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GLOBALIZZAZIONE 2.0

 

Oggi indubbiamente viviamo in un mondo molto più piccolo e estremamente più veloce rispetto a soli 30 anni fa; Disponiamo di mezzi di trasporto sempre più veloci e potenti, possiamo spostarci  facilmente e con pochi documenti in quasi tutto i paesi del mondo, abbiamo la possibilità di connetterci con un clik con tutto il mondo, possiamo scegliere tra una massa di beni di consumo letteralmente infinita (e spesso del tutto inutile), per tutti i gusti e tutte le tasche. I nostri padri ci avevano preparato per la società del benessere, ci hanno fatto studiare perché potessimo trovar lavori comodi e gratificanti dal punto di vista professionale, lontani quanto più possibile dai lavori manuali nei campi o in fabbrica. Molti addirittura sognavano brillanti carriere nel mondo dello spettacolo tra lustrini e paillettes. Le nuove tecnologie, il progresso, la crescita, avrebbe garantito tutto questo.

Come afferma l’Ex ministro dell’economia Giulio Tremonti nel suo libro La paura e la speranza: “Oggi un viaggio in aereo costa meno di fare la spesa”. Da questa breve e semplice, ma significativa, constatazione vorrei iniziare con voi un ragionamento sul perché, nella nostra economia di mercato, i beni superflui sono meno costosi di quelli essenziali alla vita, come il cibo o l’acqua, e perché oggi ci rendiamo conto che il meccanismo di cui ho parlato nella premessa non funziona più. Per spiegare questo fenomeno dobbiamo parlare di due importanti eventi storici: il primo è la caduta del Muro di Berlino nel 1989, il secondo è la nascita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) il 15 aprile 1994 con l’ Accordo di Marrakech .

La crisi e la fine del socialismo ideologico e la fine della Guerra Fredda, che si consumò tra il 1989 e il 1991 (anno dello scioglimento ufficiale dell’Unione Sovietica) aprì prospettive fino ad allora inimmaginabili per lo spostamento di uomini e merci tra paesi, anche lontanissimi, che fino ad allora avevano vissuto all’interno di un proprio circuito economico-commerciale sostanzialmente autosufficente ed autonomo dalle economie occidentali. Un bacino potenziale di miliardi di persone si affacciava così all’economia di mercato. Persone con i loro bisogni ed esigenze, con le loro capacità di produttori e consumatori. Questo era il dato importante per i grandi attori economici (società bancarie e imprese multinazionali) delle economie industrializzate occidentali.

E qui giungiamo al secondo elemento a cui avevo precedentemente accennato, ovvero la nascita del WTO. Questa organizzazione internazionale, alla quale aderiscono attualmente 192 stati comprese tutte le grandi potenze economiche vecchie e nuove del mondo, si prefigge l’obbiettivo dell’abbattimento della barriere tariffarie del commercio tra stato e stato, non solo sui beni commerciali, ma anche su servizi e proprietà intellettuali. L’intenzione era di favorire lo scambio di conoscenza e di merci, permettere un equo accesso alle risorse del pianeta a tutte le nazioni e quindi di promuovere lo sviluppo a livello globale e il benessere dei popoli, diminuendo la forbice esistente tra paesi ricchi e poveri. Tutto questo, in teoria, sarebbe stato possibile grazie alla capacità di autoregolazione del mercato, che senza vincoli avrebbe potuto realmente esprimere il proprio potenziale come moltiplicatore di ricchezza e benessere. Questa è stata la via che il WTO ha consigliato (e qualche volta imposto) a tutti i paesi membri.

Tutto questo in teoria; nella prassi le cose sono andate in modo ben diverso. Il mercato sicuramente è in grado, in parte, di autoregolarsi e di distribuire ricchezza sia nei vari strati della società in senso verticale, sia nelle varie aree geografiche del mondo in senso orizzontale, ma a patto che sussistano regole certe e condivise a garanzia della libertà e dell’etica di tutti gli operatori economici che operano su un determinato mercato. In questo caso il mercato è il pianeta intero. Così non è stato. Successivamente ai cambiamenti del contesto politico internazionale è iniziato un processo mondiale di concentramento aziendale nei settori della grande industria e della finanza, che ha dato vita a multinazionali e grandi banche con fatturati paragonabili al PIL di molti stati. Completamente liberi di operare nel mondo queste imprese private, controllate da pochi grandi capitalisti e menager dagli stipendi miliardari, hanno potuto massimizzare i loro profitti spostando via via le attività produttive ove il costo della manodopera era minore e le regole a tutela dell’ambiente meno stringenti. Mentre le banche hanno potuto vendere sulle borse di tutto il mondo i propri prodotti finanziari, autocontrollandosi (vedi le tre grandi società di rating che sorvegliano e valutano, secondo propri parametri, tutti i prodotti finanziari circolanti nel mondo, compresi quelli del debito pubblico degli stati sovrani) spesso speculando sulle spalle dei piccoli investitori e sul debito pubblico degli stati meno accorti ed efficienti nella gestione della propria spesa pubblica. Stati che si sono trovati a pagare interessi sempre più alti che, a loro volta, andavano ad aumentare il debito in un circolo vizioso senza via d’uscita.

Questa globalizzazione, così, al di là della teoria che prometteva maggiore sviluppo per tutti, più ridistribuzione della ricchezza e delle risorse mondiali, è riuscita in pochi anni a impoverire tutti: sia i paese già sviluppati che quelli in via di sviluppo. I paesi industrializzati occidentali si sono deindustrializzati, condannando milioni di persone al precariato o alla disoccupazione. Mentre il debito accumulato negli anni per mantenere livelli di benessere sociale elevati, anche senza una corrispondente economia reale in crescita, gestito i modo non trasparente dai grandi gruppi finanziari mondiali, sta sommergendo molti stati, costringendoli a svendere il patrimonio pubblico, a smantellare il proprio stato sociale e ad aumentare la pressione fiscale sui cittadini. Gli investimenti e la grande industria si sono spostati invece nei paesi in via di sviluppo asiatici o del sud America, generandovi una rivoluzione industriale incontrollata, con condizioni di sfruttamento della manodopera, danni ambientali e sovvertimento degli usi e costumi locali, peggiori rispetto a ciò che avvenne in Europa tra 700 e 800 durante le nostre rivoluzioni industriali. Danni che probabilmente segneranno per sempre il pianeta, quei territori e quei popoli.

In tutto questo i veri vincitori sono i grandi interessi economici che hanno accumulato e continuano ad accumulare fortune con le quali, adesso, possono acquistare veri e propri pezzi di stato come autostrade, ferrovie, aeroporti, impianti per la distribuzione dell’energia elettrica, dei combustibili, dell’acqua, ma anche servizi come le poste, il trasporto pubblico, i fondi pensione dei cittadini, e via dicendo. L’ultima frontiera, grazie alla legislazione sui brevetti imposta dal WTO, è cercare di mettere sotto controllo anche la circolazione della cultura e della conoscenza. Ed è per questo che vediamo oggi leggi sul copyright sempre più stringenti ed assurde, contro l’interesse non solo dei consumatori, ma anche dei produttori. In un futuro non troppo lontano, grazie all’ingegneria genetica, molto probabilmente si cercherà di brevettare anche le materie prime alimentati.

Niente rimarrà escluso dalla ricerca del profitto ad ogni costo e poco importa se in gioco c’è la vita e la sopravvivenza dell’umanità e del pianeta.

di Emanuele Bazzichi – Presidente Commissione Cultura DR

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Comments (1)

  • Andrea Puzo

    Caro Emanuele,
    Francamente mi trovo d’accordo solamente con parte del tuo ottimo articolo. Credo, fermamente, come te che l’attuale sistema economico sia non più sostenibile ma non mi trovo d’accordo con le tue opinioni sulla globalizzazione e sull’economia di produzione.
    La globalizzazione ha davvero portato e ridistribuito maggiore ricchezza nel mondo ma non più in Europa ma in Asia, America Latina, Turchia e parte dell’Africa dove gli standard di vita si sono visibilmente alzati verso gli standard occidentali, anche se poi si sono create inevitabilmente tasche di sfruttamento e schiavitù che del resto sono anche in Italia (ma sono legalizzate, come il precariato).

    Il problema dell’Italia come del resto d’Europa è la sua classe dirigente fatta di politicanti e non di statisti che hanno continuato ad ignorare sistematicamente il fatto che ormai la Cina, il Brasile, l’India sono delle potenze economiche. Lo spostamento dell’economia di produzione dai nostri confini Europei sarebbe stato cmq inevitabile e normale nello stato delle cose. Dobbiamo ormai capire che le fabbriche (intese come luogo di produzione di massa), proprio perchè non siamo più nell’Inghilterra del ’700, non ci saranno più e ne vedremo sempre meno, perchè come tu nomini all’inizio dell’articolo siamo nel mondo 2.0, nell’era digitale che è colma di enormi possibilità di sviluppo economico e sociale.

    Credo fermamente che grazie a internet e al 2.0 ci sia stata una democratizzazione dei mezzi di produzione ed ognuno di noi può diventare imprenditore sul web con poche centinaia di euro grazie al cosìdetto effetto della “lunga coda” (cit. Chris Anderson). E’ qui che l’Europa e l’Italia devono investire: nella ricerca, nella formazione, nelle università, nell’innovazione tecnologica, nelle infrastrutture perchè non riusciremo mai a battere i Cinesi un’economia di produzione ma li potremmo agilmente sorpassare se creassimo un’economia basata sulla conoscenza sostenibile a livello Eco e sociale.

    I grandi interessi economici ci saranno sempre, ora ci sono le grandi corporation prima c’erano i banchieri fiorentini e veneziani che finanziavano le guerre, ma dovrebbe essere premura degli uomini dello Stato di limitare l’ingerenza della finanza e degli interessi economici nella vita sociale.

    Non mi preoccupa tanto la globalizzazione e che la produzione si sposti da un’altra parte ma mi preoccupa tantissimo che lo Stato democratico sia piegato alle volontà del mercato o di un’agenzia di rating. Mi preoccupa che uno Stato Europeo minacci un’altra nazione dell’Unione di uscire fuori dall’Euro senza che ci sia stata una consultazione popolare e senza che nessuno cittadino gli abbia dato nessun mandato. Mi preoccupa che il governatore della BundesBank (non eletto) rimproveri il Presidente della Rep. Francese democraticamente eletto dai francesi. Mi preoccupa che i rappresentanti più importanti dell’UE che non sono stati eletti si permettano delle ingerenze nella vita politica degli altri paesi. Mi preoccupa tutto questo perchè sono un convinto Europeista e non credo che i padri fondatori dell’UE come Adenauer, Spinelli, Schuman, Monnet, Spaak pensassero ad un Unione Europea così Euroscettica.

    Grazie…

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