Il nostro senso della cultura
“E’ vero: siamo in tempo di crisi e accadono cose davvero sorprendenti.
Anche nel movimento delle idee.”
Giano Accame
“I dibattiti hanno un senso se riescono a creare “inquietudine”; se lasciano un segno “dentro”; se riescono a far pensare. Se sono accademici, se scorrono lungo il filo della retorica, possono sorprendere, ubriacare, lì per lì, ma non fanno maturare, non fanno crescere. Solo il dibattito inquieto, crea, suscita, provoca la voglia di parlare, di chiarire, di confrontarsi”.
Beppe Niccolai.
“IL NOSTRO SENSO DELLA CULTURA”
Miopia politica e superficialità hanno prodotto negli ultimi decenni una situazione che è andata cristallizzandosi: il monopolio della Cultura è saldamente nelle mani della Sinistra. Una gestione oligarchica, che ha reso i suoi interpreti unici soggetti deputati a sviluppare un discorso critico ed analitico intorno alla società.
In un primo momento la barricata opposta ha contestato tale esclusivismo, affermando che coloro che non sono a Sinistra valorizzano comunque il patrimonio culturale già esistente, le tradizioni. Ebbene, questa impostazione “conservatrice” è parzialmente errata e produce in sintesi un dominio progressista della Sinistra sulla cultura. Fare cultura infatti non vuol dire limitarsi alla custodia di un museo (per quanto bello e significativo possa essere), ma è proporre qualcosa di nuovo, che armonizzi l’analisi della condizione umana e la critica sociale. Fare cultura non può significare basarsi esclusivamente sui “Grandi eventi”, macroscopicamente altisonanti, perché questi da soli rappresentano fiori nel deserto, se non c’è un substrato “normale” e “quotidiano” di intensa attività culturale. Il Grande Evento è una forma pubblicitaria, sensazionalistica, che dura il tempo della sua stessa realizzazione e, oltre ad avere costi elevatissimi, nulla costruisce, e in fin dei conti nulla o poco crea a livello occupazionale e di indotto.
Sussitono pertanto evidenti responsabilità che la “Destra” deve assumersi in quest’inesorabile stagnazione culturale, dove novità e alternative sono state del tutto ignorate, tralasciate e sottovalutate. Questo ha influenzato prevedibilmente il “sentire” della gente: sembra quasi scontato dire che la “Sinistra” è detentrice della Cultura, mentre la “Destra” rappresenta l’ostentazione tracotante dell’ ignoranza e appoggia solo la logica del profitto e del populismo spiccio.
Eppure il manierismo asfittico e gli slogan ripetitivi hanno da tempo alimentato un conformismo “rivoluzionario” sinistroide, abbarbicato a una moda esteriore falsamente altruistica, che cela spesso malamente una cura tutt’altro che universalista dei propri interessi particolaristici. Le campagne elettorali dimostrano con quanta forza, con quanto impegno e seguito registi, attori, giornalisti “in quota” dei partiti di Sinistra (molti fra loro, beneficiari di quella visibilità appena affrontata) abbiano creato blog, forum, incitato altri intellettuali e artisti ad unirsi. E tutto questo nasceva proprio da quell’ambito che da sempre la Destra ha tralasciato e sottovalutato. E, si badi, questa forza, questo ascendente si è venuto a rinforzare negli ultimi anni, perché quelle personalità hanno avuto la possibilità di essere padrone assolute del campo e, in tal modo, creare consenso. Plebiscitario?
Si tratta di un vecchio vigore, di un rinforzamento, perché la strategia è sempre la medesima. Basti pensare come dal dopoguerra in poi la Sinistra si sia distinta per la sua eccezionale capacità organizzativa, espressa in consorzi, movimenti, associazioni. Tali manifestazioni confermano quanto, in campo culturale, non sia mai stata opposizione, ma Governo, penetrando anche nei manuali scolastici attraverso una storiografia mono-polarizzata . Se partiamo da questo assunto, dobbiamo dedurre che la visione rivoluzionaria nella Sinistra culturale è sempre stata di facciata: se io gestisco lo stato di fatto, contro chi, contro cosa mi ribello? Abbiamo finora assistito a un conformismo fatto di parole d’ordine, di piattaforme culturali, che in perfetto stile leninista hanno penetrato il costume del paese allo scopo di modificarlo per finalità strategiche e per la conquista del Palazzo. La cultura, a sinistra, ha rappresentato ciò che negli Stati Uniti è da anni appannaggio degli “opinion makers”, quella che nel ve
ntennio ha esaltato la struttura dell’autarchia fascista: la formazione del Consenso. Questa grande capacità strategica dimostra di saper adattarsi anche all’evoluzione dei tempi: la nuova satira televisiva, intelligente, pungente, organica e spesso faziosa, sta a confermarlo.
Respirando una tale atmosfera, così lacunosa della necessaria credibilità, non vediamo perché non possa esistere una satira di “Destra”, come un teatro impegnato e nuovo che non si riconosca nella Sinistra.
E’ un aspetto sul quale riflettere: consegnare il monopolio della Cultura ad un solo colore, equivale a ideologizzare faziosamente il Futuro.
I temi ideali e ispirativi sono lì davanti a noi, a portata di mano.
Ma la “Destra”, è doveroso ammetterlo, in questi anni ha solo sporadicamente difeso lo “status quo” della Tradizione, dei Classici. Della banalità a-propositiva. E’ decisamente arrivato il momento, prima di affrontare la Sinistra “in casa”, di attualizzare i nostri valori culturali portanti, spolverandoli, reinterpretandoli. E’ impellente scardinare questo catenaccio che chiude da decenni la cultura in spazi angusti.
L’idea è quella di un Manifesto Culturale alternativo, che integri impegno, analisi e critica sociale. Non è opportuno scavare spasmodicamente chissà dove. Certi valori ci appartengono da tempo, hanno solamente bisogno di una pungolante rinfrescata.
Nostra è la degenerazione concettuale del tanto discusso “individualismo”, figlio della più genuina “individualità”. Dell’ antropocentrismo sociale-politico-economico-culturale, distante dalla concezione comunitaria e poi comunista-collettivista (versioni estremizzate) ostentata dalla Sinistra.
Nostra è la lontananza dall’impostazione artistica gramsciana, che valuta, e conseguentemente riduce, l’opera dell’artista alla sua pragmatica utilità sociale e politica. Una frizione che rivendica il carattere centrale del sé personale, materiale e spirituale di ogni traduttore d’ispirazione, connessa all’ambiente in cui opera e vive. Filtrare il mondo esterno attraverso la scrittura, le arti figurative, la musica, attingendo al proprio mondo spirituale.
Il progetto afferisce a un Rinascimento Culturale scabro, netto, senza retorica. La proposta non è certamente quella di sostituire un monopolio con un altro, ma di uscire da quest’asfissiante “ingessatura” culturale, stereotipata e stereotipante.
Indispensabile per una qualunque rinascita è partire dalle radici, attraverso un approccio recalcitrante a qualunque forma di sterile passatismo, che contrariamente abbracci la volontà propositiva di imparare dal passato. Seguendone le orme, se portatore d’esempio. Evitandone spiacevoli repliche, se generatore di errori-orrori.
Non parliamo quindi di un’arte iper-realistica o ultra-positivista, ma di un’interpretazione dell’Assoluto che ognuno serba in sé. Non consideriamo l’arte un “post” che si conformi a un “prius” ideologico, ma che si esprima attraverso la traiettoria contraria: l’arte anticipa l’ideologia in nome di un’interpretazione soggettiva, libera e rivoluzionaria del mondo esterno. L’arte è di per sé rivoluzionaria, poiché esprime l’inesprimibile o l’inopportuno. E’ un “tuffo” dentro il Sé, che scandaglia il Sentimento (come sentire), espressione della realtà spirituale-immanente.
Se rifiutiamo il concetto di un’arte ideologizzata, allo stesso modo non possiamo parlare della consunta etichetta di “arte borghese”. Non può esistere un’arte conformata, normalizzata, canonizzata. E pur riconoscendo la fondamentale importanza dell’insegnamento e delle coordinate brechtiane, ribadiamo che costringere l’artista nell’angusto fine unico della lotta di classe significa porre il silenziatore alla forza creativa dell’artista stesso. Significa voler educarlo, e quindi sovrastrutturarlo.
Affermare la natura sovvertitrice e rivoluzionaria dell’arte ha come corollario l’analisi del contingente, dal quale trarre la conclusione tesa a indicare dove sia il nuovo e dove siano invece la conservazione e il conformismo. In tempi recenti la civiltà della massificazione e del consumismo ha generato un immiserimento culturale, che raggiunge la summa nella tele-idiozia imperante. E’ una forma di disimpegno, che, sebbene appaia lontana anni luce dall’analisi culturale marxista e dalla sua pressante presenza nel mondo dell’arte e dello spettacolo, ha curiosamente lo stesso comun denominatore: un iper-realismo di chiaro stampo materialista.
Stretti quindi fra due visioni indubbiamente diverse (la strategia gramsciana e leninista dell’occupazione di spazi culturali da un lato, e il nulla pneumatico dell’intrattenimento televisivo dall’altro), coloro che non si riconoscono in queste due direttrici non possono far altro che osservare come l’occupazione sia ormai totale. O totalitaria? E’ un’invasione, che esilia la libertà di espressione e lo stesso libero pensiero.
Dopo aver smarrito, o di molto ridotto, il proprio profilo operaistico e proletario (benché “cantato” da menestrelli assolutamente iper-borghesi), la sinistra infatti rinsalda il connubio con la borghesia dei salotti radicali e con i movimenti anti-americani, confusi e contraddittori, assolutamente disomogenei rispetto al monolitico disegno egemonico gramsciano. Ma utili comunque a creare consenso, nonostante, e qui sta il punto, cultura e arte appartengano costantemente allo scaffale dei cosiddetti prodotti “di nicchia”.
Ebbene, non è un mistero che dall’avanguardia degli anni ’70 in poi, ciò che era uno spettacolo popolare è diventato appannaggio di svariate “carbonerie” dispieganti espressioni artistiche astruse ed assolutamente incomprensibili per quella stessa “massa”, che pretendeva di educare. L’aspetto curioso è che proprio coloro che con l’esilio della parola avevano anche sancito l’allontanamento della gente dal teatro, e che cianciavano di teatro di massa, rivoluzionario, proletario, di fronte a questa diserzione se la presero con la “massa incolta, reazionaria ed anche un po’ fascista”. La responsabilità della disaffezione al Teatro è da ricercarsi invece nell’assoluta incomprensibilità di buona parte del teatro degli anni ‘70, e nella dispotica presunzione, tutta sinistrorsa, di voler “educare” dimenticando che il teatro, e ogni altra forma artistica, hanno a che fare non con l’ideologico e nemmeno con il razionale, ma con la percezione viscerale, con l’emozione, sospettosamente tralasciati dai noti “passionari”
così intimamente affezionati all’atmosfera romantica.
Coloro che comprensibilmente non si riconoscono nella dieresi illustrata hanno sempre preferito, nello svolgimento della propria attività culturale e artistica, un profilo personale, assolutamente individuale. Atteggiamento che oggi può essere considerato perdente per la stessa cultura italiana. Un intellettuale che non si riconosca nelle due posizioni sopra indicate potrebbe avere più possibilità di espressione, più libertà. La nostra è stata una “chiamata alle armi”, che speriamo possa essere la scintilla per creare gruppi, movimenti, associazioni, per acquistare una vera visibilità attraverso giornali, mezzi di informazione radio televisivi. Il punto accomunante potrebbe essere una forma artistica e culturale, che utilizzi mezzi espressivi comprensibili (per evitare la creazione di una cultura settaria), ma che non cada nel qualunquismo e che sappia coniugare analisi della realtà e indagine sul Sé. A dirla filosoficamente: Assoluto e Contingente.
Il nostro è un tentativo di porre una questione, un dialogo. Prendere visione di questa “Terra di Nessuno”. Vari potrebbero essere i riferimenti filosofici e letterari: da Dostojevskij (analisi della realtà empirica e spirituale), a Louis Ferdinand Celine (con la sua ironia nichilista, anti-retorica ed anti-borghese), all’approfondimento filologico dello stesso termine “borghese”, a Ezra Pound (con la sua critica ai sistemi economici usurari), fino a Jonesco e Beckett (sguardi stralunati nel Nulla). Ma ancora, la rivalutazione di un cinico scetticismo mai così intrigantemente inabissato, di cioraniana memoria. Il suggestivo eclettismo dell’evocativa poetica testoriana.
La fonte intellettuale a cui attingere è ancor più rigogliosa, se viene arginata la pretesa di un totale “assorbimento” acritico dell’intera opera del pensatore. Può essere ad esempio condivisibile Bonald, quando scrive “il mercato inganna gli uomini sulla loro felicità, così come li inganna sui loro bisogni”; Schopenauer, quando attacca l’etica borghese della “vita activa” e la rincorsa a desideri puramente quantitativi: “gli uomini assomigliano ad orologi che vengono caricati e camminano senza sapere il perché”. Una “vita activa” diametralmente opposta alla traduzione arendtiana della sublimata partecipazione politica. Nietzsche e la critica agli atteggiamenti stereotipati; Croce, quando scrive che “la vera azione politica richiede un trarsi fuori dai partiti per affermare, sopra di essi, unicamente, la salute della Patrie”; Mosca e la sua contrarietà a uno Stato che non può presentarsi come “una mutua assicurazione dei ricchi contro i poveri”; D’Annunzio, che individua nel mercato (diffusore di una specie di follia del lucro) un nemico; Gentile, quando scrive che “uno Stato non laico sarebbe uno Stato Non-Stato”; Mann, laddove ribadisce che contro “il totale risolversi dell’individuo nella comunità, ognuno deve badare a salvaguardare la componente metafisica dell’uomo, sviluppando un bisogno inaudito di indipendenza spirituale”; Heidegger , che evidenzia l’importanza di indagare sulla natura dell’Essere e di non mitizzare il divenire. Andando oltre la metafisica occidentale, è possibile ripensare all’uomo come “Pastore dell’Essere”. Per conciliare il ritorno dell’Essere e per non essere schiacciati dall’universo della tecnica non si seguono percorsi politici; Evola, condivisibile quando critica l’Occidente mercantile e meccanicistico. Le soluzioni, quali la ritualità ed il sacro, appaiono dubbie, ma ad un poeta non si può chiedere di progettare una forma di Stato. A un poeta è concesso limitarsi all’enunciato di ciò che non siamo e di ciò che non vogliamo. L’eziologia compete all’arte. Alla complementare materia teleologica è deputata la politica; Del Noce, nella sua critica all’Occidente mercantile, dove economia e politica si pongono al di fuori del bene comune e della verità, scorgendo nella società materialista occidentale il vero compimento del marxismo; Enciclica Centesimus Annus di Giovanni Paolo II, nella quale si legge “Una libertà è pienamente valorizzata soltanto dall’accettazione della Verità”. La frase, a sinistra, è stata percepita come la proposizione di uno Stato ideale iper confessionale che dovrebbe tutelare solo Una Fede. L’interpretazione è molto restrittiva. Parlare di ricerca della Verità non significa teorizzare uno Stato Papista. Vuol dire invece che al di là dei materialismi marxisti o capitalistico-consumistici, oltre la dicotomia “neoliberismo mercantile e centralismo statalista”, esiste anche culturalmente una dimensione spirituale.
Il Fondatore
Maurizio Guarino
Supervisione di Valentina Milesi
