda dell’istituzione presso cui si svolgono. In favore degli studenti residenti nella Regione Abruzzo colpita dal terremoto e degli studenti residenti nella Provincia di Messina colpiti dalle avversità atmosferiche è riconosciuta una riserva di posti.
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petronilla.corsaro
Buongiorno a tutti
Ottimo post.
Certe volte resto allibita di come la gente , ma soprattutto i sinistroidi hanno tutto questo dissenso per il fascismo o per i suoi esponenti , eppure anche loro , forse ancora più dei fascisti hanno scheletri nell’armadio e anche loro anche se fuori dall’Italia sono stati e sono dei feroci dittatori .
La libertà di manifestare appartiene a tutti a prescindere se destra o sinistra , bisogna farle valere le proprie idee e battersi sul campo per guadagnarsi i diritti o per mantenerli.
Proibire la manifestazione al Blocco Studentesco , perchè esponenti dell’estrama destra è dittatura , prima di impedire un corteo dovremmo chiederci se questo corteo potrebbe portare dei disordini o quant’altro , ma stranamente sono gli estremisti di sinistra e i responsabili dei centri sociali a causare disordine , distruzione ,ricordiamo il G8 a Genova .
Alla fine il corteo si è fatto , svoltosi in modo pacifico , nonostante fossero esponti fascisti , la violenza non ha colori o bandiere , la violenza è violenza , essere fascisti non vuol dire essere violenti e questo che i sinistroidi dovrebbero imparare e tenere a mente.
Per concludere citerò la frase di Piero che a mio avviso racchiude cosa realmente è la libertà.
” La libertà viene dopo la legge, la libertà viene dopo la Costituzione, la libertà viene dopo la mia identità.”
monica da vià
io ormai non mi allibisco …più ..
avete visto il video della manifestazione di sinistra???
bell’esempio di educazione e civiltà dato ai giovani.. soprattutto quando si sbandiera il dialogo, il trovare punti di incontro.. ecc.ecc. i difensori della libertà fatta a modo loro mai si smentiscono.. bene che questo becero comportamento diventi sempre più evidente, e pubblicamente inconfutabile..
http://www.youtube.com/watch?v=TOLSJzmNIkk
Maurizio guarino
Io credo che i pensieri che si rifanno a feroci dittature non dovrebbero manifestare dal momento che esse stesse sono sinonimo di censura. E’ una contraddizione la loro. Poi il blocco studentesco e’ di destra mica di estrema destra.