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	<title>Destra Razionale - Sapere Aude</title>
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	<description>Laboratorio Culturale Avanzato</description>
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		<title>LETTURA CONSIGLIATA: FERITA AFGHANA</title>
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		<pubDate>Mon, 10 Jun 2013 08:59:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; “Strade, scuole e aeroporti, L’Italia ha fatto ripartire Herat”   In un libro dieci anni di ricostruzione guidata dai nostri militari. I nostri 53 militari caduti in Afghanistan sono sicuramente una ferita aperta. Ma rappresentano anche la nostra «meglio gioventù» che mette a rischio la propria vita per ridare vita e dignità a un [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/lettura-consigliata-ferita-afghana/ferita_afghana_517641a5e2b48/" rel="attachment wp-att-8663"><img class="alignnone size-full wp-image-8663" alt="Ferita_afghana_517641a5e2b48" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/06/Ferita_afghana_517641a5e2b48.jpg" width="400" height="600" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Strade, scuole e aeroporti, L’Italia ha fatto ripartire Herat”<br />
 <br />
In un libro dieci anni di ricostruzione guidata dai nostri militari.</p>
<p>I nostri 53 militari caduti in Afghanistan sono sicuramente una ferita aperta. Ma rappresentano anche la nostra «meglio gioventù» che mette a rischio la propria vita per ridare vita e dignità a un popolo che ormai da quasi mezzo secolo conosce solo faide, guerre di occupazione e scontri. </p>
<p>Il lavoro dei nostri militari è enorme. Forse molti non lo sanno, ma la realizzazione degli ospedali di Herat e il carcere femminile, nonché la sistemazione di numerose strade è frutto del lavoro delle truppe italiane. Un impegno che si evince anche dalle cifre stanziate. In 10 anni l’Italia ha investito 4 miliardi, di cui il 13 per cento in opere civili: nella sola zona di Herat 81 scuole, 49 strutture sanitarie, un ospedale pediatrico, un centro giovanile, un carcere femminile, 20 edifici pubblici ristrutturati, 715 pozzi, 25 strade, 20 canali, ponti nella Zirko Valley e Karta Bridge. </p>
<p>Una realtà difficile e complessa fotografata in tutte le sue contraddizioni, in tutti i suoi chiaroscuri, dall’inviato di guerra del «Tempo», Maurizio Piccirilli. Il suo volume «Ferita Afghana», edito da Mursia, è appena uscito in libreria e dolorosamente attuale. «Perché ci sono le storie e i drammi dei nostri soldati &#8211; racconta l’appassionato “giornalista con gli anfibi”, 59 anni &#8211; , ma c’è anche quel «grazie» della gente afghana declinato nei vari dialetti, dal “Sta na shukria” in lingua pasthun delle province orientali e del sud, al “Tashakkor” di quelle occidentali più vicine all’Iran e il “Maninah”, utilizzato in gran parte del Paese. Grazie per tutto quello che il nostro Paese sta facendo per loro».</p>
<p>L’Italia è attualmente il nono donatore in termini assoluti e nel 2008 si è collocato al primo posto in termini di rapporto fra pledge e finanziamenti effettivamente erogati. Solo in quell’anno, grazie agli interventi di cooperazione, nelle sole zone di Herat, Farah, Baghdis, vennero spesi 53 milioni di euro per lo sviluppo dell’agricoltura, la governance e la crescita delle istituzioni civili. L’aeroporto di Herat, realizzato con il contributo italiano, sta conoscendo uno sviluppo notevolissimo del traffico nazionale e internazionale. E ancora: in Afghanistan il morbillo è ancora una malattia mortale e le vaccinazioni eseguite dai medici militari italiani nei villaggi più sperduti ne hanno diminuito l’incidenza letale. «Da quando le Forze Armate italiane operano in Afghanistan &#8211; racconta Piccirilli &#8211; è aumentata l’aspettativa di vita, mentre le morti di parto di parto sono diminuite del 30 per cento. E, nella regione sotto controllo militare italiano, il tasso di alfabetizzazione è del 50 per cento superiore a quello nazionale». </p>
<p>In nome di tutto questo lavorano i militari italiani. Il libro &#8211; con la presentazione del generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore dell’Esercito e la prefazione della Medaglia d’Oro Gianfranco Pagliagiornalista &#8211; raccoglie la testimonianza di dieci di loro. </p>
<p>Ecco allora Pamela Rendina, primo caporalmaggiore del 2° alpini di Cuneo e prima donna soldato colpita in azione. Una bomba taleban le ha frantumato le ossa, ma lei non perde l’ottimismo e ci scherza su: «Sono diventata la meteorologa del reggimento. Ogni volta che cambia il tempo sento i dolori». </p>
<p>C’è chi piange quando un commilitone «rientra in Italia avvolto nel tricolore». E c’è Floro Guarna, caporalmaggiore dei bersaglieri ferito da un razzo che ricorda il monito «occhio ai bambini: quando mancano dal villaggio significa che c’è il rischio di un attacco».</p>
<p><strong>Fonte: La Stampa</strong></p>
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		<title>LE ALI DI UN SOLDATO</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jun 2013 08:41:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Nel ricordare l&#8217;eroico sbarco in Normandia avvenuto il 6 gennaio del 1944 non possiamo non ricordare anche una storia di eroi tutta italiana. Non vuole essere un confronto-scontro tra storie e realtà diverse ma vuole essere un omaggio a tutti quei ragazzi che sacrificarono la loro vita, secondo le proprie convinzioni, per un mondo [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/le-ali-di-un-soldato/603716_298304626971239_31681083_n/" rel="attachment wp-att-8655"><img class="alignnone size-full wp-image-8655" alt="603716_298304626971239_31681083_n" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/06/603716_298304626971239_31681083_n.jpg" width="347" height="480" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel ricordare l&#8217;eroico sbarco in Normandia avvenuto il 6 gennaio del 1944 non possiamo non ricordare anche una storia di eroi tutta italiana.</p>
<p>Non vuole essere un confronto-scontro tra storie e realtà diverse ma vuole essere un omaggio a tutti quei ragazzi che sacrificarono la loro vita, secondo le proprie convinzioni, per un mondo migliore con onore e levatura eroica.</p>
<p>Un professore con la passione della cinematografia, i suoi studenti nei panni di novelli attori per raccontare, una volta tanto senza pruriti pacifisti, l&#8217;epopea della brigata paracadutisti Folgore.</p>
<p>Partendo dalla storica battaglia di El Alamein del 1942 per arrivare alla guerre dei nostri giorni dalla Somalia all&#8217;Afghanistan. «Molti di noi, alla fine erano in mutande&#8230;, camiciotto kaki e mutande&#8230; sporchi, neri di sangue di amici e nemici, capelli dritti e bianchi&#8230;scalzi&#8230;, ma come si fa a raccontare ste cose». Parole toccanti, che spiegano tutto di El Alamein, tratte dalla testimonianza del paracadutista Sante Pelliccia. Scritte in rosso in apertura del promo de Le ali di un soldato la prima docu-fiction sulla Folgore realizzata da Paolo Radi ed i suoi studenti dell&#8217;istituto Donato Bramante di Pesaro. </p>
<p>Nella docu-fiction dedicata alla Folgore gli studenti si improvvisano regista, sceneggiatore, attore per «mettere in scena» la battaglia di El Alamein. Le loro descrizioni si mescolano ai toccanti ricordi di Attilio Rognoli, classe 1921 reduce della battaglia fra le sabbie del Nord Africa. A vent&#8217;anni piazzava sotto i carri armati inglesi la «mignatta», una mina rudimentale, per farli saltare in aria. La famosa battaglia dei leoni della Folgore è lo spunto per raccontare l&#8217;evoluzione dei paracadutisti attraverso le voci dei protagonisti che sono stati volontari nella brigata o ancora sotto le armi. Il lavoro è dedicato a David Tobini, il giovane caporal maggiore della Folgore ucciso nel luglio del 2011 in Afghanistan. Nella docu-fiction c&#8217;è un&#8217;intervista al generale Bruno Loi, il comandante dei paracadutisti in Somalia durante lo scontro del check point Pasta. Gli studenti-attori improvvisati una volta tanto non si perdono nelle derive pacifiste del politically correct, senza neppure scadere in una becera propaganda guerrafondaia.</p>
<p>Rognoli, veterano di El Alamein: &#8220;Cos&#8217;è la guerra? Una cosa molto seria&#8221;.</p>
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		<title>IL LAVORO DI UOMO ONESTO</title>
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		<pubDate>Thu, 23 May 2013 11:38:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; 23 Maggio: ormai una commemorazione istituzionale in occasione dell’anniversario della morte del magistrato Giovanni Falcone, ucciso dalla Mafia. Il ricordo promosso e caldeggiato proprio da quelle istituzioni impantanate spesso in acque poco limpide. Avremmo voluto condividere in merito un articolo apartitico, che tristemente viene a mancare, perché in ogni pezzo analizzato c’è sempre una [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/il-lavoro-di-uomo-onesto/against-mafia-demo-protesta-contro-la-mafia/" rel="attachment wp-att-8649"><img class="alignnone size-full wp-image-8649" alt="AGAINST MAFIA DEMO - PROTESTA CONTRO LA MAFIA" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/05/1.jpg" width="1265" height="706" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>23 Maggio: ormai una commemorazione istituzionale in occasione dell’anniversario della morte del magistrato Giovanni Falcone, ucciso dalla Mafia. Il ricordo promosso e caldeggiato proprio da quelle istituzioni impantanate spesso in acque poco limpide.</p>
<p>Avremmo voluto condividere in merito un articolo apartitico, che tristemente viene a mancare, perché in ogni pezzo analizzato c’è sempre una frase, una strofa stonata, una sfumatura faziosa. </p>
<p>Non ci convince pienamente il termine “eroe” e l’alone di straordinarietà costruito intorno all’esercizio onesto e rispettoso della propria professione: è l’azione delinquenziale a dover essere discriminata, non l’onesto impegno a subire una distinzione, seppur celebrativa. Anche se è certo che un uomo che lotta da solo una battaglia contro poteri molto più forti e grandi di lui nell’attesa di una sua “dipartita” è da “eroi” e di una grande straordinarietà. Straordinarietà mirabile in un Paese del “qualsiasi compromesso”. Stiamo attenti poichè se il misfatto è ordinaria amministrazione e la difesa della legalità, un evento eroico, allora si rischia di lodare l’onestà, per non curarsi poi di riscaldarla dal freddo della solitudine, di un piedistallo irraggiungibile e intoccabile. Non a caso lo stesso Falcone, lo si ascolta in questi giorni negli spot-ricordo televisivi, così argomentava “La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto, bisogna rendersi conto che si può vincere non pretendendo l&#8217;eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”.</p>
<p>Non ci convince l’ostinata descrizione di comportamenti poco valorizzanti la legalità, testimoniata da proposte legislative inequivocabilmente imbarazzanti o sentenze quantomeno discutibili sotto il profilo etico o morale. Sentore del fatto che una certa arbitraria legalità non è prerogativa partitica, ma istituzionale.</p>
<p>Leggere la realtà come più ci aggrada non è così drasticamente lontano dalla riprovevole omertà,  a sostegno delle organizzazioni macchiatesi dei  più efferati crimini. La Mafia è un modus cogendi  che guida le penne, le tastiere, le menti di chi preferisce esclusivamente demonizzare il nemico, rinunciando alla verità dei fatti, tutti. Le bombe, le esecuzioni, rappresentano solo la mediocrità pratica di un pensiero, la vera mala erba nascosta, pericolosamente radicata nella forma mentis di tanti e dal cui contagio troppi si credono immuni.</p>
<p>Se nel microcosmo del nostro quotidiano vogliamo davvero ricordare e prendere esempio da chi ha lottato contro la Mafia, dovremmo almeno impegnarci nella purificazione delle nostre stesse voci. Abituarci all’ordinaria amministrazione della onestà, a cominciare da quella intellettuale.</p>
<p><strong>Il Vicepresidente DR </strong><br />
<strong>Valentina Milesi   </strong></p>
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		<title>IL MICROFONO SPENTO DI GIORGIO</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 10:57:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"> <a href="http://www.destrablog.eu/il-microfono-spento-di-giorgio/almirante_occhi/" rel="attachment wp-att-8642"><img class="alignnone size-medium wp-image-8642" alt="almirante_occhi" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/05/almirante_occhi-247x300.jpg" width="247" height="300" /></a></p>
<p><i>“Sto a Montecitorio dal 1948, da più di trent&#8217;anni. Il Msi si è trasformato, da quel nucleo iniziale di reduci del fascismo. Ormai fa parte stabilmente della geografia politica dell&#8217;Italia repubblicana. È stato un processo lento e difficile. Bene: ma lei crede davvero che io possa pensare di chiudere la mia carriera, la mia vita politica, facendo il becchino di un partito che muore perché una generazione si spegne per motivi anagrafici e un&#8217;altra perché chiusa in galera? Crede davvero che sia così miserabile da avere questa ambizione da nostalgico rincoglionito? [...] Le dirò di più: io non voglio morire da fascista. Tanto che sto lavorando per individuare e far crescere chi dovrà prendere le redini del Msi dopo di me. Giovane, nato dopo la fine della guerra. Non fascista. Non nostalgico. Che creda, come ormai credo anch&#8217;io, in queste istituzioni, in questa Costituzione. Perché solo così il Msi può avere un futuro. Altrimenti è costretto a sparire. Capisce perché sono così deciso nel negare qualsiasi legame con chiunque abbia messo la bomba di Bologna? È un nemico anche del Msi.”</i></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Così Almirante argomentava a microfono spento, subito dopo un’intervista rilasciata a Daniele Protti nel 1980.<br />
Oggi sono 25 anni che Giorgio non c’è più. E il suo ricordo non è un forzato omaggio a un esponente di parte, all’atavica nostalgia per il movimento fascista ormai anacronistica e priva di un pragmatismo logico, ma è un monito, forse, alla politica attuale. Il ricordo di un esempio. Perché, a microfoni spenti, utopicamente distanti dal caos mediatico, emergevano aspetti all’apparenza insospettabili, vincolati alla natura di un uomo, un politico, intellettualmente onesto. Che, nonostante le lotte contingenti più ideologizzate dagli anni di piombo, piange e onora il viaggio finale del suo avversario. Un avversario, non il mostruoso nemico.<br />
Perché Almirante e Berlinguer erano esponenti di fazioni politiche coriacemente inserite nel sociale, pur se attraverso modalità “spirituali” affatto diverse. I loro orizzonti, alla lontana, non erano così antitetici. I retaggi, sì. Ma questo non impediva al leader del MSI di rinunciare opportunamente a rivendicazioni di squadrista memoria, in nome di un futuro adeguato al percorso evolutivo di quella politica, che ancora non era il pozzo d’oro a cui attingere per garantirsi una poltrona duratura e cinica portatrice di facili guadagni.<br />
In questi impotenti giorni, sbracati sulle lenzuola stropicciate di troppi anni, il microfono spento dei nuovi stanchi esponenti svela faccende spesso sgradevoli, nauseanti, nella loro ordinaria prevedibilità.<br />
Forse perché la parola “politica” perde gradualmente e inesorabilmente i sensi. Collassa la capillarità semantica di una “vita activa” spalmata sulla polivalenza della personalità dei nostri rappresentanti, confondendola per un redditizio mestiere defatigante. La politica è invece vocazione, arte nobile. Pensiero costante al futuro della propria azione sociale, prima che alla distinzione pecuniaria del proprio portafoglio.<br />
E chissà che il microfono spento di una qualche coscienza poco incontaminata non prenda finalmente esempio dall’operato di uomini diversi, prima che dalle loro stesse idee.</p>
<p><strong>di Valentina Milesi (Vice Presidente DR)     </strong></p>
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		<title>RITORNO ALL&#8217;AGRICOLTURA E AGLI DEI</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 06:04:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/ritorno-allagricoltura-e-agli-dei/agricoltura-2/" rel="attachment wp-att-8637"><img class="alignnone size-full wp-image-8637" alt="agricoltura" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/05/agricoltura.jpg" width="590" height="250" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Secondo quanto riportato da un recente rapporto Coldiretti, sono sempre più numerosi i giovani che scelgono il ritorno all&#8217;agricoltura. Sono i genitori stessi a consigliare ai propri figli un futuro lavorativo nel settore agricolo, in primis appoggiando la scelta di iscriversi alle facoltà universitarie di scienze agrarie e Zootecniche. A confermare tale tendenza, l&#8217;incremento del 26% delle immatricolazioni in questi corsi di studio, con una percentuale di donne pari al 40%, in netta contrapposizione con il calo generalizzato delle iscrizioni nelle università italiane.<br />
Il giovane agricoltore di oggi è nel 68% dei casi diplomato e nel 15% laureato, con una buona preparazione scientifica e una forte competenza nell&#8217;utilizzo dei nuovi strumenti multimediali. Io, in tutto questo, ci leggo un risveglio del fondamentale istinto alla sopravvivenza. Un vagito di reazione antimoderna.<br />
La modernità, ha detto qualcuno, si fonda sulla solitudine: individui-atomi solitari che si aggregano sulla base dello scambio di merci – la desolazione più sconsolante e disperata. Peggio: nasce da una scissione. L’uomo moderno è un orfano, si porta nel sangue la tara originaria della separatezza da un senso sacro dell’essere, della natura, della sua stessa esistenza. Non adora più, non rispetta più, non crede più. Non ama più. È un distruttore, un sovvertitore, un barbaro, uno straniero a se stesso e al mondo. Nella sua parabola ha rovesciato l’umanesimo in delirio individualistico, ha ridotto l’ideale della libertà di pensiero a licenza e anarchia degli istinti, la prosperità materiale in totalitarismo della merce e del mercato, l’illuminismo in nichilismo, il nichilismo in capitalismo assoluto, l’universale in conformismo globale, la filosofia in intellettualismo, la ragione in fede irrazionale nella scienza, la religione in folklore, le leggi naturali in formulette da laboratorio, la comunicazione in virtualità. È scavato dentro, spiritualmente in coma, un automa da lavoro e col mutuo da pagare. È l’ultimo uomo di nicciana memoria.<br />
Ha perduto la facoltà di sentire il divino che giace nel profondo delle sue viscere. Gli déi se ne sono andati, lo hanno lasciato, e il distacco lo ha reso un bambinone stupido e presuntuoso, che gioca con la Tecnica a fare e disfare il mondo come se questo fosse materia bruta di sua proprietà. È il figlio del cosmo, e pensa di esserne il creatore e padrone. Questa tracotanza ha la sua inquietante ombra nel vuoto che lo assale e lo divora. Tanto più si vede forte e invincibile grazie all’onnipotenza tecnologica che produce un’abbondanza spaventosa di ricchezze economiche, tanto più il mostro della solitudine, fra tutti questi oggetti scintillanti e conoscenze vanagloriose, gli desertifica l’anima.<br />
Come se ne esce? Ritornando alla realtà. È dura, la realtà. Ma anche meravigliosa. È eraclitea: bene e male fusi insieme – non può essere solo bene, come vorrebbe farci credere la pubblicità. È irta di ostacoli, costellata di limiti, gravata dal peso della necessità (la “terra è bassa”). Ma è anche volontà, aspirazione, creazione. Bene, ora che il nichilismo è compiuto, si può riprendere in mano la sfida di colui che l’aveva diagnosticato e previsto: Nietzsche il folle. La sua mente collassò per l’implosione psicologica di anni e anni di solitudine, metafora dell’assenza di forza divina. Il suo Superuomo vuole essere dio di se stesso, atrocemente consapevole del non-senso dell’universo e, contemporaneamente, dionisiaco creatore di leggi e forme di vita. Ma questa tensione è veramente sovra-umana, l’uomo è incapace di sopportarla. Non può farsi dio senza credere agli déi. Deve esserci qualcosa più grande di lui, non può essere la sua volontà di potenza il principio e la fine del senso da dare all’Essere. L’alternativa è impazzire, come capitò al filosofo crollato per aver troppo represso la compassione, l’amore verso il prossimo, il dono di sé.<br />
La nuove tavole di valori devono basarsi sì sulla fedeltà alla terra, come insegnava Nietzsche-Zarathustra, ma una terra piena di déi, profondamente presenti in noi e fuori di noi come tali, come potenze vive che ci dominano. Non come illusioni coscienti d’artista, non come se noi dominassimo loro. Il nostro destino non è nelle nostre mani, ma nelle loro: questa saggezza tragica va ripresa alla lettera.<br />
Ma quali déi? Dopo tanta secolarizzazione e disincanto, dopo che Dio è morto, richiamarlo in vita, per l’uomo europeo, è un’impresa terribile, difficilissima. Ma non impossibile, se pensiamo che è la natura il suo regno visibile. Rinaturalizzare la vita, ridimensionando tutto l’apparato artificiale, economico-tecnologico, che le abbiamo sovrapposto fino a soffocarla: ecco la via maestra. All’alba del terzo millennio, un contadino, un vero contadino – non specializzato e industrializzato, ma quello che se volesse vivrebbe benissimo in una magnifica autarchia, con la sua porzione di mondo e i suoi cari – è già di suo una speranza, un autentico sabotatore del sistema.  Il più reazionario, il più rivoluzionario. Inconsapevolmente, si capisce (quei giovani neo-agricoltori non ci vanno con Nietzsche sotto il braccio, ma se lo portano dentro, senza saperlo).</p>
<p><strong>di Alessio Mannino &#8211; Fonte: il ribelle</strong></p>
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		<title>DIFFERENZE E DISTINZIONI</title>
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		<pubDate>Fri, 17 May 2013 14:27:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/differenze-e-distinzioni/coordinamento/" rel="attachment wp-att-8628"><img class="alignnone size-medium wp-image-8628" alt="coordinamento" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/05/coordinamento-300x225.jpg" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Potrebbe risultare inusuale che un&#8217;associazione culturale di destra dedichi un post alla Giornata Mondiale contro l&#8217;Omofobia, allargandone il campo e inserendola nel caleidoscopio delle altre numerose differenze. È inusuale perché apparentemente contrapposto al messaggio veicolato dall&#8217;orientamento politico in questione, nel processo storico delle sue altalenanti evoluzioni e involuzioni. Il quesito che, tuttavia, mi assillava stamattina era il seguente: il rispetto dell&#8217;altro contraddice l&#8217;applicazione esecutiva dimostrata dalla Destra in questi anni, o mina la ratio valoriale che è alla base della sua ideologia? Quale aspetto è determinante nella composizione dell&#8217;apparato “spirituale” di un&#8217;idea politica? I suoi connotati originari, o le ripercussioni scaturite dalle scelte dei suoi rappresentanti?<br />
Certamente queste ultime le imprimono un timbro, che, consentitecelo, non può essere, però, sinonimizzato col “marchio di fabbrica”. Accettare tale implicita operazione equivarrebbe a definire la misoginia, la latente omofobia, l&#8217;Inquisizione come parte integrante del Cattolicesimo. Versione affatto alterata della realtà, sostenuta da chi preferisce ignorare le degenerazioni perpetrate dai suoi rappresentati, da chi abbraccia una comoda sintesi, priva di differenze e distinzioni. Le stesse solite protagoniste dei cosiddetti passi avanti compiuti verso la parità dei diritti fra i categorizzati eterosessuali e omosessuali.<br />
A pochi giorni fa risale la notizia di un “rincuorante” accoglimento successivo alla richiesta del deputato PD Ivan Scalfarotto, relativa all&#8217;assistenza sanitaria integrativa anche al compagno dello stesso sesso, così come avviene per tutti gli altri parlamentari (sia sposati che conviventi). Accettate, integrate le differenze in Parlamento, mantenute ostinatamente le distinzioni fra il Palazzo e il popolo. Sentore del fatto che esistono minoranze oligarchiche e minoranze periferiche. Distinzioni e differenze. Sì, quelle che certi partiti hanno sempre spocchiosamente scavalcato. <em>I progressisti valorizzano e abbracciano le differenze; i conservatori sono invece abbarbicati allo status quo delle privilegiate distinzioni.</em> Questo, in soldoni, si ode dalle auguste cattedre delle nostre anguste scuole. Ma la distinzione è davvero così netta? O i rappresentanti delle idee alterano la realtà delle cose? Si dice che questa scelta simboleggi il vessillo di una prima vittoria. Una volta ottenuto un diritto in più per i deputati, sarà immediato servire equamente il popolo.<br />
Strano che per i “doverosi” sacrifici in tempi di rescissione economica il Parlamento non abbia minimamente pensato a portare quell&#8217;esempio che, di certo, non avrebbe addolcito la pillola, ma che almeno non ci avrebbe lasciato soli nella miseria, arresi, discriminati, diversi rispetto ai distinti (conservatori e non, progressisti e non).</p>
<p><em>Ma che scherziamo? Per i diritti il discorso è diverso. C&#8217;è una propedeuticità. E non diteci, elettori cari, che è la stessa propedeuticità che chiedete quando noi, “poltronati” al sicuro, banalizziamo lo slogan “Prima agli Italiani, poi&#8230;”, perché voi siete razzisti! Chiaro o no? “Noi” lo sappiamo che col termine “italiano” intendete dire “contribuente, regolare, registrato”, ma fingiamo di non sapere.</em></p>
<p>E infatti non avete torto. Non è la stessa propedeuticità. La nostra è di gran lunga più pulita, perché non è tesa ad accaparrarci la ricchezza altrui, non è finalizzata a distinguerci, ma pretende di salvarsi prima di salvare. Non posso soccorrere una chiatta fallata se sto annegando. E se sto affondando per il piombo legato ai piedi, non posso permettere che sopraggiungano alghe di altri mari a intrappolarmi nel fondo.<br />
Non opero distinzioni elitarie, ma osservo le differenze che vanno valorizzate per essere sanate, per essere regolamentate, per ricominciare a sperare.</p>
<p>Non è un caso che nella ricorrenza di oggi ci sia una piccola alterazione terminologica: la parola &#8220;omo/fobia riassume&#8221;, per via di un utilizzo poco rigoroso ma dato per buono in virtù della sua funzione accorciativa, la paura patologica dell&#8217;omosessuale. Tuttavia etimologicamente &#8220;omo&#8221; di per sé non indica lo stesso (sesso) si riferisce alla paura dello stesso, dell&#8217;uguale a me, al di là della sfera umana presa in considerazione. Ineluttabilmente si assiste così a una rivelazione quasi epifanica. Questo paese, il nostro paese, non è propriamente xenofobo, non è “eterofobo”, pur se vittima del gioco di un eterodirezione guidata dai burattinai della finanza speculativa. Non teme l&#8217;altro. Teme pericolosamente se stesso e finché, guardandosi allo specchio, non troverà il coraggio di accettarsi, di migliorarsi, di salvarsi, non abbraccerà mai l&#8217;altro da sé, che al limite, attraverso malintese integrazioni, apprenderà il suo peggio.<br />
È questa la sana propedeuticità a cui qualcuno sembra essere distintamente in-differente.</p>
<p><a href="https://www.facebook.com/pages/No-allOmofobia/100293166701580?hc_location=stream">https://www.facebook.com/pages/No-allOmofobia/100293166701580?hc_location=stream</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>di Valentina Milesi (VicePresidente DR)</strong></p>
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		<title>RAI SENZA MEMORIA, SENZA SERVIZI PUBBLICI</title>
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		<pubDate>Thu, 16 May 2013 12:20:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; La notizia di queste ultime ore relativa alla prossima cancellazione dal palinsesto Rai del programma &#8220;La storia siamo noi&#8221;, diretta da Giovanni Minoli, indigna non pochi italiani. Sentore che almeno una speranza, seppur flebile, in questo paese non accenna a morire. È l&#8217;ennesima contraddizione imputabile alla politica aziendale della prima rete nazionale. Il canale, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/rai-senza-memoria-senza-servizi-pubblici/392333_10151637044765359_1630481399_n/" rel="attachment wp-att-8622"><img class="alignnone size-full wp-image-8622" alt="392333_10151637044765359_1630481399_n" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/05/392333_10151637044765359_1630481399_n.jpg" width="280" height="257" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La notizia di queste ultime ore relativa alla prossima cancellazione dal palinsesto Rai del programma &#8220;La storia siamo noi&#8221;, diretta da Giovanni Minoli, indigna non pochi italiani.</p>
<p>Sentore che almeno una speranza, seppur flebile, in questo paese non accenna a morire.</p>
<p>È l&#8217;ennesima contraddizione imputabile alla politica aziendale della prima rete nazionale.</p>
<p>Il canale, emblema del servizio &#8220;pubblico&#8221;, sostenuto dalle tasse dei contribuenti e dagli investimenti degli sponsor.</p>
<p>Che, comprenderete la nostra confusione, finora abbiamo faticato non poco a capire agli interessi di quali delle due categorie di finanziatori tenda a piegarsi maggiormente.</p>
<p>Ora è tutto sdegnosamente chiaro, per quanto eticamente torbide siano certe comode scelte di approvvigionamento pecuniario.</p>
<p>Sì, la ritiriamo fuori la parola &#8220;etica&#8221;.</p>
<p>Come riesumiamo la dimenticata &#8220;deontologia professionale&#8221; che tanto sembrava distinguere Mamma Rai dalle inclinazioni ostinatamente commerciali dell&#8217;avversario &#8220;Biscione&#8221;, il quale nonostante le critiche più spietate, spesso condivisibili, aveva almeno il buon gusto di stimolare gli istinti di semplici telespettatori, il cui contributo, al massimo, veniva espresso attraverso l&#8217;Auditel.</p>
<p>La Rai dimostra sostanzialmente di essere una rete commerciale, ma nella fallacia forma finge di appartenere agli italiani.</p>
<p>&#8220;La Rai siamo noi&#8221; quando i due mesi dedicati al pagamento del canone si avvicinano.</p>
<p>Anche &#8220;La storia siamo NOI&#8221;, eppure non esitate a estorcerci quel po&#8217; di emaciata cultura che ci resta e sulla quale una piccolissima percentuale della nostra imposta tassazione abbiamo, ancora per poco, il piacere d&#8217;investire.</p>
<p>Qualcosa non torna.</p>
<p>L&#8217;appartenenza non torna.</p>
<p>Il rapporto bilaterale servizio-contributo non torna.</p>
<p>E se la Rai non ci appartiene, noi non le apparteniamo.</p>
<p>Sul sito abbiamo aperto a tal proposito un sondaggio.</p>
<p>Diteci anche voi come la pensate.</p>
<p><strong>Il Vicepresidente Nazionale DR </strong></p>
<p><strong>Valentina Milesi</strong></p>
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		<title>NASSIRIYA, IL VALORE IN DIVISA</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Apr 2013 11:22:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ieri, 27 aprile 2013, ricorreva il settimo anniversario del martirio militare, rivendicato da gruppi fondamentalisti islamici improntati ad atti terrostici, di  Nicola Ciardelli, Capitano dell&#8217;Esercito, paracadutista della Brigata Folgore; Carlo De Trizio, maresciallo aiutante dei carabinieri; Enrico Frassanito, maresciallo aiutante dei carabinieri; Bodgan Hancu, caporale della polizia militare rumena; Franco Lattanzio, maresciallo aiutante dei carabinieri. Destra [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/nassiriya-il-valore-in-divisa/militari-italiani-iraq/" rel="attachment wp-att-8615"><img class="alignnone size-medium wp-image-8615" alt="militari-italiani-iraq" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/04/militari-italiani-iraq-300x199.jpg" width="300" height="199" /></a></p>
<p>Ieri, 27 aprile 2013, ricorreva il settimo anniversario del martirio militare, rivendicato da gruppi fondamentalisti islamici improntati ad atti terrostici, di  Nicola Ciardelli, Capitano dell&#8217;Esercito, paracadutista della Brigata <i>Folgore; </i>Carlo De Trizio, maresciallo aiutante dei carabinieri; Enrico Frassanito, maresciallo aiutante dei carabinieri; Bodgan Hancu, caporale della polizia militare rumena; Franco Lattanzio, maresciallo aiutante dei carabinieri.<br />
Destra Razionale li ricorda col rinnovato intento di far comprendere come la valorizzazione dei corpi militari, o delle più generalizzate forze dell’ordine, non debba rivelarsi esclusivo appannaggio di orientamenti apparentemente filo-conservatori, ma doverosa e rispettosa memoria condivisa.<br />
Troppo spesso si associa, in maniera banale e tendenzialmente faziosa, il ricorso alle armi al più becero e offensivo strumento di violenza gratuita, imputabile al potente accaparratore di turno.<br />
Ma la verità non è quasi mai univoca e così immediatamente recintabile. Presenta numerose, sfumate, sfaccettature. Talvolta un’arma è un prezioso mezzo di difesa, e anche il mantenimento dell’ordine rientra nella tutela del diritto fondamentale alla sicurezza. Ai condannabili abusi si potere legati a un delirio d’onnipotenza in uniforme, si contrappone anche l’ammirazione per il (buon) senso del dovere portato avanti dai servitori della patria per vocazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Valentina Milesi</strong></p>
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		<title>APPELLO ALLA CULTURA</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Apr 2013 09:52:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/appello-alla-cultura/verdi_cultura/" rel="attachment wp-att-8608"><img class="alignnone size-full wp-image-8608" alt="verdi_cultura" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/04/verdi_cultura.jpg" width="1024" height="667" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>I PROFESSIONISTI DELLA CULTURA SI APPELLANO AL PRESIDENTE NAPOLITANO E AL FUTURO PRESIDENTE DEL CONSIGLIO: UN SEGNALE DI FORTE RINNOVAMENTO AL MINISTERO DEI BENI CULTURALI</p>
<p>Gli operatori e i professionisti della cultura si appellano uniti al presidente Napolitano e al futuro presidente del Consiglio per chiedere con forza che alla guida del Mibac vada un ministro che sappia imprimere una svolta decisiva alle politiche di tutela, fruizione e di valorizzazione del patrimonio culturale, costruendo un rapporto vivo tra i cittadini e la cultura italiana.</p>
<p>All&#8217;Italia serve un ministro della cultura in grado di valorizzare lo straordinario patrimonio culturale e le sue migliori risorse. Una figura che conosca a fondo il mondo della cultura e dei beni culturali e sia consapevole delle condizioni di lavoro e di vita dei professionisti che se ne prendono cura. Una figura autorevole, competente e fresca che sappia individuare le priorità e sappia tradurre in una nuova proposta politica le esigenze delle diverse anime che compongono l&#8217;universo cultura: dall’archeologia al cinema e l’audiovisivo, dalle creatività alla danza, dal restauro al teatro, dalla musica al paesaggio.</p>
<p>Come operatori della cultura sentiamo il bisogno di una svolta per la guida del Ministero. La politica sembra finalmente aver recepito il desiderio e la necessità di rinnovamento di una classe dirigente che i cittadini sentono troppo distante dai problemi di tutti i giorni, come ad esempio le difficoltà che oggi in Italia vive un precario, un piccolo imprenditore o uno studente.</p>
<p>Vogliamo un ministro che rappresenti e tuteli  l’interesse collettivo dei cittadini e degli operatori  della  cultura, libero e indipendente, estraneo ad interessi e trame economiche e politiche che purtroppo hanno segnato il nostro settore per decenni. Vogliamo un ministro che abbia la vivacità, il dinamismo e le competenze indispensabili per comprendere e tradurre in proposte politiche le istanze di generazioni segnate dalla precarietà e dal mancato riconoscimento delle aspettative di lavoro e di vita.</p>
<p>Siamo convinti che un ministro “tecnico” debba conoscere da dentro il mondo della Cultura e saper tradurre in indirizzo politico le esigenze di tutte le molteplici realtà che lo compongono. La cultura italiana e la nostra tradizione esige la figura di un ministro che,  piuttosto che parlare dei  Beni Culturali come “ il petrolio dell’Italia”  o vantare  “il più grande patrimonio culturale del mondo”, intervenga  affinché quel patrimonio non venga più umiliato  da leggi che attentano al sistema della tutela dei nostri beni e del nostro paesaggio. Un ministro capace di una visione sistemica della vita culturale del paese e che comprenda l’importanza di valorizzare il rapporto inscindibile tra la tutela del patrimonio e la produzione culturale.</p>
<p>Dopo anni di nomine equivoche e inadeguate serve quindi un deciso cambio di rotta a favore di una personalità consapevole, già attiva e collegata con le realtà che operano nel mondo della cultura che con progetti innovativi e modelli inclusivi e sostenibili, sappia mettere il cittadino al centro dell’agenda politica culturale del prossimo Governo. Un ministro quindi che tutte le categorie produttive, professionali e artistiche sentano più vicino e rappresentativo e che assuma su di sé la responsabilità di difendere la funzione sociale della Cultura  come diritto fondamentale di tutti i cittadini; come mezzo per la costruzione di una società più democratica, libera e consapevole; come fattore di crescita sostenibile da cui non possiamo né dobbiamo prescindere.</p>
<p>-        ANA- Associazione Nazionale Archeologi</p>
<p>-        ANAC &#8211; Ass. Nazionale Autori Cinematografici</p>
<p>-        ANART -Ass. Nazionale Autori Radiotelevisivi e Teatrali</p>
<p>-        ApTI &#8211; Ass. per il teatro Italiano</p>
<p>-        ARCI</p>
<p>-        ART. 9 Cultura &amp; Spettacolo</p>
<p>-        ARTICOLO 21 &#8211; Associazione giornalisti</p>
<p>-        ASC &#8211; Ass.  Italiana Scenografi Costumisti e Arredatori</p>
<p>-        ASSTeatro &#8211; Associazione Sindacale Scrittori Teatro</p>
<p>-        Assotecnici Associazione Nazionale Tecnici per la tutela dei beni culturali e   ambientali.</p>
<p>-        Cinema &amp; Territorio</p>
<p>-        CIA- Confederazione Italiana Archeologi</p>
<p>-        Consequenze Network</p>
<p>-        FEDERAZIONE CEMAT &#8211; Ente di Promozione Musicale</p>
<p>-        FED.IT.ART</p>
<p>-        FIDAC  &#8211; Federazione Italiana Associazioni Cineaudiovisivo</p>
<p>-        IACS</p>
<p>-        Indicinema</p>
<p>-        La ragione del restauro</p>
<p>-        MovEm09</p>
<p>-        NUOVA CONSONANZA</p>
<p>-        PMI Cinema e Audiovisivo</p>
<p>-        RITMO &#8211; Rete Italiana Musicisti Organizzati</p>
<p>-        SAI &#8211; Sindacato Attori Italiani</p>
<p>-        SNCCI &#8211; Sindacato Nazionale Critici Cinematografici</p>
<p>-        TAM TAM</p>
<p>-        UFFICIO SINDACALE TROUPE SLCCGIL</p>
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		<title>“BORGHESI, IL VOSTRO REGNO FINÌ!”</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Mar 2013 14:03:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultural-Mente]]></category>
		<category><![CDATA[Borghesi]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; D: “Senti, ma questo Triangolo…Chi erano quei tre? Adesso ce lo puoi dire.” R: “Ma non si sono mai manifestati. Il triangolo, in una forma meno morbosa, e non pensandolo solo in una condizione sessuale, è l’amico e anche la ragazza. Noi abbiamo sempre pensato di lasciare fuori dalla porta qualcuno. Ed è sbagliato. [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/borghesi-il-vostro-regno-fini/triangolo/" rel="attachment wp-att-8594"><img class="alignnone size-medium wp-image-8594" alt="triangolo" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/03/triangolo-300x245.jpg" width="300" height="245" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>D: “Senti, ma questo Triangolo…Chi erano quei tre? Adesso ce lo puoi dire.”<br />
</em><br />
<em>R: “Ma non si sono mai manifestati. Il triangolo, in una forma meno morbosa, e non pensandolo solo in una condizione sessuale, è l’amico e anche la ragazza. Noi abbiamo sempre pensato di lasciare fuori dalla porta qualcuno. Ed è sbagliato. Perché certe formule si mantengono, quando il numero rappresenta la forza”</em>.</p>
<p>Probabilmente proprio questa domanda, posta in maniera molto innocua e fintamente tendenziosa da Daria Bignardi a Renato Zero, custodisce il momento saliente di un’intervista così poco invasiva e men che meno “barbarica”.<br />
I più penseranno “E te pareva! Certi morbosi si concentrano e si entusiasmano solo quando qualcuno osa indagare intorno all’intimità sessuale dell’&#8221;inetichettabile&#8221; Renato, per poi aspettarsi chissà quali risposte rivelatrici.”<br />
Eppure, purtroppo per loro, è andata diversamente. Quella risposta è stata sufficientemente rivelatrice, quasi appagante. Forse non ha dissetato l’inconscia speranza di assimilare questo personaggio a una certa libertà capillarmente pervasiva, ma, più pragmaticamente, ha reso il pubblico partecipe di un <em>modus cogendi</em>.<br />
È  stata un’occasione importante  questa, perché alla sua arte interpretativa, da insuperato teatrante della canzone, è venuta a mancare l’efficace e coinvolgente funzione di fattore distraente. E i suoi contenuti hanno avuto la “meglio”.</p>
<p>Il triangolo accoglie in sé il simbolo della Trinità, sottolinea il cantautore. L’intento è quindi finalizzato a leggere fra le righe di questa metafora geometrica una certa spiritualità universalista, lontana da un esclusivismo improduttivo o addirittura controproducente. Perché il triangolo ospita l’amico e la ragazza, si limita a dire lui. Oppure, senza annegare in eccessi patologicamente morbosi, l’amica e il ragazzo, universalizzo io. È una porta aperta. Una formula, un’equazione in cui il numero (delle variabili) fa la forza.<br />
Il discrimine si palesa in qualche frammento video,  con cui la redazione di La7 ha pensato bene di deliziarci: Mi Vendo, Depresso, La favola mia, e finalmente Triangolo.<br />
Il ventinovenne riccioluto, “seduttore e belloccio”, non interpreta quel testo, immobile e ammantato di una tunica, ove campeggia l’occhio inscritto nel triangolo del Padre, del Figlio, e del “Puro Spirito” Santo. Ancheggia e, non a caso, seduce, all’interno delle elastiche pareti di una tutina aderente. I segnali <em>target</em> dell’ironico pericolo sono ubicati su tre zone: pube, fondo schiena, petto &#8211; torace &#8211; Cuore. Una trilogia dell’Anima, del Corpo, e del Sesso, espressa, manifestata, imposta nei panni del difensore indiscusso di “questo amore un po’ articolato”.</p>
<p>In quelle dorate esternazioni artistiche è legittimo cogliere un’intrinseca spiritualità. Mi permetto tuttavia di eccepire a ciò che sembra si voglia far intendere attraverso una poco felice perifrasi. Una simile accezione non è sporcata e infettata dal morboso (derivato da “morbo”) pensiero della “condizione sessuale”. Anzi, da tale implicante intersezione entrambe le sfere dovrebbero addirittura risultarne  valorizzate, rifiutando qualsiasi ombra di forzato arginamento. Sono consapevole di quanto appaia retoricamente ridondante sottolineare certe sottigliezze a una provocazione vivente, asfissiata dal tanfo del razzismo, che saprà sicuramente come evitare terminologie e mentalità repressive e bigotte. “Borghesi”, insomma. Soprattutto in virtù del fatto che oggi c’è un  vantaggio: <em>“quella minoranza è maggioranza. I coglioni son tre, e si riconoscono”</em>. Ma purtroppo, talune volte, si avverte il bisogno urgente di comprendere chi sia minoranza, chi maggioranza, chi davvero appartenga a quei tre. Forse anche loro hanno preferito non manifestarsi?</p>
<p>Solo così,  finalmente, la circolarità dell’abbraccio zerico, almeno dal punto di vista tematico, sarebbe garantita. Un terno secco più o meno ermetico: la triade ritorna, il Triangolo pure&#8230;E il regno dei borghesi, come si ascolta nella nostalgica “I ‘70”, finisce veramente?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>di Valentina Milesi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>UMANI, TROPPO UMANI</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Mar 2013 15:32:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/umani-troppo-umani/lessere-umano-sta-diventando-piu-stupido-l-y1j15b/" rel="attachment wp-att-8586"><img class="alignnone size-medium wp-image-8586" alt="lessere-umano-sta-diventando-piu-stupido-L-Y1J15b" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/03/lessere-umano-sta-diventando-piu-stupido-L-Y1J15b-300x126.jpeg" width="300" height="126" /></a></p>
<p>Protagoniste di questi ultimi giorni le numerose polemiche destrorse conseguenti alla dichiarazione, in veste neo-politica, di Franco Battiato.<br />
Alcuni giornali così titolano “Quelli di destra non sono essere umani”.<br />
Oltre i caratteri cubitali, ecco il corpo dell&#8217;articolo e la reale affermazione, fedelmente estrapolata dal discorso del cantautore: “È certo che la destra italiana è una cosa che non appartiene agli esseri umani”.<br />
Forse il riassunto del campeggiante titolo rende l&#8217; idea, forse no. Fatto sta che l&#8217;aggettivo “italiana” è una precisazione niente affatto trascurabile, che connota in maniera più marcatamente torbida, e paradossalmente nitida, quell&#8217;orientamento, che di per sé non rappresenta valori inumani, ma che, al limite, viene cavalcato in un determinato momento storico, in un particolare paese, da alcuni soggetti di spessore umano discutibile.<br />
Poi, oh, tutto sta nel mettersi d&#8217;accordo su quale davvero sia l&#8217;accezione che è necessario attribuire all&#8217;espressione “essere umano”. Se la si vuole gandhianamente intendere come la valorizzazione di ciò che in noi appare più vicino alla solidarietà umana, al reciproco sostegno. O se, in maniera più nichilisticamente cioraniana, si tende a pensare alla profonda meschinità instillata negli intimi meandri della nostra natura.<br />
Nessuna delle due è detentrice di una fallacia incontrovertibile.<br />
L&#8217;essere umano sembra comodamente inserito nella metafora della bilancia, i cui bracci vengono attirati, a tutto danno di un equilibrio da sempre intermittente, verso due poli opposti: divinità &#8211; ferinità.<br />
In quel trattino, centrale, caotica, stretta e confusa si palesa la nostra tanto chiacchierata umanità. Che ci auguriamo da sempre si risolva nell&#8217;armonico <em>aufhebung</em> della più singolare dialettica hegeliana, ma che spesso non si discosta molto dalla mera frammentazione che l&#8217;atavico bipolarismo, vagamente schizoide, genera.<br />
Evitando di cadere dal pero, sarebbe tuttavia ridicolo non accorgersi a quale tipo di umanità l&#8217;artista siciliano voleva riferirsi. Eppure quell&#8217;espressione, per niente ambigua, ma esageratamente sintetica, commette il più grave, inconsapevole errore di deresponsabilizzare la specie umana: l&#8217;animale, il mostro, rispettivamente non hanno colpe e non esistono. Sono alterazioni, incubi, entità oniriche. Gli esseri umani sono invece “colpevolizzabili” e sanzionabili. Lo sono, quando rispondendo all&#8217;accusa d&#8217;impresentabilità etico-giuridica dei candidati, mossa dall&#8217;Annunziata, ricorrono a un altro tipo d&#8217;“impresentabilità”, legata stavolta all&#8217;avvenenza estetica di una donna. Sono esseri umani responsabili tutti coloro che festeggiano la morte di un capo di Polizia, il cui ruolo istituzionale si è macchiato di errori drammatici e riconosciuti, ma la cui fine &#8220;umana&#8221; andrebbe rispettata. Gli stessi, poi, che più di un decennio fa caldeggiavano i funerali di Stato per l&#8217;“innocuo” ragazzo con estintore e passamontagna. Sono responsabili i fautori delle utopiche larghe intese, legate a evidenti compromessi fiduciari poltroneggianti.<br />
Si tratta di esseri umani, tutti. Faziosi, maleducati, disonesti.<br />
Si è &#8220;colpevolizzabili&#8221; anche nel momento esatto in cui si tocca, sminuendola, l&#8217;arte di un cantautore per avvalorare le proprie ragioni.<br />
Bisognerebbe invece porre, abbracciando uno stile meno bestiale, alcuni quesiti.</p>
<p>Una certa volgarità, rozzezza, violenza, è inumana? Una certa pedissequa complicità allo status quo degli impresentabili, da parte dei “presentabili”, è inumana? Comporre eccellenti testi filosofico- poetici attingendo alla fonte di un talento insuperato, e lasciarsi inabissare dalle onde di un bicchiere d&#8217;acqua nella semplice strutturazione di un intervento orale è inumano?O può definirsi semplicemente contraddittorio, utilitaristicamente dimentico dell&#8217;analisi meno frenetica, ad appannaggio della sintesi più aprioristica? Oppure, umano, fin troppo umano?</p>
<p>di <strong>Valentina Milesi</strong></p>
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		<title>24 Marzo, Destra Razionale ricorda l&#8217;eccidio delle Fosse Ardeatine</title>
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		<pubDate>Sun, 24 Mar 2013 16:38:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[  La storia ci impone dei doveri. Primo fra tutti, quello di imparare da essa, affinché tali crimini non si ripetano. DR]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"> <a href="http://www.destrablog.eu/24-marzo-destra-razionale-ricorda-leccidio-delle-fosse-ardeatine/fosseardeatine7/" rel="attachment wp-att-8579"><img class="alignnone size-medium wp-image-8579" alt="fosseardeatine7" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/03/fosseardeatine7-300x203.jpg" width="300" height="203" /></a></p>
<p style="text-align: left;">La storia ci impone dei doveri. Primo fra tutti, quello di imparare da essa, affinché tali crimini non si ripetano.</p>
<p><strong>DR</strong></p>
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		<title>ESCLUSIVA: ROMA DENTRO</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2013 12:43:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/esclusiva-roma-dentro/viewer1/" rel="attachment wp-att-8572"><img class="alignnone size-full wp-image-8572" alt="viewer1" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/03/viewer1.png" width="708" height="1002" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cari amici di Destra Razionale,<br />
 <br />
vi presento in anteprima, ed in esclusiva sul nostro sito, un interessante libro di cui è autore un amico e bravo professionista, il giornalista Paolo Casolari.<br />
Il libro è da consigliare e si chiama &#8220;Roma Dentro&#8221;. E&#8217; una miniera di inedite notizie sulla romanità antica e sui suoi riverberi nell&#8217;Italia di oggi, un catalogo di evidenze e circostanze impensabili o che ci siamo dimenticati, che ci fanno riscoprire un orgoglio di apparteneneza, quantomai prezioso oggi, in un&#8217;Italia che ha perso l&#8217;anima.<br />
Ecco, posso dire che Roma dentro l&#8217;anima che la fa ritrovare: come dividiamo il tempo, perchè festeggiamo certe ricorrenze, come mai amiamo  tanto il centro e la piazza o la buona tavola o l&#8217;acqua; dove nascono i colori della nostra bandiera, i confini delle nostre regioni, i gesti, i giochi, la fortuna o sfortuna di certi numeri, l&#8217;origine dei nostri nomi, sino agli eroismi dimenticati che, come un torrente carsico, ci legano ai nostri grandi antenati.<br />
Completa il libro un calendario parallelo dell&#8217;Italia unita e delle feste della Romanità classica<br />
L&#8217;autore non è alla sua prima opera editoriale, ma quest&#8217;ultima ha il dono dell&#8217;originalità e della completezza, esplorando un mondo sinora composto solo da frammenti.<br />
Il libro sarà in libreria a metà aprile al costo di 22 euro, ma potete già prenotarlo, scontato, sul sito dell&#8217;editore: <a href="http://www.mmcedizioni.it/">www.mmcedizioni.it</a><br />
 <br />
Buona lettura, se vorrrete.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/esclusiva-roma-dentro/viewer2/" rel="attachment wp-att-8573"><img class="alignnone size-full wp-image-8573" alt="viewer2" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/03/viewer2.png" width="800" height="1130" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>XXI GIORNATA FAI DI PRIMAVERA</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2013 11:12:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/xxi-giornata-fai-di-primavera/giorna1/" rel="attachment wp-att-8568"><img class="alignnone size-full wp-image-8568" alt="GIORNA~1" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/03/GIORNA1.jpg" width="630" height="472" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Uscire di casa per un appuntamento speciale, che coinvolge il cuore e la mente. “Invadere” per una volta le città e sentirsi parte di una collettività che si riconosce nella cultura del nostro Paese. Vivere l’esperienza di tante storie diverse che raccontano un’unica grande storia, la nostra, attraverso capolavori dell’arte, ambienti meravigliosi e luoghi apparentemente familiari eppure sorprendenti. E “riconoscersi tra sconosciuti” grazie a questi sentimenti comuni, stati d’animo che ci fanno sentire più vicini gli uni agli altri.</p>
<p>È ciò che succede durante la XXI Giornata FAI di Primavera, in programma sabato 23 e domenica 24 marzo. Una grande mobilitazione popolare che è diventata negli anni irrinunciabile per centinaia di migliaia di italiani e che ha coinvolto finora 6.800.000 persone.</p>
<p>Quest’anno il FAI – Fondo Ambiente Italiano apre 700 luoghi in tutta Italia, spesso inaccessibili e per l’occasione eccezionalmente a disposizione del pubblico, con visite a contributo libero: chiese, palazzi, aree archeologiche, ville, borghi, giardini; persino caserme, centrali idroelettriche e un osservatorio astronomico.</p>
<p>Sabato 23 e domenica 24 marzo è la XXI Giornata FAI di Primavera. 700 luoghi sparsi in tutte le regioni italiane aprono le loro porte per mostrare bellezze ancora poco conosciute e spesso inaccessibili che, per l&#8217;occasione, eccezionalmente sono a disposizione del pubblico. Chiese, palazzi, aree archeologiche, ville, borghi, giardini; persino caserme, centrali idroelettriche e un osservatorio astronomico sono solo una piccola parte di tutto ciò che straordinariamente si rende visibile e fruibile nelle due giornate proposte dal FAI. Un appuntamento speciale che coinvolge il cuore e la mente. Un modo unico per vivere l&#8217;esperienza di tante storie diverse che raccontano un&#8217;unica grande storia, la nostra, attraverso capolavori dell&#8217;arte, ambienti meravigliosi e luoghi apparentemente familiari eppure sorprendenti.</p>
<p>Elencare tutti i luoghi aperti durante le due giornate FAI di Primavera, sarebbe un imprese a dir poco titanica. Ecco allora un elenco di alcuni tra i beni italiani eccezionalmente aperti sabato 23 e domenica 24 marzo. Nord Italia. A Genova Pegli vengono aperti i giardini di Villa Durazzo Pallavicini, una delle più alte espressioni di giardino romantico ottocentesco, con scenografie che compongono un percorso melodrammatico, progettati da Michele Canzo, scenografo del Teatro Carlo Felice e realizzati tra il 1840 e il 1846; in Veneto, Venezia si può visitare il piano nobile di Palazzo Barbaro a San Vidal con i due grandi saloni, o “porteghi”, cui si accede tramite due bellissime scale esterne, gotiche come la splendida facciata; in Piemonte la città di Torino apre il Palazzo della Curia Maxima ricco di storia e cultura civica; in Lombardia, a Milano, si può accedere alla sale del Palazzo dell&#8217;Informazione voluto nel 1938 da Mussolini come sede del &#8220;Popolo d&#8217;Italia&#8221; e che negli anni ha ospitato varie testate giornalistiche, progettato da Giovanni Muzio e fregiato di opere di Mario Sironi a cui si deve il disegno dell&#8217;enorme bassorilievo in marmo di Carrara e il grande mosaico &#8220;L&#8217;Italia corporativa&#8221;.<br />
 Sempre a Milano il Deposito Locomotive e Officina F.S. Milano Smistamento che nasce nel 1931 come grande scalo merci e impianto di ricovero e manutenzione delle locomotive; sempre in Lombardia, a Bagnolo Mella (BS), apre il Castello Avogadro-Spada con i suoi ambienti eleganti e stanze decorate con affreschi e sculture mentre a Monza è possibile far visita alla Villa Reale di Monza con la Cappella Reale, il Teatrino di Corte e gli appartamenti reali compresi i Cantiere dei lavori di restauro del corpo centrale della Villa. A Tremezzo (CO) Villa Sola Cabiati, villa storica del ‘700 costruita dai Del Carretto e passata poi alla famiglia Serbelloni, apre le sue porte a tutti coloro che desiderano gustare tutti i suoi beni.<br />
 <br />
CENTRO ITALIA &#8211; In Toscana, a Firenze, Villa la Quiete, così chiamata per l&#8217;affresco La Quiete che domina i venti, mostra il suo splendido giardino strutturato secondo un’orditura simmetrica di aiuole con siepi di bosso, fontane e scalinate; Lucca invita ad una visita delle sue Mura, con la visita ai sotterranei perfettamente conservati del Baluardo di San Colombano, che raccontano la storia architettonica di questa importante cinta muraria: nella sala centrale si trova infatti la pavimentazione romana e la torretta del 1200 che appartiene alle mura di epoca medievale mentre Siena mostra il grande complesso architettonico attiguo alla Chiesa di Sant’Agostino, che ospita il cosiddetto “Alloggio del Rettore”.<br />
In Umbria, Città di Castello (PG) svela tutti i segreti del Laboratorio tessile “Tela Umbra”, unico nel suo genere e famoso per la sua lavorazione di alto pregio frutto del sapere personale e dell&#8217;esperienza delle tessitrici. Infine nel Lazio, Roma mostra tutte le bellezze di Palazzo Spada, oggi sede del Consiglio di Stato, gioiello dell&#8217;architettura manieristica costruito intorno al 1540 e rinnovato cento anni dopo quando venne acquistato da Bernardino Spada che affidò i lavori a Francesco Borromini a cui si deve la celebre prospettiva, un vero scrigno di opere d&#8217;arte e permette l&#8217;accesso all&#8217;Acquario Romano – Casa dell’Architettura, situato a pochi isolati da Piazza Vittorio al centro di un piccolo giardino; Isola del Liri (FR) apre le porte del Castello Boncompagni Viscogliosi con il suo importante patrimonio di affreschi raffiguranti scene bibliche e una serie di stucchi nei cui bassorilievi sono rappresentati tutti i paesi del feudo. Infine nelle Marche, Ascoli Piceno racconta attraverso un percorso all&#8217;interno della città la storia delle grandi famiglie ascolane: dai Malaspina agli Sgariglia.<br />
In Campania a Napoli è possibile visitare il Complesso Monumentale di San Nicola da Tolentino che risale al XVII secolo, oggi interessato da un piano di valorizzazione per il recupero dei Quartieri Spagnoli e l&#8217;Archivio Storico del Banco di Napoli, il più antico e importante archivio di natura bancaria, luogo prezioso per la storia economica e sociale poiché conserva le scritture degli antichi otto banchi pubblici napoletani nati originariamente come opere di assistenza mentre a Mercogliano (AV) il Palazzo Abbaziale di Loreto, pregevole esempio di architettura barocca che ancora oggi ospita la congregazione benedettina, da spettacolo del suo maestoso salone, dei suoi stucchi e dei suoi pregiati arazzi  cinquecenteschi di scuola fiamminga raffiguranti scene di caccia.<br />
In Puglia a Fasano (BR) Villa Damaso Bianchi, “Minareto”, sontuosa Villa in stile moresco mostra tutte le sue bellezze, mentre a Cerignola (FG) Torre Alemanna, l’unico insediamento fortificato dei Cavalieri Teutonici in Italia mostra i suoi affreschi, le iscrizioni lapidee,i  graffiti in lingua tedesca e un significativo numero di manufatti in ceramica risalenti al XIII-XVII secolo. In Basilicata, Matera mostra in tutta la sua magnificenza il Castello Tramontano. In Calabria, a Cassano allo Ionio (CS) tutto è pronto per la straordinaria apertura del cantiere del Parco Archeologico di Sibari, travolto dalle acque del fiume Crati nello scorso gennaio e ora sotto il fango, drammatica testimonianza di una condizione di degrado del patrimonio paesaggistico e culturale italiano.<br />
A Vibo Valentia vengono mostrati i i mosaici di Sant’Aloe e il parco archeologico mentre a Motta S. Giovanni (RC) si aprono le porte del Castello di San Niceto, Fortezza Bizantina XI sec. Infine in Sardegna a Siurgus Donigala e Goni (CA) è possibile visitare interessanti aree archeologiche come Su Nuraxi, insediamento megalitico nuragico che sorge in un territorio di basse colline nella zona sud della Sardegna mentre in Sicilia a Palermo presso il Palazzo Reale vengono mostrati i cosiddetti Luoghi celati: “camera” a muqarnas del Presidente, Sala dei venti, Biblioteca e Sala degli Armigeri, La Zecca, l’“Ambiente” rinvenuto, Sala Duca di Montalto e dato accesso al Palazzo Mazzarino.<br />
<strong>COSA PUOI VEDERE NELLA TUA REGIONE</strong><br />
<strong><a href="http://www.giornatafai.it/elenco-luoghi-aperti-2013.htm">http://www.giornatafai.it/elenco-luoghi-aperti-2013.htm</a></strong></p>
<p><strong>QUALCHE IMMAGINE</strong><br />
<strong><a href="http://tg24.sky.it/tg24/eco_style/photogallery/2013/03/20/fai_xxi_giornata_di_primavera_le_chicche.html">http://tg24.sky.it/tg24/eco_style/photogallery/2013/03/20/fai_xxi_giornata_di_primavera_le_chicche.html</a></strong></p>
<p><strong>LE CHICCHE</strong><br />
<strong><a href="http://www.giornatafai.it/le-chicche-2013.htm">http://www.giornatafai.it/le-chicche-2013.htm</a></strong></p>
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		<title>YOKO CONTRO LE ARMI: ECCO GLI OCCHIALI INSANGUINATI DI JOHN</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Mar 2013 10:35:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Yoko Ono scende in campo contro le armi: la vedova di John Lennon lancia un appello contro la violenza che sta colpendo l&#8217;America inviando una serie di messaggi via Twitter. In uno di questi l&#8217;artista ha pubblicato una foto degli occhiali insanguinati che il marito indossava quando fu assassinato davanti a casa sua, a [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/yoko-contro-le-armi-ecco-gli-occhiali-insanguinati-di-john/bfzcsfycmaahtgk/" rel="attachment wp-att-8563"><img class="alignnone size-full wp-image-8563" alt="BFzCSFyCMAAHTGk" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/03/BFzCSFyCMAAHTGk.jpg" width="600" height="751" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Yoko Ono scende in campo contro le armi: la vedova di John Lennon lancia un appello contro la violenza che sta colpendo l&#8217;America inviando una serie di messaggi via Twitter. In uno di questi l&#8217;artista ha pubblicato una foto degli occhiali insanguinati che il marito indossava quando fu assassinato davanti a casa sua, a New York. &#8220;Più di 1.057.000 persone sono state uccise da armi da fuoco negli Stati Uniti da quando John Lennon fu ammazzato l&#8217;8 dicembre del 1980&#8243;, scrive Yoko Ono. E, in un altro tweet, spiega: &#8220;La morte di una persona cara è un&#8217;esperienza che ti svuota&#8221;.</p>
<p>&#8220;Cerchiamo insieme di riportare gli Stati Uniti a essere una terra verde di pace&#8221; aggiunge l&#8217;ottantenne artista giapponese, che ha deciso di intervenire sul sito di microblogging in occasione del 44/esimo anniversario del suo matrimonio, sottolineando il suo impegno per la pace.   </p>
<p><strong>Fonte SKY</strong></p>
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		<title>DAVID BOWIE IS</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Mar 2013 12:15:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultural-Mente]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Camaleontico assimilatore di culture, maestro di forme tra moda e sessualità.   Al Victoria and Albert Museum (B&#38;A per tutti) a vedere «David Bowie Is», alla mostra sul Duca Bianco si va come andare in chiesa. Rispetto, adorazione, vietato non prendere tutto immensamente sul serio. Detto questo, lo spettacolo è assicurato da uno standard [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/david-bowie-is/bannernewdates/" rel="attachment wp-att-8558"><img class="alignnone size-full wp-image-8558" alt="BannerNewDates" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/03/BannerNewDates.jpg" width="960" height="415" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Camaleontico assimilatore di culture, maestro di forme tra moda e sessualità.<br />
 <br />
Al Victoria and Albert Museum (B&amp;A per tutti) a vedere «David Bowie Is», alla mostra sul Duca Bianco si va come andare in chiesa. Rispetto, adorazione, vietato non prendere tutto immensamente sul serio. Detto questo, lo spettacolo è assicurato da uno standard tecnico multimediale sontuoso a cui ha collaborato il team che girò il filmato iniziale delle Olimpiadi. Scordatevi una rimpatriata di video clip rock, si entra in una fabbrica d’immagini che si trasforma in incubatrice di idee: sull’ottovolante dentro la mente di Bowie e, loop da brivido, nelle misteriose corrispondenze che si dischiudono nella testa dei fan. Non importa capire, l’importante è guardare.</p>
<p>I curatori Geoffrey Marsh e Victoria Broacker hanno setacciato l’archivio del divo selezionando 300 oggetti evocativi del suo sguardo trasversale tra musica e moda. Dice Marsh: «Abbiamo allestito questa mostra per mostrare come arte e design lavorano. Ci sono molti libri su Bowie ma sono scritti da critici musicali. La ragione per cui è interessante invece è proprio che lui è molto di più che una rock star».</p>
<p>La prima figura a bucare gli occhi è un manichino con la tuta in Pvc disegnata da Kansai Yamamoto per il Tour di Alladine Sane del 1973. Un essere alieno piantato coi pantaloni a sbuffo che sembrano due grandi orecchie mentre la figura intera è una pera cotta di Alice nel paese delle meraviglie. </p>
<p>Da una sala spenzolano i ritratti dell’affollato Pantheon del musicista: Chaplin, Wilde, Dietrich, Aleister Crowley (la Grande Bestia 666 non poteva mancare col suo odore di zolfo) Warhol, Edie Sedwick, J. G. Ballard, Fritz Lang. Alla fine un po’ tutti un po’ nessuno. Il genio di Bowie infatti è più combinatorio che creativo, un maestro di mosaici, un camaleontico assimilatore di culture. Proprio per questo il suo influsso va al di là della musica.</p>
<p>Coraggiosa la scelta dei curatori di non procedere per ordine cronologico così che i momenti della carriera del genio galleggiano insieme in una specie di eterno presente. Il clip del concerto di Ziggy Stardust, con lui inguainato nel costume colorato di Freddie Burretti, il video dove Bowie racconta che da ragazzo si riempiva le tasche di libri «troppo difficili per leggerli» per fare impressione alla gente, i foglietti su cui scriveva testi di canzoni diventati poesie per far sognare le masse.</p>
<p>Camille Paglia, la scrittrice femminista più o meno pentita, nel suo brillante saggio su Bowie incluso nel catalogo ne segue il percorso di maestro di forme tra moda e sessualità. Certo, un mondo autoreferenziale in cui alcuni non si riconosceranno ma che ha plasmato gli atteggiamenti di milioni di adolescenti nel mondo che stava per diventare globale. All’indomani della sbornia utopistica degli Anni ‘60, politica-radicale&amp;sesso-libero, ci si svegliò negli Anni ’70 col mal di testa. Crepe apocalittiche cominciavano a sfigurare il volto gioioso del Mondo Nuovo. Bowie arrivò proprio in tempo a raccontare questa inquietudine con il Maggiore Tom di «Space Oddity» che abbandona la Terra. «Scritto diversi mesi prima di Woodstock &#8211; spiega Camille Paglia &#8211; Space Oddity, con la il suo ossessivo isolamento, la sua purezza asessuata e la passività annunciava la fine dei dionisiaci ‘60».</p>
<p>L’asessualità diventa presto cosciente ambiguità sessuale, con la lunga stagione del travestitismo, dove la star si getta in un ossessivo viaggio di andata e ritorno tra la polarità dei sessi senza un punto di arrivo. Che la mostra coincida con il lancio del nuovo disco già in cima alle classifiche per fortuna è un caso, era stata pianificata ben prima che Bowie a 66 anni decidesse di tornare a cantare. Clip di The Next Day, però sono stati prontamente incorporati.</p>
<p>Fonte: La Stampa</p>
<p><strong>MORE INFO:</strong><br />
<strong><a href="http://www.vam.ac.uk/content/exhibitions/david-bowie-is/">http://www.vam.ac.uk/content/exhibitions/david-bowie-is/</a></strong></p>
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		<title>MA CHE BELLA MUSICA!</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Feb 2013 09:12:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultural-Mente]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Il documento partorito dalla Consulta per la Cultura &#8211; presieduta dal vicesegretario Nazionale de La Destra Nello Musumeci – si concentra su alcuni punti ben individuati ed in linea con l’orientamento politico del partito: “Guardare al contemporaneo e alle identità locali per rilanciare la cultura italiana”, sintetizza il sottotitolo. L’assunto è distanziarsi dalle politiche [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/ma-che-bella-musica/von/" rel="attachment wp-att-8553"><img class="alignnone size-full wp-image-8553" alt="von" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/02/von.jpg" width="532" height="400" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il documento partorito dalla Consulta per la Cultura &#8211; presieduta dal vicesegretario Nazionale de La Destra Nello Musumeci – si concentra su alcuni punti ben individuati ed in linea con l’orientamento politico del partito: “Guardare al contemporaneo e alle identità locali per rilanciare la cultura italiana”, sintetizza il sottotitolo. L’assunto è distanziarsi dalle politiche di questi ultimi anni che hanno progressivamente relegato la questione culturale agli ultimi posti delle graduatorie nelle agende di governo, e quindi una decisa critica alla politica di tagli, devastanti nel campo della cultura, “di cui il governo Monti è stato massima espressione”. Al contrario, l’intendimento è quello di potenziare gli investimenti nel settore della cultura, del turismo e della formazione, “scommettendo sul potenziale che rende l’Italia unica al mondo: le specificità dei territori (agricoltura, enogastronomia, tradizioni artigianali, etniche e religiose), le bellezze monumentali e artistiche, la magnificenza del paesaggio”. Ed alquanto identitaria è la critica “all’importazione di modelli esteri, emulati a discapito di una originalità nazionale”. Il cuore del Manifesto, che arriva a colmare una grande lacuna fin qui registrata nello schieramento di centro-destra, resta comunque quella del peso, della cura e della tutela da riservare all’identità creativa e artistica italiana: insistendo sulla relazione necessaria tra passato, presente e futuro, tra sviluppo del contemporaneo e preservazione dell’identità storica, geografica e culturale, il documento identifica nel “made in Italy” una voce strategica su cui puntare, per restituire dignità, forza, autonomia e competitività internaizonale alla cultura nazionale. Il tutto “in vista di una politica che sia edificata, finalmente, sull’idea di sviluppo e non di sola austerity”. Ed ecco una sfilza di domande sul tema: quanto lo Stato supporta gli artisti italiani sul territorio italiano e oltreconfine? E quanto sostiene, con adeguate politiche fiscali, il settore privato (piccole imprese creative, gallerie, collezionisti, mecenati)? Quanto la creatività e la ricerca artistica italiana sono oggi riconoscibili, identificabili e mature, tanto da poter rivendicare un ruolo forte sulla scena internazionale? Che cosa stiamo producendo?<br />
Quindi, si passa ad un’ampia e chiara enunciazione di punti nodali sui quali concentrarsi. Impossibile riferirli tutti: si va dalle politiche di defiscalizzazione per privati e aziende al sostegno alle nuove imprese creative e alle imprese giovanili in fase di start up, alla rimodulazione dell’IVA per prodotti culturali, al rilancio e sostegno del Made in Italy. Non mancano riferimenti all’importanza del turismo culturale, e al coinvolgimento dei privati nella gestione degli spazi culturali: un tema spinoso per altri partiti, come testimoniato dalla “dipartita” dalla scena di Mario Resca…</p>
<p style="text-align: center;"><strong>LE PROPOSTE DE «LA DESTRA» PER LA CULTURA ITALIANA:</strong></p>
<p> <br />
- Politiche di defiscalizzazione per privati che acquistino opere d’arte o che sostengano, con forme di mecenatismo, istituzioni e progetti culturali.</p>
<p>- Defiscalizzazione per le aziende che investano in cultura, che acquistino opere d’arte o che producano progetti culturali.</p>
<p>- Sostegno alle nuove imprese creative e alle imprese giovanili in fase di start up, attraverso strumenti di consulenza, di finanziamento e di incubazione.</p>
<p>- Rimodulazione dell’IVA per prodotti culturali.</p>
<p>- Politiche consortili che agevolino nei costi di produzione e organizzazione le piccole gallerie e le piccole imprese creative, arrestandone il processo di sparizione: una soluzione, quella dell’associazionismo, che diventa strategia per affrontare i mercati globalizzati e per proteggere le specificità territoriali.</p>
<p>- Politiche di agevolazione e di sostegno (in termini economici, ma anche di offerta di servizi e spazi) per il non profit e la ricerca.</p>
<p>- Sostegno alle imprese creative e, nello specifico, al settore del made in Italy, nel tentativo di rafforzare l’export e di essere competitivi incentivando la produzione e la diffusione delle eccellenze italiane.</p>
<p>- Incremento e sviluppo di servizi, impianti e strategie di comunicazione, a favore del turismo culturale.</p>
<p>- Azioni di tutela e conservazione del paesaggio e dei beni culturali, con adeguamento dei servizi aggiuntivi, secondo standard europei e con investimenti per l’innovazione tecnologica.</p>
<p>- Sinergia forte tra mondo della formazione e mondo del lavoro, incrementando la partecipazione degli studenti al lavoro nella piccola impresa ma anche nella bottega: il recupero e la salvaguardia della tradizione artigianale si sposa con la formazione manageriale e con la ricerca creativa contemporanea, in linea con il trend del momento (vedi settore moda e design).</p>
<p>- Investimenti per la realizzazione e il completamento di opere pubbliche vocate alla cultura, creando occasioni di lavoro; aumento dei luoghi di promozione, fruizione e produzione culturale, anche fuori dai grandi centri e verso le periferie (musei, scuole, biblioteche, circoli, gallerie, cinema, teatri&#8230;).</p>
<p>- Coinvolgimento dei privati nella gestione degli spazi culturali pubblici e incoraggiamento delle forme di mecenatismo per il supporto di grossi progetti di produzione, restauro e conservazione. Mantenendo fermo il ruolo di monitoraggio e di controllo dell’istituzione pubblica, che ha la proprietà degli spazi e che detta le linee guida dei progetti, occorre sperimentare il modo in cui la managerialità, l’efficienza e la tempestività del privato possano compensare la lentezza burocratica, la mancanza di competenza, l’attuale ristrettezza finanziaria e la carenza di fantasia del pubblico. Riuscendo ad aumentare qualità e profitto.</p>
<p>- Stimolo alla cooperazione e al coordinamento tra enti statali, regionali, provinciali, comunali, per progetti culturali e strategie turistiche.</p>
<p>- Creazione di uno sportello ministeriale attento alle esigenze del cittadino, che possa servire per assistere le imprese, gli artigiani e le associazioni nell’accesso ai fondi statali ed europei, nella partecipazione ai bandi, nell’assistenza per i servizi, nella consulenza per i progetti.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>IL MANIFESTO:</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.ladestra.com/phocadownload/La%20Destra%20-%20Manifesto%20Cultura%20-%20Politiche%202013.pdf">http://www.ladestra.com/phocadownload/La%20Destra%20-%20Manifesto%20Cultura%20-%20Politiche%202013.pdf</a></strong><br />
 </p>
]]></content:encoded>
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		<title>A BOLOGNA LA PRIMA SCUOLA CHE USA FILM MUTI COME STRUMENTO EDUCATIVO</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Feb 2013 10:17:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultural-Mente]]></category>
		<category><![CDATA[bologna]]></category>
		<category><![CDATA[cineteca]]></category>
		<category><![CDATA[film muti]]></category>
		<category><![CDATA[fondazione gualandi]]></category>
		<category><![CDATA[infanzia]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; VEDERE, FARE, PENSARE, RACCONTARE. SONO LE PAROLE CHIAVE DELLA SCUOLA DELL&#8217;INFANZIA &#8220;AL CINEMA!&#8221; Si chiama &#8220;Al cinema!&#8221; ed e&#8217; la nuova scuola d&#8217;infanzia progettata dalla Fondazione Gualandi insieme a Comune e Cineteca. Il nome arriva dal luogo che ospitera&#8217; la scuola: i locali di via Nosadella in cui si trovava l&#8217;Istituto Gualandi dove bambini [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/a-bologna-la-prima-scuola-che-usa-film-muti-come-strumento-educativo/film-cinema-muto/" rel="attachment wp-att-8548"><img class="alignnone size-full wp-image-8548" alt="film-cinema-muto" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/02/film-cinema-muto.jpg" width="414" height="290" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>VEDERE, FARE, PENSARE, RACCONTARE. SONO LE PAROLE CHIAVE DELLA SCUOLA DELL&#8217;INFANZIA &#8220;AL CINEMA!&#8221;</p>
<p>Si chiama &#8220;Al cinema!&#8221; ed e&#8217; la nuova scuola d&#8217;infanzia progettata dalla Fondazione Gualandi insieme a Comune e Cineteca.</p>
<p>Il nome arriva dal luogo che ospitera&#8217; la scuola: i locali di via Nosadella in cui si trovava l&#8217;Istituto Gualandi dove bambini e ragazzi sordomuti ma anche le loro famiglie e i cittadini sono entrati in contatto con la magia del cinema fin dal 1912 per iniziativa degli educatori. Ed e&#8217; proprio il cinema il filo rosso che collega l&#8217;istituto Gualandi alla scuola che aprira&#8217; a settembre 2013. Si&#8217;, perche&#8217; al centro della struttura ci sara&#8217; proprio un piccolo cinematografo, in cui si utilizzeranno i film muti come strumento educativo. &#8220;Lo avevano capito un secolo fa e noi abbiamo recuperato questo approccio &#8211; ha detto Adele Messieri, presidente della Fondazione Gualandi &#8211; Davanti a un film muto i bambini con difficolta&#8217; uditive e quelli che non le hanno sono uguali&#8221;. E&#8217; questo il principio che sta alla base del percorso formativo della scuola &#8220;Al cinema!&#8221; che accogliera&#8217; 75 bambini da 3 a 5 anni della citta&#8217;, con precedenza a quelli sordi.</p>
<p>&#8220;E&#8217; il primo esempio di scuola nata per far crescere insieme bambini con difficola&#8217; uditive e bambini che non le hanno o con altri tipi di difficolta&#8217; &#8211; continua Messieri &#8211; In questo senso e&#8217; un progetto sperimentale&#8221;.</p>
<p>Vedere, fare, pensare, raccontare.</p>
<p>Sono queste le parole che racchiudono l&#8217;essenza della scuola d&#8217;infanzia &#8220;Al cinema!&#8221;.</p>
<p>Al suo interno si trovano infatti un giardino, spazi per lavorare con materiali diversi, laboratori di cucina, falegnameria e tipografia. &#8220;Sara&#8217; una scuola laboratorio, una scuola del fare &#8211; continua Messieri &#8211; in cui i bambini potranno vedere e fare con le proprie mani, sviluppare il proprio pensiero e raccontarlo agli altri e in cui anche quelli con difficolta&#8217; uditive potranno esprimere le proprie idee, capire gli altri e comunicare cio&#8217; che hanno imparato&#8221;. Ai laboratori pomeridiani potranno partecipare anche bambini sordi che frequentano altre scuole. Il cinema (mtuto) come strumento educativo. &#8220;Quando mi e&#8217; stato presentato il progetto pensavo di aver capito male &#8211; ha detto Gianluca Farinelli, direttore della Cineteca &#8211; E invece avevo capito benissimo: in un momento in cui le sale cinematografiche chiudono, la Fondazione Gualandi sceglie di mettere un cinematografo al centro di un progetto educativo&#8221;.</p>
<p>Il cinema muto ha, infatti, caratteristiche primarie di grande forza.</p>
<p>&#8220;Anche per questo il progetto per la scuola &#8216;Al cinema!&#8217; e&#8217; assolutamente all&#8217;avanguardia&#8221;, afferma.</p>
<p>La gestione della scuola sara&#8217; indiretta. &#8220;Al cinema!&#8221; sara&#8217; a tutti gli effetti una scuola comunale a cui si potra&#8217; accedere partecipando alle graduatorie del Comune e in cui la quota prevista (non c&#8217;e&#8217; una retta ma una quota per la refezione) sara&#8217; la stessa delle altre scuole. Sara&#8217; pero&#8217; gestita dalla Fondazione Gualandi, anche per cio&#8217; che riguarda il personale.</p>
<p>&#8220;Si lavorera&#8217; per piccoli gruppi di bambini sulla base dei loro interessi&#8221;, spiega la presidente. Questo comporta anche la necessita&#8217; di un numero maggiore di insegnanti: sono previste 3 sezioni da 25 bambini suddivisi per eta&#8217; e per ognuna di esse 3 maestre. &#8220;Non sono previsti ne&#8217; insegnanti di sostegno &#8211; ha spiegato Marilena Pillati, assessore alla Scuola del Comune &#8211; proprio il percorso formativo innovativo che e&#8217; stato scelto&#8221;. Nel 2008 la Fondazione Gualandi ha aperto il nido d&#8217;infanzia &#8220;Il cavallino a dondolo&#8221; che accoglie bambini da 1 a 3 anni con l&#8217;obiettivo di facilitare la crescita dei bambini sordi insieme agli altri. Quest&#8217;anno sono 24 i bambini iscritti di cui 3 ipoacusici.</p>
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		<title>LIBERTICIDA ANARCHIA</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Feb 2013 11:08:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultural-Mente]]></category>
		<category><![CDATA[anarchia]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[privativo]]></category>
		<category><![CDATA[proprietà privata]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; La “dottrina che propugna l’abolizione di ogni governo sull’individuo e, soprattutto, l’abolizione dello stato, da attuare eliminando o riducendo al minimo il potere centrale dell’autorità” non trascura nemmeno la tendenza a superare, scardinandolo, il sistema borghese della proprietà privata, emblematico significante dell&#8217;astratto dominio da parte dell&#8217;uomo sull&#8217;uomo. Una dottrina politica antidogmatica, o meglio, a-dogmatica, [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.destrablog.eu/liberticida-anarchia/catene/" rel="attachment wp-att-8541"><img class="alignnone size-medium wp-image-8541 aligncenter" alt="catene" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/02/catene-300x232.jpg" width="300" height="232" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La <em>“dottrina che propugna l’abolizione di ogni governo sull’individuo e, soprattutto, l’abolizione dello stato, da attuare eliminando o riducendo al minimo il potere centrale dell’autorità”</em> non trascura nemmeno la tendenza a superare, scardinandolo, il sistema borghese della proprietà privata, emblematico significante dell&#8217;astratto dominio da parte dell&#8217;uomo sull&#8217;uomo. Una dottrina politica antidogmatica, o meglio, a-dogmatica, custode dell&#8217;assenza ontologica del dogma, più che portatrice della sua stessa negazione semantica.<br />
Riconoscibile nella più sinistra interpretazione bakuniana, alla cui fonte avidamente attinge, l&#8217;anarchia coglie nella gestione sistemica della proprietà una vera e propria (rafforzativo, non possessivo) privazione ai danni dell&#8217;espropriato, che è un vero “ex proprietario” poi non è.<br />
È noto, ai più convinti rousseauniani, che l&#8217;ancestrale assetto del mondo si presenti come una sconfinata distesa incontaminata, dove i recinti dell&#8217;encloseres sono ben lontani dall&#8217; offendere il crine selvaggio dei terreni comuni demaniali. Da tale eziologica considerazione segue che la proprietà è privata nella misura in cui rappresenta il risultato dell&#8217;indebito e utilitaristico, e materialistico, accaparramento da parte di un soggetto (losco) e l&#8217;impositiva attribuzione di un participio passato, passivo, subìto, meditato e intrapreso dallo stesso, che estrae, sottrae, PRIVA del “latifondo” l&#8217;indefinito insieme universale dello stato di natura, di cui nessuno è proprietario, ma di cui tutti sono gestori.<br />
“Con quale diritto espropri qualcuno del diritto?” si chiedono gli anarchici. “Chi ti dà il potere di escludere la stragrande maggioranza dall&#8217;universale gestione del bene, esclusivizzandolo, rendendocene privi e privati?” si chiedono sempre loro. “A noi, noi che aborriamo nella profondità più viscerale questi concetti privativi liberticidi!”<br />
Loro, loro che di privativo non hanno nulla, tranne quella piccolissima e così etimologicamente essenziale particella ereditata dal composto greco a cui sono indissolubilmente legati.<br />
Lo stesso composto usato in maniera oramai capillare, a sua volta appartenente ad altri arditi artifici, creati appositamente per le più disparate occasioni.<br />
Da Pasolini a Montanelli il nostro orecchio ha avuto modo di abituarsi, col rischio di assuefarsi, alla solita nenia dell&#8217; “anarconservatore” (con significati affatto distinti: per il pensatore emiliano sta a sottolineare, sommariamente, il mantenimento valoriale sociocristiano lontano dal clericalismo perbenista dello scudo crociato; nel caso del giornalista di Fucecchio s&#8217;intende la condivisione di un orientamento liberal destrorso, sanamente recalcitrante a qualunque forma d&#8217; imbavagliamento d&#8217;ispirazione neoliberista). Senza escludere che gli interessati vi ci si riconoscessero anche con un certo piacere e orgoglio, l&#8217;espressione risulta viziata da un&#8217;imProprietà lessicale subdola e sottile: errore ricorrente nelle forzate definizioni dell&#8217;indefenibile.<br />
È impropria, in virtù del fatto che in una gestione anarchica della realtà non c&#8217;è libertà. Al limite assistiamo a una forma di liberAzione dallo status quo, finalizzata a raggiungere una dimensione dove non si avverte il bisogno di essere liberi da nulla, perché non esiste nulla da cui distinguersi o a cui spontaneamente opporsi.<br />
In un mondo anarchico nessuno avrebbe percepito le diverse fragranze intellettuali emanate dai due eretici prima citati. Che non avrebbero avvertito la necessità di ostacolare potere alcuno, essendo questo sottratto e privato. Che ereticamente arricchiscono e non privano attraverso dispotici prefissi. Che<em> “vivono ai margini di una vita vera e non si riconoscono”</em>.</p>
<p>La libertà nasce in seno al suo opposto, come nel più fedele approccio della filosofia heideggeriana. È la figlia ribelle del sistema che, orfana del padre, si troverebbe privata della sua stessa eresia. È la più tenace contestazione democratica al saporito “gelato al veleno” venduto dall&#8217;anarchica oclocrazia. Non è una chimera dittatoriale da conquistare. Più pragmaticamente e impegnativamente è un modus vivendi consapevole di sé e delle altrui libertà.</p>
<p><strong>di Valentina Milesi</strong></p>
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		<title>ADRIANO MANTELLI, IL PAPÀ DEL VOLO A VELA</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Feb 2013 13:07:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Adriano Mantelli nacque cento anni fa a Parma, dove oggi c’è una via che lo ricorda vicino all’Aeroclub della città, e da questo fortemente voluta. Pino Valenti, aviatore e tra i promotori dell’intitolazione, ha dovuto superare numerosi ostacoli prima di ottenere questo giusto riconoscimento per uno dei nostri migliori piloti da caccia di tutti i tempi e “papà” del volo a vela, ossia degli alianti. Tutto perché Mantelli aderì alla Repubblica sociale, nella cui aviazione si coprì di gloria. Mantelli si arruolò giovanissimo nell’Aeronautica militare, conseguendo il brevetto su apparecchi da caccia, e distinguendosi per le sue doti di acrobata dell’aria. Il controllo che aveva sul mezzo era pressoché totale, e ricordiamoci che allora gli aerei non erano certo sofisticati come oggi. Partì volontario guerra di Spagna, col XVI Gruppo della Caccia Legionaria (Chucaracha) CR 32, dove si distinse per il suo valore. Tornato in Italia, si dedicò all’attività volovelistica sportiva ad Asiago e a Sezze Romano, dove negli ultimi anni Trenta stabilì i primi record nazionali di durata e di distanza per alianti monoposto e biposto, vincendo tutte le gare nazionali nonché i Littoriali del Volo a Vela. Fu pilota sperimentatore e collaudatore presso il Centro sperimentale di Guidonia. Lavorò alla progettazione, costruzione e sperimentazione di velivoli e motoalianti, creando quella gli alianti con e senza motore “A.M.”, ben noti in Italia ed all’estero, precorrendo di decenni lo sviluppo degli ultraleggeri. Dopo l’8 settembre, come detto, entrò nell’Aviazione nazionale repubblicana, dove fu promotore della rinascita della specialità aliantista: costituì un Nucleo Volo Senza Motore. I mezzi furono gli Avia FL 3 quali traini, e i CVV 2 Asiago quali veleggiatori; successivamente ebbe il prototipo CVV 6 Canguro. Alla base di Cascina Costa l’attività del nucleo, più sportivo che militare, si interruppe il 23 aprile 1945, quando i partigiani circondarono il campo e chiesero la resa. Dapprima Mantelli rifiutò, ma poi il Cln, il 28, gli trasmise la richiesta del suo maggiore, Adriano Visconti, asso dell’aria con 25 vittorie. Mantelli si arrese poiché era stata promessa salva la vita a tutti, ma Visconti fu allontanato dagli altri aviatori e assassinato con una raffica di mitra e finito con un colpo alla nuca. A sparare fu un partigiano russo, guardiaspalle del comandante partigiano Aldo Aniasi, “Iso”, futuro sindaco di Milano. Dopo la guerra Mantelli si trasferì in Argentina dove stabilì il primato italiano di distanza libera per alianti monoposto. Tornato in patria, nel 1951 costituì il Centro militare di Volo a Vela, con sede prima all’Aeroporto dell’Urbe, poi a Guidonia. Nel 1953 Mantelli, dopo aver utilizzato per primo le risorse volovelistiche dell’Appennino, su incarico dell’Aeronautica e dell’Aero Club d’Italia, creò il Centro Volovelistico di Rieti, dove organizzò il primo corso nazionale per istruttori di volo a vela. Nel 1954 a Vigna di Valle stabilì il primato italiano di durata per alianti monoposto con 24 ore e 15 minuti di volo, unitamente ad altri primati. Nel 1955 batté un altro record, quello di durata per alianti biposto con un volo di 28 ore. Negli anni successivi batté nuovi record e realizzò nuovi primati. Insignito di molte onorificenze italiane ed estere, ha avuto riconoscimenti quali la medaglia del Coni nel 1941, la medaglia d’oro dell’Aero Club d’Italia, una medaglia d’argento al valore aeronautico, il diploma Tissandier della FAI, e le medaglie Luis Bleriot per gli anni 1962 e 1964. È scomparso il 7 maggio 1995, con il grado di generale.</p>
<p><strong>Fonte: Il Secolo d&#8217;Italia</strong></p>
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		<title>TRA PROFEZIE APOCALITTICHE, IPOTESI DI COMPLOTTO E CRISI GLOBALE: L&#8217;ABDICAZIONE DEL PAPA</title>
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		<pubDate>Tue, 12 Feb 2013 15:16:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; «Non lasciatemi solo, pregate per me, perché io non fugga per paura dinanzi ai lupi». È con queste parole – quasi un’inusitata implorazione – che ha avuto inizio, più di sette anni fa, il pontificato di Benedetto XVI; parole che oggi risuonano come un’inquietante prefigurazione rispetto ad un avvenimento senza precedenti nella storia moderna [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.destrablog.eu/tra-profezie-apocalittiche-ipotesi-di-complotto-e-crisi-globale-labdicazione-del-papa/602-408-20130212_123654_40523cf1/" rel="attachment wp-att-8529"><img class="alignnone size-medium wp-image-8529 aligncenter" alt="602-408-20130212_123654_40523CF1" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/02/602-408-20130212_123654_40523CF1-300x203.jpg" width="300" height="203" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em><strong>«Non lasciatemi solo, pregate per me, perché io non fugga per paura dinanzi ai lupi»</strong></em>.<br />
È con queste parole – quasi un’inusitata implorazione – che ha avuto inizio, più di sette anni fa, il pontificato di Benedetto XVI; parole che oggi risuonano come un’inquietante prefigurazione rispetto ad un avvenimento senza precedenti nella storia moderna come quello dell’abdicazione di un Papa. Si tratta infatti di un avvenimento che, al di là delle poco convincenti giustificazioni “ufficiali”, evoca nell’opinione pubblica un senso di disorientamento e di sconcerto; complice anche la sincronicità con una crisi politica, economica e morale globale che appare, ogni giorno di più, senza precedenti e senza apparente via d’uscita.<br />
È evidente, infatti, come un atto del genere, al di là delle “normalizzanti” giustificazioni massmediatiche, presupponga una situazione di stravolgimento e un travaglio senza precedenti all’interno della più grande istituzione religiosa del mondo; scatenando peraltro, com&#8217;è ormai congenito al fluido mondo della cultura di massa contemporanea, un tam tam di illazioni e suggestioni d’ogni tipo, frutto da una parte di un confuso apocalittismo e catastrofismo, ma anche della percezione lucidamente radicata fra i più, di star vivendo un periodo di inusitata trasformazione del mondo.<br />
Da questo punto di vista la sensibilità di massa, che si esprime essenzialmente sul web, si divide tra chi da una parte è tentato di rievocare le numerosissime – e a volte curiose e sconcertanti – profezie su “gli ultimi Papi” di cui è ricchissima la storia carismatica del Cristianesimo, e chi vuole leggere questo sconvolgente passo del Romano Pontefice alla luce della drammatica crisi politica e umana che coinvolge oggi il mondo intero, Chiesa Cattolica compresa.<br />
<strong>Le profezie del passato</strong><br />
La notizia dell’abdicazione del papa non poteva che sconvolgere l’opinione pubblica e diffondere suggestioni apocalittiche ben vive nella tradizione cattolica, sebbene il rischio di coniugare previsioni spurie di origine non cristiana (addirittura di stampo new age) a visioni genuine sia sempre evidente. Per rendersi conto di come la notizia abbia scosso i fedeli, basta gettare un’occhiata su internet, dove post, articoli e tweet rilanciano il fascino apocalittico che, archiviata la profezia Maya sulla fine dei Tempi, da meno di due mesi ci eravamo lasciati alle spalle. Ora si rispolverano invece le visioni delle beata Anna Caterina Emmerich e la Profezia di Malachia, passando per il sempiterno Nostradamus, i Vaticinia de Summis Pontificibus, il Ragno Nero o Maria Valtorta. Non possono mancare i riferimenti al ciclo profetico di La Salette (1846), al Terzo Segreto di Fatima e ai sogni di Don Bosco.<br />
A dispetto di quello che si potrebbe credere, l’impressione che ne emerge non è un coacervo di suggestioni apocalittiche ma, al contrario, una linea drammaticamente solidale nel prevedere la Fine dei Tempi e in alcuni casi il cosiddetto Decennio della Tribolazione. Concentrando l’attenzione infatti all’ambito prettamente cristiano (e tralasciando per ora le più criptiche quartine di Nostradamus), i vaticini alludono chiaramente alla decadenza morale e spirituale della Chiesa, colpita da apostasia, e alla sua imminente fine…</p>
<p><strong>Le visioni di Caterina Emmerick</strong><br />
Caterina Emmerick (1774-1824) parla ad esempio della “falsa chiesa” di Roma “costruita contro ogni regola” al cui interno avrebbero trovato riparo eretici di ogni tipo, dando origine a “divisioni e caos”. I sacerdoti si sarebbero abbandonati addirittura a ogni genere di oscenità, dal gioco d’azzardo al sesso: “Il clero locale diventava tiepido, e vidi una grande oscurità… Allora la visione sembrò estendersi da ogni parte. Intere comunità cattoliche erano oppresse, assediate, confinate e private della loro libertà. Vidi molte chiese che venivano chiuse, dappertutto grandi sofferenze, guerre e spargimento di sangue”. Continua la beata: “Vidi ancora una volta che la Chiesa di Pietro era minata da un piano elaborato dalla setta segreta, mentre le bufere la stavano danneggiando”. La Chiesa appare, come anche nei sogni profetici di Don Bosco, divisa “in due fazioni”.<br />
In particolare, come descritto anche nella visione del Terzo Segreto di Fatima e nel ciclo di La Salette, la Emmerick racconta delle tribolazioni che la Chiesa dovrà affrontare, ed in particolare di un ultimo Papa “molto ammalato e debole” circondato da iniqui e traditori: “Parlai al Papa dei vescovi che presto dovevano essere nominati. Gli dissi anche che non doveva lasciare Roma. Se l’avesse fatto sarebbe stato il caos. Egli pensava che il male fosse inevitabile e che doveva partire per salvare molte cose… Era molto propenso a lasciare Roma, e veniva esortato insistentemente a farlo…”.<br />
Le visioni della Beata sembrano indicare però nel successore al Soglio pontificio un italiano: “Vidi un nuovo Papa che sarà molto rigoroso. Egli si alienerà i vescovi freddi e tiepidi. Non è un romano, ma è italiano. Proviene da un luogo che non è lontano da Roma, e credo che venga da una famiglia devota e di sangue reale. Ma per qualche tempo dovranno esserci ancora molte lotte e agitazioni”.<br />
La monaca di Dresda, invece, nella lettera a Federico I di Prussia predisse che “l’ultimo Pietro giungerà dalla tua terra”, ovvero dalla Prussia, regione storica oggi compresa tra i confini di Russia, Polonia, Lituania e Germania.</p>
<p><strong>Le profezie del Ragno Nero</strong><br />
Un altro profeta a cui non si può non fare riferimento è il Ragno Nero (in tedesco Shwarzer Spinner), un monaco veggente bavarese dell’Ordine cistercense, vissuto probabilmente intorno alla seconda metà del XVI secolo tra Ratisbona, Monaco e Augusta, e meglio conosciuto come Monaco Nero. Il suo nome deriva dal sigillo, in forma di un ragno nero, con cui aveva vergato le sue carte contenenti un lungo elenco di profezie che terminerebbero il 7 giugno 3017 d.C.<br />
A differenza delle profezie di Nostradamus, le previsioni del Ragno Nero sono disposte in ordine cronologico, hanno una matrice cristiana e per la loro chiarezza non necessitano di un particolare commento. È proprio negli scritti del Monaco Nero che ritroviamo un riferimento esplicito al Decennio della Tribolazione (“dieci anni di follia”) che avrebbe avuto inizio nel 2011 e che porterebbero al manifestarsi dell’Anticristo alla guida della Chiesa. L’espressione “dieci anni di follia” potrebbe fare indirettamente riferimento al periodo di tribolazione di cui si parla nell’Antico e nel Nuovo Testamento sotto nomi diversi: il giorno del Signore (Isaia 2: 121; 13: 62; Giole 1: 153, 2:1-64; 3:45; Tellasonicesi 5:26); angoscia, tribolazione o grande tribolazione (Matteo 24:217), il tempo dell’angoscia (Daniele 12:18), etc. concetto che viene ampiamente sviluppato nell’Apocalisse di Giovanni.<br />
Così l’anno 2013 si caratterizzerebbe, per il Ragno Nero, per la fine della Chiesa Cattolica: s’intravvede un Grande Scisma e si paventa l’arrivo di una “Papessa” dal nord Europa. Ci vorranno però ancora tre anni perché “l’ultimo Pietro dei marmi benedirà il lupo, scambiandolo per agnello”.<br />
Scrive il Ragno Nero: “Guardatevi dalla mano inanellata. Benedice, ma nel suo gesto c’è la maledizione./Guardatevi dalle ultime lune di questo tempo bizzarro, perché porteranno mutamenti strani./Nel cuore della vecchia terra si parla la lingua delle catacombe. Ma pochi riescono a intendersi./E di questa confusione approfitterà un uomo giovane./Molti seminatori rimarranno attoniti, con il braccio alzato, nel vedere passare il nuovo Cesare”.</p>
<p><strong>Malachia, la Monaca di Dresda e il Terzo Segreto di Fatima</strong><br />
Ma è soprattutto con le profezie di Malachia e con quelle della monaca di Dresda che alcuni hanno creduto di rinvenire chiari riferimenti al pontificato di Benedetto XVI e al suo successore. Comune ai due cicli profetici è la visione della fine della Chiesa che si dovrebbe compiere, stando alle interpretazioni degli storici, proprio con il successore di Ratzinger.<br />
La profezia di Malachia è una lista di 112 brevi frasi in latino attribuita a San Malachia di Armagh (vissuto nel XII secolo), pubblicata nel 1595 da Arnold de Wyon, uno storico benedettino, come parte del suo libro Lignum Vitæ. La lista descriverebbe tutti i papi (e antipapi) a partire da Celestino II, eletto nel 1143, e si concluderebbe con il papa descritto come “Petrus Romanus” il cui pontificato dovrebbe terminare con la distruzione di Roma: ed è qui che la profezia di Malachia sembrerebbe coincidere con la visione del Terzo Segreto di Fatima, erroneamente (secondo alcuni) identificata con l’attentato del 1981 di Giovanni Paolo II a Piazza San Pietro. Come ha dimostrato Antonio Socci nel suo libro inchiesta, Il quarto segreto di Fatima, si deve infatti ricordare che nessun organo istituzionale del Vaticano ha ufficialmente interpretato la visione di Fatima come la premonizione dell’attentato a Woytila, seppur tale accostamento sia stato proposto all’opinione pubblica: in sostanza, si sarebbe lasciato credere che il Terzo Segreto (che a differenza degli altri Due non contiene alcuna spiegazione, ma solo una visione) si riferisse all’attentato quando, al contrario, la visione indicherebbe esplicitamente (e drammaticamente) altro.<br />
La Vergine, infatti, avrebbe mostrato ai tre pastorelli una scena di guerra, in cui un uomo vestito di bianco (il Pontefice) veniva ferito a morte non da un folle ma da soldati. La visione descritta da Suor Lucia è infatti la seguente: “…E vedemmo in una luce immensa che è Dio […] un Vescovo vestito di Bianco […] Vari altri Vescovi, Sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio”.<br />
La descrizione è drammatica: la città di Roma è in rovina, il Pontefice cammina tra i cadaveri e dopo la sua uccisione altri religiosi, uomini e donne vengono sterminati dai soldati. Ora, è evidente che l’attentato di Piazza San Pietro semmai può essere ricondotto al ciclo profetico di La Salette (che allude al ferimento di un Papa) e che può essere considerato come “anticipazione” di Fatima, ma non al Terzo Segreto, mancando non solo la morte del Santo Padre (per colpi di arma da fuoco e frecce!), ma la rovina della città e soprattutto il successivo sterminio di “Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni”. Anche a La Salette, infatti, la Madonna avrebbe accennato alla grave apostasia che avrebbe colpito la Chiesa e a sciagure che gravano sull’umanità e sulla Chiesa stessa, arrivando a profetizzare che il Papa “sarà perseguitato” e gli si “sparerà addosso”. Il Papa a cui fa riferimento la Vergine è stato identificato da alcuni ricercatori con Giovanni Paolo II, non solo per via dell’attentato ma anche perché la sua elezione al soglio pontificio viene descritta come “inaspettata” ed è chiarito che non sarebbe stato “romano”, cioè italiano.<br />
Con La Salette e poi con Fatima la Vergine mostra un’escalation di violenza, sciagure e apostasia che avrebbero colpito la Chiesa ma che, evidentemente, non si sono ancora compiute del tutto: abbiamo un pontefice che viene ferito (ma non ucciso) e un suo successore che viene addirittura martirizzato. Come ha notato Socci, “è facile constatare che è il segreto della Salette (e non il terzo Segreto di Fatima) a corrispondere perfettamente alla vicenda di Giovanni Paolo II. È a lui che si attenta la vita, ed è lui che però, per la protezione della Vergine, si salva. Poi c’è un’altra profezia formulata a Fatima, quella di un pontefice che viene ucciso”. E che non si sarebbe ancora avverata.<br />
Malachia, invece, avrebbe descritto ciascuno dei 112 futuri pontefici attraverso un “motto”. L’avvicendarsi di quelli che secondo la profezia sarebbero gli ultimi papi ha riportato l’attenzione dei ricercatori e dei fedeli su questa profezia, arrivando, in tempi non sospetti, a identificare Benedetto XVI con il penultimo e 111º Papa.<br />
Il 111º papa è infatti descritto come De gloria olivae. Il motto De gloria olivae è stato collegato al nome “Benedetto” perché alcuni benedettini sono anche chiamati “monaci olivetani”. Da notare che nell’araldo del Papa è raffigurata un persona di colore sul lato destro (sinistro rispetto all’osservatore) simbolo della Diocesi di Frisinga di cui fu arcivescovo. Il termine “olivae” è stato connesso al colore di questo viso di moro e collegato al “Papa Nero” menzionato da Nostradamus. Il ramoscello di ulivo è inoltre legato alla pace, causa alla quale Benedetto XVI si è consacrato durante il suo pontificato. Infine, i ricercatori hanno evidenziato come Joseph Ratzinger sia nato nel Sabato Santo del 1927, il 16 aprile, al culmine della Settimana Santa, periodo sotto il segno dell’ulivo.<br />
La profezia sul 112º papa, Petrus Romanus, presagisce invece la fine della Chiesa e la distruzione di Roma dopo l’ascesa al soglio pontificio dell’ultimo papa, in continuità, dunque, con il Terzo Segreto di Fatima. Recita la traduzione italiana della profezia: “Durante l’ultima persecuzione della Santa Romana Chiesa siederà Pietro il Romano, che pascerà il gregge fra molte tribolazioni; passate queste, la città dei sette colli cadrà ed il tremendo Giudice giudicherà il suo popolo. Amen”.<br />
Un’ipotesi precedente all’abdicazione di Benedetto XVI ha sollevato il dubbio che l’epiteto di “Pietro Romano” non sia riferito a un Papa bensì al Cardinal Camerlengo che, alla morte (o abdicazione in questo caso) del Pontefice regnante, siede sul trono di Pietro in attesa dell’elezione del successivo.<br />
Non sono in pochi, così, coloro che fanno notare, con inquietudine, come l’attuale Camerlengo sia il Card. Tarcisio Pietro Evasio Bertone, nato a Romano Canavese nel 1934…! Ma non solo.<br />
Ratzinger abdicherà alle ore 20 del 28 febbraio, data in cui la Chiesa festeggia proprio San Romano. Alcuni hanno fatto anche notare l’importanza numerologica della data in cui è stata comunicata la decisione del Santo Padre: 11 febbraio. Da un lato abbiamo l’11, simbolo di Giustizia, numero “caro” alla massoneria, dall’altro la ricorrenza della Madonna di Lourdes.<br />
Le profezie della monaca di Dresda sembrano completare il ciclo profetico di Malachia, additando gli ultimi pontefici rispettivamente come: “Angelo Guida di Giosafat, con il segno della Gloria” e “Angelo della Pietà, con il segno del Martirio”. Il primo coinciderebbe con il motto malachiano De gloria olivae mentre il secondo con Petrus Romanus.<br />
In entrambi i casi i papi descritti dai motti sarebbero gli ultimi.</p>
<p><strong>Ipotesi di Complotto</strong><br />
Naturalmente, oltre al filone profetico-apocalittico, impazzano sul web le varie ipotesi complottiste sulle dimissioni di Benedetto XVI. Alcune di queste ipotesi, in realtà, precedono in maniera piuttosto sconcertante l’attuale evento, annunciando già da mesi cosa sarebbe poi realmente accaduto e identificando nei Poteri Forti massonici e nemici del Cristianesimo i “cospiratori” che avrebbero complottato contro l’attuale Pontefice.<br />
Sul sito http://www.parrocchie.it/correggio/ascensione/scontro_in_Vaticano_2012.htm, ad esempio, campeggia da mesi un’inquietante articolo dal titolo “Vaticano: complotto per far dimettere il Papa?” in cui si afferma esplicitamente: “La Massoneria ecclesiastica, attraverso queste continue fughe di documenti e di lettere, sta cercando di spingere il Papa alle dimissioni per indire un nuovo Conclave nel tentativo di mettere a capo della Chiesa Cattolica uno dei suoi. Sarebbe la reale vittoria della Massoneria sulla sua più acerrima nemica… Dopo, la strada verso il New World Order sarebbe completamente spianata!”. Il riferimento immediato è ad alcuni scandali e fughe di notizie, tra cui quella pubblicata da “Il Fatto Quotidiano” del 10 Febbraio 2012 a firma di Marco Lillo, in cui si faceva riferimento ad un presunto documento riservato in cui sarebbe stata paventata con preoccupante certezza l’uccisione del Papa (!) entro il Novembre del 2012. Un’inquietante “previsione” poi rivelatasi errata, ma che è stata solo una delle innumerevoli “voci”, calunnie e sibili che hanno circondato la persona del Pontefice specie negli ultimi anni.<br />
Di certo, al di là delle sconcertanti previsioni o delle mere illazioni, c’è il dato di fatto che tutto il pontificato di Benedetto XVI sembra essere trascorso all’ombra (o piuttosto sotto il peso) di un rapporto ambiguo e decisamente “pericoloso” con i Poteri Forti che dominano la scena in Occidente: stiamo parlando, per intenderci, di quei poteri reali, spesso poco visibili ma apparentemente onnipresenti, che caldeggiano la creazione di un Nuovo Ordine Mondiale.<br />
<strong>Benedetto XVI e i poteri forti del Nuovo Ordine Mondiale</strong><br />
Una delle critiche più diffuse sul web alla figura di Benedetto XVI – anche su molti siti cattolici – riguarda la sua debolezza (a volte bollata addirittura come connivenza) verso quei Poteri Forti occidentali che propugnano la costruzione di un Nuovo Ordine Mondiale: debolezza piuttosto sconcertante, data la storica ostilità che i poteri “mondialisti” hanno sempre dimostrato verso tutte le religioni, specie verso il Cattolicesimo.<br />
Di fatto, sembra che tali Poteri Forti abbiano perseguito fin dall’inizio, nei confronti del pontificato di Benedetto XVI, una cinica ma efficace strategia del bastone e della carota, passando dagli scandali mediatici montati ad arte (da ricordare, quello riguardante il famoso “Discorso di Ratisbona” che fece infuriare il mondo islamico a partire da una frase volutamente estrapolata dal contesto, o l’ancor più capzioso “scandalo del preservativo” creato dalla stampa francese durante un viaggio pastorale in Africa) ad una ricerca di consenso o persino di legittimazione da parte dello stesso Pontefice. Un Pontefice, Papa Ratzinger, a capo di una Chiesa aggredita e priva di qualsivoglia difesa, e pertanto facilmente ricattabile dall’esterno come dall’interno.<br />
Ed è forse questa la chiave di lettura per interpretare certe sconcertanti “aperture” del Pontefice verso il Nuovo Ordine Mondiale a partire dal famoso (o per alcuni famigerato) discorso del 25 dicembre 2005, quando un Ratzinger appena eletto pronunciò le parole: “Uomo moderno, adulto eppure talora debole nel pensiero e nella volontà, lasciati prender per mano dal Bambino di Betlemme; non temere, fidati di Lui! La forza vivificante della sua luce ti incoraggia ad impegnarti nell’edificazione di un nuovo ordine mondiale”.<br />
Una sconcertante “benedizione” ad un potere mondiale notoriamente cresciuto in un contesto massonico e anticristiano che è stata persino ribadita, più di recente, nel documento del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, dal titolo: &#8220;Per una riforma del sistema finanziario e monetario internazionale nella prospettiva di un’autorità pubblica a competenza universale&#8221;; in cui si afferma senza mezzi termini la necessità della costituzione di un’Autorità Pubblica Mondiale a partire dalle stesse istituzioni sovranazionali oggi esistenti (ONU, Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, ecc.); ovvero, a partire da organizzazioni che per decenni hanno fatto, di “valori” ben poco cattolici come quelli della riduzione maltusiana delle nascite, della propaganda abortista e dell’indebitamento dei paesi poveri, un vero cavallo di battaglia!<br />
Eppure Papa Benedetto XVI è quello stesso Cardinal Ratzinger che nel 1999, nell’introduzione al libro di Michel Schooyans, professore dell’Università Cattolica di Loviano, dal significativo titolo di &#8220;Nuovo Disordine Mondiale&#8221; (trad. ital., Cinisello Balsamo 1999) – sottotitolo &#8220;La grande trappola per ridurre il numero dei commensali alla tavola dell’umanità&#8221;- affermava non senza coraggio: “Le tesi portate avanti da Schooyans, oltre ad essere un autentico pugno nello stomaco, esprimono dunque una linea interpretativa che potremmo definire autorevolissima della posizione della Chiesa riguardo ad un problema, quale quello della “vita” e della sua strumentalizzazione, che è preconizzato come un tentativo di “dittatura mondiale” perseguita dai paesi più ricchi e che si avvale, nella visione proposta, di importantissimi strumenti politici quali l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), l’O.N.U., le ONG, la Banca Mondiale e tutte le organizzazioni ad esse collegate. Secondo l’Autore, il Nuovo Ordine Mondiale altro non è che il tentativo di imporre la “filosofia dell’egoismo” dei paesi ricchi ai paesi poveri o in via di sviluppo, ed il dominio di pochi su tutti gli altri”.<br />
Ed è da queste indubbie contraddizioni che è nata in molti la percezione di un Papa fragile e indeciso, ricattabile da Poteri contro i quali egli non sembra aver voluto (o potuto) opporre alcuna resistenza.<br />
Proprio in queste ore, pertanto, sul web rimbalza di continuo la domanda se non sia partita proprio da questi “Poteri” l’ingiunzione a Benedetto XVI di abbandonare il Pontificato, di …fuggire davanti ai lupi, per riprendere la metafora delle stesso Papa appena eletto; una decisione che, qualunque siano le reali ragioni che l’hanno originata, rischia di essere foriera di gravissima confusione e di temibili scandali per un mondo cattolico già profondamente indebolito e lacerato.</p>
<p><strong>di Enrica Perucchietti e Gianluca Marletta (estratto)</strong></p>
<p><strong>Fonte: ariannaeditrice</strong></p>
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		<title>MEMENTO! RICORDATI DI RICORDARE!</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Feb 2013 13:32:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Spiritual-Mente]]></category>
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		<category><![CDATA[Memento]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; Dopo decenni di silenzio e verità volutamente “infoibata”, perché politicamente e storicamente scomoda, l’Italia intraprende a fatica il sentiero di una “memoria condivisa”. Non a caso citiamo il titolo del capolavoro psicothriller di Christopher Nolan: la questione più assillante di questa vicenda emerge, sommersa, dall’oblio della memoria, dalla disattenta ipocrisia dei recidivi distratti. Questa [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.destrablog.eu/memento-ricordati-di-ricordare/541578_537886312918179_1091571224_n/" rel="attachment wp-att-8523"><img class="alignnone size-medium wp-image-8523 aligncenter" alt="541578_537886312918179_1091571224_n" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/02/541578_537886312918179_1091571224_n-300x111.jpg" width="300" height="111" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Dopo decenni di silenzio e verità volutamente “infoibata”, perché politicamente e storicamente scomoda, l’Italia intraprende a fatica il sentiero di una “memoria condivisa”.<br />
Non a caso citiamo il titolo del capolavoro psicothriller di Christopher Nolan: la questione più assillante di questa vicenda emerge, sommersa, dall’oblio della memoria, dalla disattenta ipocrisia dei recidivi distratti.</p>
<p>Questa Giornata si deve all’azione politica di Francesco Storace, che condusse una battaglia politica fortissima, iniziata contro la monopolizzazione  dei libri di testo. Tale impegno gli valse l’appellativo di “Epurator”, etichetta attribuita dall’indefinizionista sinistra dei “sinistri”, attraverso polemiche scaturite nel 2000 dalla decisione di accogliere la richiesta del suo Consiglio Regionale, finalizzata a verificare, con un’apposita commissione, l’attendibilità delle ricostruzioni storiche degli eventi del Novecento contenute nei manuali scolastici.</p>
<p>Tuttavia questa decisione non ebbe alla fine alcun seguito, a causa di un’ opposizione molto violenta dal punto di vista culturale. La stessa dispotica reticenza esercitata ai danni di qualunque autore si dedicasse all’analisi dettagliata delle effettive dinamiche di una guerra civile, a tratti rocambolescamente mitizzata.</p>
<p>Tenacemente, tre anni dopo, aveva  fatto deliberare l’istituzione del giorno del ricordo nella Regione Lazio, per commemorare le vittime italiane delle foibe jugoslave, e «superare vecchie divisioni e rancori nel ricordo di una delle persecuzioni più feroci compiute contro gli italiani»; insieme ad essa, fu inserita la giornata di celebrazione per la proclamazione della Repubblica Romana del 1849, per «radicare nel Risorgimento quel complesso di valori e di principi universali che saranno poi trasfusi in tutte le costituzioni liberali».</p>
<p><strong>Da qui ci fu lo start-up, affinché la Giornata approdasse in Parlamento e divenne, successivamente,  Nazionale e non più solo Regionale.</strong></p>
<p>Oltre alla Memoria Storica è necessario maturare una Memoria Politica.</p>
<p>Su questo filone culturale, Italia Razionale, movimento politico che trae le sue fondamenta culturali dall’associazione Destra Razionale Sapere Aude,  propone anche una “Giornata del Ricordo” deputata a ricordare tutti i Genocidi, non eliminando quelle della Shoah e  delle Foibe, ma , al contrario, rafforzando il sentimento, senza creare sterili e stupide contrapposizioni  in merito ad orrori, che solo la mente umana riesce a concepire.<br />
Non dimentichiamo, inoltre, di sostenere con la perseveranza di sempre l’introduzione del reato di apologia al comunismo, omologo della legittima, ma utilitaristicamente orba, legge Mancino.</p>
<p align="center"><strong>22 agosto: Giornata del Ricordo contro tutti i Genocidi</strong></p>
<p align="center"><strong><a title="" href="https://www.facebook.com/pages/22-agosto-Giornata-del-Ricordo-contro-tutti-i-Genocidi/280571472009316" target="_blank">https://www.facebook.com/pages/22-agosto-Giornata-del-Ricordo-contro-tutti-i-Genocidi/280571472009316</a></strong></p>
<p align="center"><strong>UN MUSEO DEDICATO AGLI ORRORI COMUNISTI E FOIBE</strong></p>
<p align="center"><strong><a title="" href="https://www.facebook.com/pages/UN-MUSEO-DEDICATO-AGLI-ORRORI-COMUNISTI-E-FOIBE/109014532476486?fref=ts" target="_blank">https://www.facebook.com/pages/UN-MUSEO-DEDICATO-AGLI-ORRORI-COMUNISTI-E-FOIBE/109014532476486?fref=ts</a></strong></p>
<p align="center"><strong><br />
REATO DI APOLOGIA AL COMUNISMO</strong></p>
<p align="center"><a href="https://www.facebook.com/pages/SI-ALLINTRODUZIONE-DEL-REATO-APOLOGIA-DEL-COMUNISMO/100955216611293">https://www.facebook.com/pages/SI-ALLINTRODUZIONE-DEL-REATO-APOLOGIA-DEL-COMUNISMO/100955216611293</a></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>IL MIO PAESE MI FA MALE</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Feb 2013 10:34:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritual-Mente]]></category>
		<category><![CDATA[robert brasillach]]></category>

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		<description><![CDATA[&#160; Il mio Paese mi fa male per le sue vie affollate, per i suoi ragazzi gettati sotto gli artigli delle aquile insanguinate, per i suoi soldati combattenti in vane sconfitte e per il cielo di giugno sotto il sole bruciante. Il mio Paese mi fa male in questi empi anni, per i giuramenti non [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/il-mio-paese-mi-fa-male/bra/" rel="attachment wp-att-8519"><img class="alignnone size-full wp-image-8519" alt="bra" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/02/bra.jpg" width="400" height="316" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il mio Paese mi fa male per le sue vie affollate,<br />
per i suoi ragazzi gettati sotto gli artigli delle aquile insanguinate,<br />
per i suoi soldati combattenti in vane sconfitte<br />
e per il cielo di giugno sotto il sole bruciante.<br />
Il mio Paese mi fa male in questi empi anni,<br />
per i giuramenti non mantenuti,<br />
per il suo abbandono e per il destino,<br />
e per il grave fardello che grava i suoi passi.<br />
Il mio Paese mi fa male per i suoi doppi giochi,<br />
per l&#8217;oceano aperto ai neri vascelli carichi,<br />
per i suoi marinai morti per placare gli dei,<br />
per i suoi legnami troncati da una forbice troppo lieve.<br />
Il mio Paese mi fa male per tutti i suoi esilii,<br />
per le sue prigioni troppo piene, per i suoi giovani morti,<br />
per i suoi prigionieri ammassati dietro il filo spinato,<br />
e tutti quelli che sono lontani e dispersi.<br />
Il mio Paese mi fa male con le sue città in fiamme,<br />
male contro i nemici e male con gli alleati,<br />
il mio Paese mi fa male con tutta la sua giovinezza<br />
sotto bandiere straniere, gettata ai quattro venti,<br />
perdendo il suo giovane sangue in rispetto al giuramento<br />
tradito di coloro che lo avevano fatto.<br />
Il mio Paese mi fa male con le sue fosse scavate,<br />
con i suoi fucili puntati alle reni dei fratelli,<br />
e per coloro che contano fra le dita spregevoli,<br />
il prezzo dei rinnegati piuttosto che una più equa ricompensa.<br />
Il mio Paese mi fa male per la sua falsità da schiavi,<br />
con i suoi carnefici di ieri e con quelli di oggi<br />
mi fa male col sangue che scorre,<br />
il mio Paese mi fa male. Quando riuscirà a guarire?</p>
<p><strong>Robert Brasillach</strong></p>
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		<title>RIFLESSIONI SUL &#8220;RAZZISMO&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Feb 2013 06:58:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultural-Mente]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[etnia]]></category>
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		<category><![CDATA[società multietnica]]></category>
		<category><![CDATA[umanità]]></category>

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		<description><![CDATA[  Considerando la questione del “degrado” di una determinata società umana, se da un lato è necessario prendere in considerazione quei comportamenti che, dilagando e sembrando sempre più “normali”, fanno precipitare gli uomini che la compongono negli abissi del loro fallimentare edonismo, dall’altro non bisogna tralasciare quei concetti e quelle convinzioni che informano le menti [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/riflessioni-sul-razzismo/icoloridelmondo/" rel="attachment wp-att-8514"><img class="alignnone size-full wp-image-8514" alt="icoloridelmondo" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/02/icoloridelmondo.jpg" width="612" height="418" /></a></p>
<p> <br />
Considerando la questione del “degrado” di una determinata società umana, se da un lato è necessario prendere in considerazione quei comportamenti che, dilagando e sembrando sempre più “normali”, fanno precipitare gli uomini che la compongono negli abissi del loro fallimentare edonismo, dall’altro non bisogna tralasciare quei concetti e quelle convinzioni che informano le menti dei medesimi soggetti. La capacità di suggestione di queste “idee” è infatti tale che sono proprio queste, una volta penetrate al posto di quelle sane e rette, ispirate dall’Alto, a condizionare le scelte e le azioni degli uomini di un preciso tempo e luogo. Una società, da che era retta da principi e valori effettivamente “universali”, finisce per rotolare lungo una china che conduce ad un piano esattamente inverso, quello in cui dominano principi e valori “particolari”, ispirati invece dal Maligno, che stuzzica con le sue ‘arti’ la nostra provvidenziale facoltà di “libero arbitrio”.</p>
<p>L’attuale situazione delle cosiddette “società moderne” o “occidentali” è quella appena descritta sinteticamente: teoria e pratica, pensiero ed azione, agiscono in maniera consequenziale e solidale nel dare forma ad una modalità del “vivere insieme” e del corrispondente tipo umano mai visti prima, tanto che viene da ipotizzare che nel breve volgere di tempo tutta l’umanità, tranne le eccezioni rappresentate da chi si terrà saldo ai principi “universali”, finirà per essere schiava del proprio ego, del “satana interiore”, con una “società globale” che glorificherà un “umano” ridotto ad un simulacro disanimato di quello che avrebbe potuto essere ben altro, ovvero “vicario di Dio sulla terra”.</p>
<p>Ma per non tradire se stesso e il compito assegnatogli, l’uomo deve darsi una scala di priorità, al culmine della quale vi è l’intellettualità pura (che niente ha a che spartire con l’intellettualismo moderno, mero sfoggio di una “anarchica” facoltà razionale), che coincide con la Conoscenza, ovvero con l’Amore, che implica l’identità tra il conoscente e il conosciuto e la “vittoria sulla morte”. Ad un livello subordinato, con la sua importanza relativa, vi è il piano della morale, che riguarda le interrelazioni tra gli uomini, la quale finché i principi non vengono obliati e contestati resta relativamente stabile nel tempo.</p>
<p>Ora, se c’è un segno tangibile del decadimento del nostro vivere civile e dell’attacco che viene portato al “carattere” della nostra popolazione, quindi di ciascuno di noi, è l’insistenza con cui, attraverso i mezzi di persuasione di massa (media, spettacolo, letteratura ecc.) e le istituzioni educative viene introdotto un moralismo – degenerazione ipertrofica del piano della morale &#8211; sempre più asfissiante e dilagante.</p>
<p>Lo si vede plasticamente nella vicenda del cosiddetto “razzismo negli stadi”.</p>
<p>Recentemente, un noto calciatore nero[1], nel bel mezzo di una partita, stufo di sentirsi beccare ed insultare da parte della tifoseria avversaria, ha preso la palla in mano per scagliarla con un’energica pedata al loro indirizzo, abbandonando subito dopo il campo.</p>
<p>Immediatamente, all’unisono, e senza eccezioni (il che è sempre sospetto perché denota una completa uniformazione che spontaneamente non esiste), si sono tutti messi, in vario modo e grado, a dargli ragione, lagnandosi e dolendosi per il “razzismo negli stadi” che, a loro dire, infesterebbe gli stadi di calcio (e l’intera società italiana!).</p>
<p>Si tratta di un episodio marginale, certo, che però rende il polso della situazione del livello di conformismo moralistico che sta imponendosi  in Italia e in tutti quei paesi sottoposti ad una cura da cavallo mirata a snaturarne il carattere, da quello che era, mediterraneo, incline alla focosità e alla platealità, nel bene e nel male, a quello puritano e “moderato” d’importazione d’oltremanica e d’oltreoceano, caratterizzato da una repressione ipocrita di tutti quegli istinti che comunque l’uomo ha in sé e che, in una maniera “ritualizzata” quale può essere una partita di calcio o una “festa” paesana, è positivo che si sfoghino, per non provocare poi danni peggiori di quelli che si vorrebbe prevenire e contenere con tutti questi controlli e divieti.</p>
<p>Ma alla base di tutta questa vera e propria isteria sul “razzismo”, negli stadi e fuori, c’è un fatto: dobbiamo, per forza o per amore, accettare la “società multietnica”.</p>
<p>Ricordo distintamente, nei primi anni Novanta (un vero spartiacque tra un “prima” e un “dopo”, non a caso inaugurati dallo spettacolo “moralizzatore” di “Mani Pulite”), schiere d’improvvisati pedagoghi indottrinarci con le fantastiche e meravigliose prospettive di un’Italia che “ormai” – assicuravano &#8211; “è un paese multietnico”. Attenzione, nei primi anni Novanta, l’Italia non era affatto “multietnica”, ma tutto quel lavaggio del cervello – nel quale s’inscrisse anche un’insostenibile Miss Italia originaria di Santo Domingo! – puntava a far percepire come una condizione acquisita ed ineluttabile una prescrizione, anzi una vera e propria imposizione: “multiculturalizzatevi”!</p>
<p>È da quegli anni che ci è stato imposto di gioire acriticamente per il “multietnico”, e per la sua premessa, l’immigrazione di massa, come se, senza bisogno di alcuna dimostrazione, solo per la “magia delle parole” tipica dell’ipocrisia moralistica, fosse di per sé “positiva” una società in cui devono convivere le popolazioni le più diverse, per mentalità, usi, costumi ecc.</p>
<p>“Multietnico è bello”, e stop, senza possibilità di replica.</p>
<p>Addirittura, per non permettere a nessuno di fiatare e, soprattutto, di utilizzare questo tema in politica, sempre nello stesso torno di tempo venne imposta in fretta e furia la Legge Mancino/Modigliani, quella che sanziona implacabilmente ogni dichiarazione (o supposta tale) di “superiorità etnica e religiosa”. Eppure, all’epoca, non c’erano né la “società multietnica” né i “razzisti” da colpire con l’apposita legge, fatti salvi piccoli gruppetti che fisiologicamente occupano i residuali spazi “a destra della destra” e, per la verità, un piccolo ma preveggente sodalizio, il Fronte Nazionale, che per un breve periodo, prima del suo scioglimento coatto proprio a causa della suddetta legge, aveva fatto della sensibilizzazione sui problemi derivanti dalla “società multietnica” (o “multirazziale”, come riportavano i suoi scritti) il suo unico cavallo di battaglia. C’era anche, ad onor del vero, una Lega Nord non ancora poltronizzata e ridotta a più miti consigli (vedasi il recente e continuo bersagliamento giudiziario), la quale, però, se la prendeva a livello propagandistico più che altro coi “terun”.</p>
<p>Ma non c’era, con tutta evidenza, alcuna “emergenza razzismo”… C’era, piuttosto, la volontà, da parte delle élite dominanti (alta finanza e “sette”[2] mondialiste, con tutto il resto, “intellettuali” compresi, che va al carro dei loro impulsi), di modificare profondamente il volto delle nostre società, sul modello del “melting pot” anglosassone, utilizzando la leva della “immigrazione di massa” di cui, lo sbarco rocambolesco di migliaia di albanesi che si lanciavano in mare da un piroscafo, rimarrà sempre un’immagine-simbolo.</p>
<p>Nessun pedagogo della domenica ha mai però dimostrato che “multietnico è bello”. Semplicemente perché è indimostrabile, avendo piuttosto a che fare con un approccio moralistico, con quel che si vuol far digerire per forza a colpi di ricatti morali, di pressioni, di perentorie minacce di esclusione dal consesso delle “persone civili”.</p>
<p>Intendiamoci, come ho già avuto modo di scrivere su “Eurasia”[3], la questione immigratoria, quand’è affrontata estrapolandola dal contesto, prendendosela perciò solo con un anello della catena, per giunta il più debole, diventa la prateria sulla quale scorazzano tutti i demagoghi e i vigliacchi di questo mondo, che strillano, minacciano e talvolta esagerano, ma poi non fanno assolutamente nulla, anche quando andrebbe fatto (si pensi a certi quartieri di alcune città italiane), e, colmo dell’imbecillità e della malafede, se la prendono proprio con quegli aspetti dell’immigrazione che maggiormente andrebbero esaltati, come l’attaccamento alle proprie tradizioni e alla religione: l’islamofobo che getta carrettate di letame sul terreno sul quale sorgerà una moschea non ha capito nulla di quello che critica a vanvera e di quello che dice di voler difendere. Lì, più che di “razzismo” da sventolare in faccia agli allocchi “progressisti” di tutte le risme, bisognerebbe parlare chiaro e tondo di “occidentalismo” e “modernismo”, perché non c’è nulla di più “moderno” che dell’odio verso la religione e la “tradizione”.</p>
<p>Ma tornando alla questione del “razzismo”, prima di chiudere il cerchio tornando all’episodio calcistico che ha dato lo spunto per queste considerazioni, c’è da rilevare un altro fatto assurdo, dato per acquisito senza che nessuno osi fiatare, sempre per paura d’essere linciato moralmente, il che la dice lunga sulla “libertà” che vige in questa società che si loda e s’imbroda di continuo come “aperta”, “tollerante” ecc.</p>
<p>Il costante panegirico del “meticciato” e della “mescolanza”, entrato anche nel mondo della “cultura”, dove più una cosa è “ibrida” e più esalta, non viene mai messo in discussione, eppure, di per sé, non si tratta di concetti dei più elevati. Da sempre, infatti, “puro” è sinonimo di “pulito”, di “incorrotto”, e non è possibile che tutti quelli che sono venuti prima di noi si siano sbagliati. Ha sempre valso il principio per cui la “forma” è tutto, è principio d’ordine, anche per una società, poiché l’“informe”, il non definito, corrisponde al caos, da cui deriva ogni sciagura. Ma oggi, sembra che i “moderni” non vogliano più stare entro alcuna “forma”, declamando invece le lodi dell’“informale”, e quindi del “meticciato”, in ogni campo e a tutti i livelli, come se avessero timore, se non un vero e proprio orrore, di tutto ciò che ha una sua “identità” definita.</p>
<p>Ci dev’essere un “odio di sé” dietro tutto quest’atteggiamento unilaterale, frutto d’una “educazione” pluridecennale al centro della quale sta &#8211; colpa di una scuola e una “cultura” in mano a scellerati ed invertebrati senza amor patrio &#8211; una costante damnatio memoriae per tutto quel che siamo stati ed abbiamo realizzato in passato.</p>
<p>Eppure, in giro per il mondo, non sono tutti così “antirazzisti” come dovremmo essere noi “pedagogizzati”. Ma queste cose le può sapere solo chi ha viaggiato, chi ha potuto osservare, confrontare, valutare e, perché no, apprezzare anche l’alta considerazione che, rispetto agli “altri”, hanno parecchi popoli nel mondo. Senza che per questo ci si debba mettere a giudicarli male per il loro atteggiamento “discriminatorio” e “altezzoso”. Se vado in casa d’altri so che devo entrarci rispettoso e in punta di piedi, senza per ciò approvare tutto, ma nemmeno per ergermi a supremo tribunale di quello che probabilmente non potrò mai capire appieno.</p>
<p>C’è dell’altro: il senso dell’ospitalità verso lo “straniero” (parola ormai proibita!) e della dignità che ci piace costatare in molti popoli extraeuropei non viene certo dall’iperspazio, e tantomeno da un corso accelerato di “antirazzismo”. Deriva da una corretta valutazione di sé, dal sapere quel che si vale, fino a considerarsi (terribile sacrilegio!) “il centro del mondo”. Così, da quella “posizione di forza”, si può aprire le porte al forestiero ed accoglierlo volentieri e degnamente.</p>
<p>Qui, al contrario, è tutto un autoflagellarsi, un piangere sui propri “crimini”. Un plaudire masochistico alla Legge Mancino e un invocare ancor più draconiane pene per “i razzisti”.</p>
<p>Così, a parte la spocchia del “ricco” (o di chi si crede tale) verso il “povero”, che è in fondo il “razzismo” moderno ridotto all’osso[4], non c’è una “civiltà”, un “carattere” a sostenere noialtri quando ci troviamo di fronte chi viene da fuori.</p>
<p>Di qui sorgono due tipi di reazione: una, minoritaria, è quella dei cosiddetti “naziskin” e dei gruppetti “identitaristi” (i quali hanno un’idea della “identità” esageratamente ingessata); l’altra, maggioritaria, è quella del “progressista”, di quello che vede la comunità come un mero esito contrattuale e non un dato naturale frutto d’una lenta “civilizzazione” che non può permettersi lo tsunami dell’immigrazione di massa. Per quest’ultimo tipo, che è quello che fa danni nelle scuole, nelle istituzioni e nella “cultura”, “tutto il mondo è paese”, tranne che il suo quartiere, radical chic, bello tranquillo e assolutamente immacolato dal punto di vista “multietnico”, mentre i babbei che pendono dalle sue labbra (se è un “intellettuale”) o che lo votano (se è un “politico”) abitano in quartieri il più delle volte oltre i limiti del degrado, nei quali può essere persino pericoloso girare dopo l’imbrunire.</p>
<p>Ma come scrivevo nel summenzionato articolo per “Eurasia”, al di là di tutto il chiacchiericcio sulla “integrazione” e il “diverso”, c’è un motivo preciso per cui alta finanza e “progressismo” si danno la mano sulla questione immigratoria e la “società multietnica”[5]: si tratta di sfruttare più che si può l’essere umano, usando la leva economico-finanziaria, inducendo masse ad emigrare con ogni meschino e spregevole mezzo e forzando a “vivere insieme”, in una sorta d’esperimento, gente che non ha nulla a che spartire se non le meravigliose, sovente illusorie, “opportunità economiche” di un Paese. La “patria” in questo modo diventa un PIL, o uno “spread”, o la “disoccupazione” e gli “assegni familiari” da percepire, ma gli imbonitori delle “nuove forme di cittadinanza” sembrano non rendersene conto: continuano a cantare la loro filastrocca ad un pubblico senza più capacità critica, aduso solo ad annuire e a dare la caccia al “razzista”, che potrebbe sempre annidarsi ovunque, dal lavoro alla scuola, e persino in casa!</p>
<p>Di tutto ciò, certamente, sorridono i giovanotti miliardari che tirano calci a un pallone, e soprattutto coloro che tirano le fila d’un baraccone che ha smesso da tempo d’essere qualcosa che ha a che fare col sano agonismo, per il quale ci si può anche misuratamente appassionare.</p>
<p>Il calcio, almeno da quando lo conosco, è sempre stato una valvola di sfogo per gente dei ceti sociali bassi, o medio-bassi, gli altolocati preferendo per la maggior parte altri sport. Quel tipo di persone ha un’esigenza da soddisfare, a causa del tipo di vita che conduce (quanto per propria colpa, non è qui il punto): deve sfogarsi. E questo lo sa bene chi gli apparecchiato il giocattolo.</p>
<p>Ma non lo comprenderanno mai gli “educatori” in servizio permanente effettivo. Che dotati dell’esclusiva della “fabbricazione delle opinioni”, si scatenano in teorizzazioni una più irreale dell’altra, come se loro fossero alieni da ogni “passione” o “esagerazione”, postulando un essere umano cloroformizzato, tra l’ameba e lo zombie, che non esiste se non nelle loro fantasie perverse.</p>
<p>O forse è proprio un obiettivo preciso quello che viene perseguito con tanta tenacia: costringere l’uomo in una camicia di forza, in una gabbia moralistica che alla fine lo faccia impazzire, facendogli commettere azioni molto più gravi di un insulto ad un calciatore nero o alla tifoseria avversaria.</p>
<p>Ma non c’è scampo nella società del “moralisticamente corretto”: una volta che, compresso e represso in ogni modo, quest’uomo compiutamente “moralizzato” e perciò “democratico” e “moderno”, avrà sterminato la sua famiglia oppure sbudellato un automobilista per una mancata precedenza, dovrà sorbirsi l’ennesima predica da parte dei soliti “educatori”, inamovibili e senza possibilità d’essere contraddetti nella loro torre d’avorio dei media e della “cultura”, inabbordabile da chiunque non sia stato dotato del bollino di “democratico antirazzista”.</p>
<p>Tutto questo fa molto pena, per come si riduce l’uomo quando si mette a cazzottare con la sua indole naturale. Certo, non è un bello spettacolo vedere una turba stravolta lanciare insulti all’indirizzo di qualcuno, solo per “stare meglio”. Ma questo “qualcuno” non può fare quello che casca dal pero, ignaro del contesto in cui vive (e piuttosto bene, direi): quello del “mondo dello sport”, in cui circolano cifre da capogiro e dove non si può pretendere che, in uno stadio di calcio, la massa ci vada in pelliccia e col monocolo; e quello della “società multietnica”, con la rabbia che alimenta presso i ceti sociali più bassi, gli stessi che rimpolpano le tifoserie, e nella quale un privilegiato come un calciatore (nero o non nero) può anche sorvolare su qualche parola di troppo, ché tutti gli altri sopportano di peggio.</p>
<p>[1] “Di colore” lo lasciamo volentieri agli schiavisti anglosassoni, che dopo aver rovinato l’Africa deportandone milioni di suoi figli, si sono pure inventati, come se bastasse una parola a ripulirsi la coscienza e la reputazione, il vago e pudico “colored”, che ovviamente non poteva non entrare nel vocabolario di noi italiani, subalterni e in costante “imbarazzo” per la sola radice cubica delle malefatte di questi campioni d’ipocrisia.</p>
<p>[2] Qui si usa il termine “setta” con riferimento a tutte quelle organizzazioni, religiose, culturali e politiche, che auspicano e lavorano, convergendo spontaneamente, per instaurare una “Repubblica universale”, un “Nuovo ordine mondiale”. La “setta”, in questo senso, può anche avere un miliardo di simpatizzanti, più o meno coscienti dell’azione dei suoi dirigenti, non essendo qui in questione il numero esiguo di affiliati che caratterizza quel che comunemente viene definito “setta”.</p>
<p>[3] Il fondamentale carattere economico del “problema immigratorio”, “Eurasia” 1/2006, pp. 119-122.</p>
<p>[4] Non esiste infatti “razzismo” verso gli svizzeri, gli austriaci o gli svedesi, ma verso i romeni sì, perché visti come “poveri”, anche se più vicini a noi culturalmente!</p>
<p>[5] Come del resto su tutta la linea: si faccia caso che mentre le Femen si spogliano in Piazza San Pietro esibendo la scritta “In Gay We Trust”, tutti i bancomat della Città del Vaticano sono stati bloccati dalle “autorità bancarie” italiane, imbeccate da quelle europee, giustificando tale inaudito provvedimento con la “scarsa trasparenza” dello IOR! Come se le altre banche fossero delle mammolette… Cfr. M. Blondet, Il Vaticano “non può né vendere né comprare”, “Effedieffe.com”, 15 gennaio 2013.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sulla “società multinetnica”, l’“antirazzismo”e l’acritica infatuazione per tutto ciò che è “ibrido” e “meticcio” manifestata con un’ipocrisia insopportabile, ci siamo già espressi in quest’articolo, che ovviamente riconfermiamo in ogni sua virgola, e nel quale abbiamo cercato di essere il più equanimi possibile su una materia per la quale ci s’infervora facilmente e, quel che è peggio, spesso a sproposito e senza mai andare fino in fondo tenendo legati tutti i pezzi del discorso.</p>
<p>Ma per dovere di completezza, dobbiamo aggiungere qualche altra considerazione, visto che le notizie di cronaca di questi giorni inducono a farlo.</p>
<p>Non siamo così sprovveduti dal cadere nel tranello: ciò che è “notizia” per i media, falsi, opportunisti e mai dalla parte del “bene comune”, è in realtà il “notiziabile”, che corrisponde a quel che è spendibile e strumentalizzabile a seconda del momento, della particolare contingenza politica, allo scopo di orientare masse in un senso o nell’altro, in base alla convenienza dei padroni stessi dei “mezzi di informazione”.</p>
<p>Adesso poi si dà il caso che siamo alle porte dei ludi elettorali, perciò ogni cosa, compreso il polverone sul Monte dei Paschi (le cui magagne erano note da tempo), va letta alla luce delle baruffe chiozzotte tra una cricca e l’altra.</p>
<p>Così, se in questi giorni, sulla stampa e le tv a diffusione nazionale, trovano spazio notizie riguardanti efferati fatti di cronaca che vedono protagonisti negativi degli immigrati, qualche domanda bisogna comunque porsela. Infatti, questi gravi accadimenti sono all’ordine del giorno, ma vengono relegati di solito nella stampa locale (quando va bene), che risponde ad altre esigenze “informative” (cioè di formazione delle coscienze) ed è letta da un pubblico in media meno ‘raffinato’ e che dev’essere dunque gestito anche con una certa dose di ‘xenofobia controllata’.</p>
<p>Ma veniamo ai gravi comportamenti messi in atto da immigrati registrati in queste ultime ore in Italia.</p>
<p>Il primo è uno scontro frontale, in provincia di Terni, tra una macchina guidata a folle corsa da due albanesi, in fuga dopo un furto presso un’abitazione privata. Il secondo è l’investimento, ad Aosta, di due mamme coi loro due piccoli, in carrozzina, ad opera di un romeno.</p>
<p>Innanzitutto, alcune osservazioni su vari dettagli dei due episodi.</p>
<p>Per quanto riguarda il primo, va rilevato come ormai non si salvi praticamente più nessuno da queste bande di predoni che circolano liberamente in Italia: altro che “furti in villa”, qua si tratta di un anziano con 50 euro in casa… della serie: siamo tutti in pericolo! Ma anche la modalità con cui le Forze dell’ordine si sono lanciate all’inseguimento dei banditi desta qualche preoccupazione. Che senso ha prodursi in un inseguimento spericolato tipo telefilm americano su una statale sapendo che in direzione contraria arriverà qualcuno che non è stato avvertito con apposite segnalazioni poste lungo il percorso (a causa della penuria di mezzi e di personale)?</p>
<p>Per quanto riguarda il secondo episodio, si legge che l’autore di questo capolavoro era stato appena accusato di una rapina in una tabaccheria, realizzata all’inizio di gennaio, ma incredibilmente era in circolazione tranquillo come un pesce.</p>
<p>E ora passiamo alle considerazioni più importanti.</p>
<p>Per prima cosa va detto che questi appena descritti sono due fatti, non due opinioni, né due esagerazioni dettate da ostilità e pregiudizio preconcetti. Fatti che sono all’ordine del giorno in Italia, ma che sembrano non interessare a nessuna delle cosiddette “istituzioni”.</p>
<p>Naturalmente interessano eccome ai diretti interessati e ai loro familiari, parenti ed amici, che si ritrovano d’un colpo in mezzo ad una tragedia unicamente per un motivo: sull’immigrazione c’è troppa manica larga.</p>
<p>Non intendo ripetermi, quindi per tutta la ‘filosofia’ che puntella il cosiddetto “antirazzismo” e il “multietnico” rimando al precedente articolo, ma qui bisogna mettere i puntini sulle “i” e dire che la misura è colma, e da tempo, perché in troppi hanno subito angherie, anche atroci, da parte di individui, organizzati e non, venuti in Italia col preciso intento di fare del male.</p>
<p>Hanno voglia i paladini del “mondo a colori” a sostenere che “anche gli italiani” rapinano, spacciano, investono, molestano, stuprano ecc. La verità è che, in proporzione, tutte queste delizie sono molto più opera di immigrati che di italiani, e lo steso dicasi della popolazione carceraria, con la beffa che dobbiamo pure campare fior fior di delinquenti incalliti.</p>
<p>Non vale nemmeno la solita solfa degli “italiani che emigravano e venivano discriminati eccetera”. Vorrei vedere se uno ha il coraggio di sfoderarla davanti alle famiglie in lacrime della ragazza di Terni o delle madri investite che adesso temono per la vita dei loro piccini.</p>
<p>Questi ipocriti, ripetiamolo, vivono in un mondo virtuale, di belle parole, dalla quale è esclusa la realtà concreta, che infatti non vivono affatto, rinserrati come sono nei loro quartierini bene amministrati dalla sinistra al caviale (o dalla destra, o dalla Lega tutte fumo e poco arrosto, l’altra faccia della medaglia). Leggono “Repubblica” e tutto gli sembra perfetto, ma non si accorgono che intanto la Res Publica è “cosa loro”, cioè di individui che calano in casa nostra (horribile dictu!) per taglieggiarci e terrorizzarci in stile arancia meccanica.</p>
<p>C’è anche stato chi, negli anni scorsi, ha adombrato il sospetto che vi sia qualcosa d’inconfessabile dietro la strana “licenza di saccheggio” da parte delle bande albanesi, nel centro e nel nord d’Italia (si noti). In pratica, quelle sarebbero libere di scorazzare, con la nostra gente – specie quella che vive fuori dai centri abitati &#8211; alla loro mercé, e in cambio “l’Italia”, con ciò intendendo una sistema integrato d’interessi inserito in quello, più ampio, occidentale-atlantico-sionista, avrebbe mano libera nel fare affari in Albania, ricevendo tra l’altro dal nazionalismo albanese (che loro si possono permettere, ma noi no!), un valido sostegno nell’opera di destabilizzazione dei Balcani, in particolare ai danni della Serbia, longa manus della Russia, nemico atavico dell’Occidente da tenere il più lontano possibile dall’Europa per evitare che possa realizzare il temutissimo “superblocco” eurasiatico.</p>
<p>Esagerazioni? Chissà, ma almeno bisognerebbe chiedersi, liberamente, che cosa ne pensano gli italiani di tutti questi fatti che, ribadiamolo, sono fatti e non interpretazioni o punti di vista.</p>
<p>Invece, siccome esiste solo e sempre “il razzismo”, si evita accuratamente come la peste di affrontare seriamente la questione, sulla quale, una volta tanto, anche la famosa “gente” interpellata e stuzzicata nella sua vanagloria su tutto ciò su cui non ha alcuna competenza (le elezioni sono il tipico caso), potrebbe esprimersi con cognizione di causa perché assaggia sulla propria pelle la gravità delle conseguenze d’una politica immigratoria completamente scellerata.</p>
<p>Che cosa vi sarebbe di “razzista”, per l’appunto, se anziché permettere a chiunque di arrivare, anche senza che ve ne sia bisogno dal punto di vista economico (ripetiamo il concetto: mansioni per le quali non vi è una sufficiente manodopera autoctona, ma alle medesime condizioni ad essa garantite), s’istituisse un permesso di soggiorno temporaneo per motivi di lavoro e, una volta finita l’esigenza, il lavoratore ospite con regolare invito da parte dell’azienda, potesse essere riaccompagnato alla frontiera? Questo, tra l’altro, era il sistema in vigore nella Germania Ovest (il Gastarbeiter), e nessuno s’è mai scandalizzato, ma con l’Europa unita (nella… volontà di pervenire alla dissoluzione su tutti i fronti nel più breve tempo possibile…), pare che la dottrina delle “porte aperte” e della “integrazione” non possa ammettere deroghe, né alcuna critica esprimibile sui media cosiddetti “autorevoli”, con leggi che sanzionano sotto la mannaia dell’“antirazzismo” ogni tentativo di trasportare in politica, anche in maniera seria ma determinata, la questione immigratoria.</p>
<p>Siamo così all’assurdo: che mentre gli italiani sono monitorati in ogni loro attività, economica, politica e culturale, al punto che presto dovranno giustificare ogni loro spesa che ecceda pane e cipolla, esistono degli stranieri che saltano da un domicilio all’altro diventando uccel di bosco, fanno il bello e il cattivo tempo, la fanno sempre franca e alla fine, dopo aver distrutto delle vite e delle famiglie, troveranno a difenderli anche qualche paladino opportunamente inserito nei ranghi della magistratura, il quale deve aver scambiato l’esercizio della giustizia, “uguale per tutti” (ma quando mai!), per la militanza dei bei giorni della sua gioventù in qualche “collettivo”.</p>
<p>Purtroppo, di fronte a questa situazione apparentemente irrecuperabile non c’è che una via d’uscita: la rivolta di popolo. Ma non quella sgangherata e facilmente strumentalizzabile dal potere dei cosiddetti “scontri etnici”, in mezzo ai quali ci finisce inevitabilmente anche chi non ha né colpa né peccato tra gli stessi immigrati.</p>
<p>No, la questione va affrontata con quella cosa che ormai difetta in ogni compartimento in cui si aggirano coloro che hanno una qualche “posizione” e “responsabilità”: il buon senso.</p>
<p>Buon senso non significa affatto “un colpo al cerchio e uno alla botte”, per lasciare fondamentalmente tutto come prima. Buon senso è, a questo punto, avere il coraggio di fare, nella gestione della questione immigratoria, l’esatto contrario di quanto praticato sin qui.</p>
<p>Non è forse buon senso trovare un’occupazione stabile e dignitosa ai giovani italiani, piuttosto che parcheggiarli a scuola e all’università all’infinito per poi fargli scoprire che col loro “pezzo di carta” non ci faranno un fico secco, tanto passano avanti dei “disperati” (altra “categoria” acriticamente imposta) disposti a farsi sfruttare in un modo inaccettabile (da qui la leggenda dei “lavori che gli italiani non vogliono più fare”)?</p>
<p>E non ha per caso rapporto col buon senso cominciare a capire bene perché e per come uno straniero viene a stabilirsi da noi, vagliando attentamente la sua richiesta e controllando, una volta entrato, che abbia qualcosa da fare e si comporti in maniera ineccepibile, più e meglio degli autoctoni, proprio per il privilegio che ha ricevuto, facendogli capire che appena sgarrerà verrà semplicemente prima punito senza scappatoie e poi sbattuto fuori? Insomma, ci vuole tanto, per chi istituisce un sistema di controllo capillare per i connazionali (o quelli che, a questo punto, si presume siano tali!), a metter su un sistema di sorveglianza speciale per chi è ospite?</p>
<p>Per carità! Non si può, è contro i “diritti umani”, i “trattati internazionali” e, soprattutto, la moderna concezione del “vivere civile”, che non prevede “discriminazioni”. Ma come le vogliamo chiamare quelle che invece dobbiamo sopportare noi, che in Italia ci siamo nati e cresciuti, da generazioni, quando ci si accorge che mentre per l’italiano non c’è pietà, né alcuna forma di comprensione per il minimo sgarro, fosse anche un ritardo nel pagamento d’un divieto di sosta, per “il migrante” viene apparecchiato tutto uno stuolo di “servizi”, tutti rigorosamente gratuiti, per lui e tutti i suoi parenti che, in base a leggi completamente senza senso consentono i più improponibili “ricongiungimenti familiari”?</p>
<p>Così, mentre il vecchietto italiano con pensione da fame deve scervellarsi dove andare a svernare nell’ultima parte della sua onesta (e fessa, viene da dire) vita, l’immigrato piazza sul groppone del Servizio Sanitario Nazionale anche gli anziani della sua famiglia, che ringraziano, per l’inopinata manna ricevuta, la dabbenaggine di un popolo che un tempo fu nazione ma ora è più che altro una massa di pecore felici di farsi tosare, da sopra e da sotto, da una classe dirigente messa lì apposta dal Badrone a far la guerra agli italiani e da gente che il più delle volte arriva in Italia allo stesso modo in cui ci si reca alla stalla per mungere la vacca fino all’ultima stilla di latte.</p>
<p>No, non ci siamo proprio. Così non si può andare avanti.</p>
<p>E ora affrontiamo la questione da cui siamo partiti dal punto di vista più serio e delicato.</p>
<p>Chi potrà confortare i genitori e il fidanzato della ragazza di Terni ammazzata per colpa di due balordi in circolazione solo perché c’è chi, abdicando dalla sua funzione, permette che queste cose accadano? Le solite frasi di circostanza – del sindaco o del prete &#8211; non possono bastare, perché ormai sono troppe volte che succede la stessa cosa.</p>
<p>Che cosa si potrà dire di sensato a quelle mamme che si sono viste travolgere i loro bimbi da uno che doveva starsene quantomeno al fresco?</p>
<p>“Il paese, costernato, si stringe attorno alla famiglia”, è una delle tipiche frasi che si leggono in simili occasioni. Ma può bastare?</p>
<p>Non sarebbe più opportuno che a stringersi fosse un bel cappio intorno al collo di personaggi che, in più casi, sono recidivi per crimini molto più efferati dei due balzati agli onori delle cronache delle ultime ore?</p>
<p>Se ne sono lette di cotte e di crude: gente immobilizzata e torturata sadicamente in casa propria, e pure insultata in quanto italiana (ecco cosa succede quando ci si mostra deboli); donne violentate da branchi di mostri in preda a chissà quale demone; uomini massacrati per futili motivi con una furia che non è “normale”; gang criminali che infestano interi quartieri (si pensi a Genova); bambini rapiti e mai più ritrovati, il che non è affatto una “diceria”, ma una di quelle tante, troppe cose di cui in Italia non si deve parlare, come se anche in questo caso vi fosse qualcosa d’indicibile che non deve venire fuori, perché è meglio pensare che esistano solo degli innocui “zingarelli”.</p>
<p>C’è chi si scalda tanto per l’“omofobia” o il “femminicidio” arrivando a stravolgere la realtà, altri che invocano leggi speciali contro il “razzismo” e le ottengono, altri ancora che istituiscono “fondi speciali” a sostegno di alcune categorie “vittime” di soprusi ed ingiustizie. Ma chi difende gli italiani, cioè noi stessi, dal pericolo rappresentato da chi è ospite ma crede (o meglio, gli han fatto credere) di essere il padrone di casa?</p>
<p>La verità è che siano un popolo che non solo non sa difendersi, ma neppure ha a cuore la sorte dei suoi simili, delle persone più vicine, mandando a “rappresentarci” i peggiori individui, per i quali l’immigrazione è solo un affare che mette in moto una marea d’interessi. E se poi ci scappa il morto, tanti saluti, era preventivato. La macchina del buonismo e della “accoglienza”, nella quale lavorano solidalmente pretesi “avversari” (dall’imprenditore al “comunista”, dal prete al laico dirittumanista), non può fermarsi.</p>
<p>Come la macchina di quei due delinquenti fuori controllo, che alla fine della loro folle corsa hanno stroncato la vita di una ragazza italiana, la quale, nel giro d’una giornata, verrà dimenticata&#8230; in attesa del prossimo.</p>
<p>Ma quando avviene il contrario, quando è lo straniero la vittima (anche di un coro da stadio), la gran cassa dell’“antirazzismo” batte per giorni ad un ritmo parossistico, e tutti devono conformarsi per non ingenerare l’atroce dubbio: “scusi, lei per caso è razzista?”.</p>
<p>Accade addirittura in qualche caso che il carnefice diventi una specie di divo al quale si offrono lauti contratti e comparsate! Ma non parliamo di cosa succede invece agli italiani: per loro c’è “l’aggravante per motivi razziali”, per il solo fatto di aver recato offesa ad uno straniero, il che è palesemente senza senso.</p>
<p>Ma siccome il senso c’è sempre, eccolo spiegato: quando una nazione smette di essere tale, di percepirsi come una comunità coesa con lingua, storia e tradizioni in comune; quando viene meno il vincolo solidale che sta alla base del “vivere insieme” perché gli si preferisce l’ideologico e una concezione astratta e contrattualistica della società, ecco aprirsi le porte del non senso… paradossalmente sotto le insegne del sentimentalismo e del razionalismo (da sempre alleati) di cui si fan schermo i fautori della “accoglienza” per tutto e tutti, in una macabra rincorsa al cupio dissolvi, al fondo della quale, come testimonia questo vero e proprio bollettino di guerra, c’è l’autodistruzione e il disfacimento di una nazione.</p>
<p><strong>di Enrico Galoppini</strong></p>
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		<title>BERLUSCONI E IL FASCISMO</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Feb 2013 12:15:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Sulla scia delle polemiche scaturite delle recenti dichiarazioni di Silvio Berlusconi circa l’attività e i successi governativi di Benito Mussolini in occasione della Giornata della Memoria, risulta urgente e necessario analizzare alcune questioni fondamentali per cogliere nel profondo gli usi e le strumentalizzazioni della storia che si consumano in politica, oggi più che mai. Più efficace, nella fattispecie, un intervento di natura politologica, anziché strettamente storico-politica, che sia finalizzato a ragionare sui fatti storici anche in termini di opportunità politiche in queste elezioni. Per le delucidazioni in merito, ci avvaliamo, ringraziandolo fin da subito, della competenza del <em>Prof. Ivan Buttignon</em>, politologo, esperto in comunicazione politica.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Professore, la contingenza nella quale sono inserite le dichiarazioni di Berlusconi “Beh, Mussolini fece anche cose giuste!” è semplicemente e gravemente inopportuna? O si tratta di una strategia volutamente mediatica?</strong></p>
<p>Vede, quando si comunica la politica, l’inopportuno, in senso oggettivo, non esiste. Diventa semmai soggettivo, dal momento che gli elettori ragionano con la propria testa e molti di questi trovano le dichiarazioni del Cavaliere tutt’altro che inopportune. Pertanto, sono da ritenere ascrivibili a una strategia mediatica e sicuramente astuta. Le spiego perché.</p>
<p>La figura di Mussolini in Italia vanta ancora un credito piuttosto diffuso, lo conferma il business di cimeli, foto, insegne d’epoca e soprattutto calendari dedicati al Duce. Il mercato dei prodotti fascisti ha dimensioni importanti, e questo &#8211; converrà con me &#8211;  deriva più da passione politica che da semplice e distaccata curiosità.</p>
<p>L’elettorato, soprattutto in questa fase traballante per l’economia e vacillante per la politica, avverte bisogni di sicurezza (che, secondo lo psicologo statunitense Abraham Maslow, nella sua celebre piramide sono secondi solo ai bisogni fisiologici) e ricorda il fascismo come un regime stabile e sicuro. L’accenno in termini positivi a Mussolini è funzionale all’incremento di voti del PdL, partito che, a differenza di quelli di centrosinistra, non fonda la sua identità sull’antifascismo più o meno militante.</p>
<p><strong>Spesso, una certa storiografia tende a giustificare alcune delle scelte mussoliniane, quali la belligeranza italiana nella Seconda Guerra Mondiale, o l&#8217;introduzione delle leggi razziali, definendoli quasi odiosi compromessi finalizzati a domare la bisbetica alleata nazista. Quanto c&#8217;è di strumentale in tutto questo?</strong></p>
<p>Ritorno alle dichiarazioni su Mussolini che Berlusconi condivide con quella storiografia di cui lei opportunamente parla. Mi limito a ricordare che:</p>
<p>- “Mussolini preferì allearsi con Hitler &#8216;per timore che la potenza tedesca vincesse&#8217;” è un&#8217;asserzione senza senso. Mussolini desiderò avidamente una parte del bottino e si attaccò a Hitler come una lampreda a uno squalo. Non fu certo obbligato dall&#8217;alleato. Oltretutto, lo Stato Maggiore dell&#8217;Esercito tedesco aborriva l&#8217;ipotesi di un&#8217;Italia alleata, la preferiva di gran lunga neutrale;</p>
<p>- le Leggi razziali sono tutt&#8217;altro che un&#8217;imposizione del Terzo Reich. Piuttosto, i tedeschi rimasero interdetti di fronte a questa azione, la ritenevano estranea alla cultura italiana. In alcuni ambienti (intellettuali, militari) tedeschi venne vista infatti come un tentativo poco elegante di scimmiottare l&#8217;originalità germanica, e pertanto generò fastidio e reazioni di scherno;</p>
<p>- sulle cose buone fatte da Mussolini, è preferibile circoscrivere il campo e menzionarle specificamente, altrimenti è ovvio suscitino inevitabili polemiche.</p>
<p>Detto questo, di strumentale c’è parecchio. Ci si muove su schemi fossilizzati, si ragiona per luoghi comuni. Le faccio alcuni esempi di falsi miti che circolano nel circuito delle credenze popolari. <i style="font-size: 13px; line-height: 19px;">I treni arrivavano sempre puntuali</i>: bene, ma i prezzi erano proibitivi. <i style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Il fascismo è stato un campione di opere pubbliche e di bonifiche</i>: è un “campione” evidentemente arrivato secondo, dopo l’Italia liberale. <i style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Mussolini ha introdotto le pensioni</i>. Falso, è opera di Giolitti.</p>
<p>Sono questi e altri luoghi comuni che, nel bene e nel male, deformano la vicenda storica del fascismo e che servono a noi italiani – nei casi da lei citati – ad autoassolverci rispetto agli errori e orrori commessi. Esercizio di pura difesa, ma basato su dati fittizi.</p>
<p><strong>Vendola spesso sottolinea come l&#8217;essenza del partito berlusconiano sia fortemente &#8220;eversiva&#8221;. Il paragone fra la campana promozionale del virile duce contadino e il self made man Presidente Operaio del Cavaliere, accompagnato ai più noti episodi di censura, come pure il tentato sovvertimento di alcune cariche istituzionali, rende i sostenitori di Berlusconi dei NeoFascisti?</strong></p>
<p>Quanto sostiene Vendola sembra suggerire l’accostamento <i style="font-size: 13px; line-height: 19px;">berlusconismo &#8211; fascismo</i> in quanto eversione. Ma fascismo ed eversione non sono sinonimi, pertanto consiglierei di accostare a qualcos’altro il partito di Berlusconi (ammesso e non concesso che la sua essenza sia davvero “eversiva”).</p>
<p>Il fascismo eversivo rappresentò infatti solo una parte (sempre più piccola nel corso del Ventennio, ma corposa e sostanziale durante la Repubblica Sociale), abilmente imprigionata nelle maglie del Regime. Se parliamo dei gruppi eversivi di estrema destra nell’Italia repubblicana, non mi sento di definirli fascisti. <i>Ergo</i>, il fenomeno fascista non è &#8211; se non marginalmente &#8211; di carattere eversivo.</p>
<p>Mi associo quindi all’illustre politologo Biagio De Giovanni, ex PCI e ora PD, che denuncia la solita, patetica <i>equivalenza Berlusconi – Mussolini</i> inventata dai settori politicamente e culturalmente meno evoluti dell’<i>antiberlusconismo</i>. E concordo con Sabbatucci sulla “natura politologica” dell&#8217;uscita del Cavaliere: né fascista né antifascista, bensì afascista. Afascista come buona parte dei sostenitori di Berlusconi.</p>
<p><strong>E sulle dichiarazioni di Iannone?</strong></p>
<p>Le uscite di Iannone mi lasciano indifferente, non mi aspettavo nulla di diverso. Il leader di CPI fa leva sui soliti luoghi comuni (enti di assistenza e Stato sociale &#8211; cui molto aveva già fatto Giolitti in precedenza &#8211; ; diritti ai lavoratori – gravemente danneggiati economicamente con riduzioni fino al 23% del potere d’acquisto dei salari -; riforma scolastica – dimenticando le revisioni alla Riforma Gentile in senso antimeritocratico &#8211; ; la lotta alla mafia – iniziata con fervore ma poi brutalmente interrotta &#8211; , ecc.) e sostiene che il fascismo abbia “gestito la questione ebraica in maniera armoniosa”, che la guerra è stata “voluta  dalla finanza e dalla banca mondiale” e che le leggi razziali siano “state il frutto di uno stato di necessità”.</p>
<p>Pongo allora tre domande.</p>
<p>1)  E’ armonioso escludere le persone dalla vita civile e sociale solo perché professano una religione piuttosto che un’altra? E’ ragionevole credere il contrario.</p>
<p>2)  Mussolini è stato costretto dalla finanza e dalla banca mondiale a scendere nel campo bellico? No, l’ha fatto in piena autonomia, cosa che ammetterà nelle sue memorie <i>saloine</i>.</p>
<p>3)  Sono state necessarie le leggi razziali? Necessarie a creare confusione, segregazione gratuita, reazioni dapprima fredde e successivamente sconcertate da parte della maggioranza degli italiani, sempre più divisi.</p>
<p>Interessante poi che il capo di CPI citi impropriamente Nicola Bombacci. Mussolini finanziava la sua rivista politica “La Verità”, è vero. Ma come ricordo nel mio libro <i style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Compagno Duce. Fatti, personaggi, idee e contraddizioni del fascismo di sinistra</i> (Milano, 2010), nel ’36 (anno di nascita della Rivista) il fondatore del PCdI era già votato allo causa fascista.</p>
<p>Per concludere, direi che le versioni delineate dal Cavaliere, come quelle di certa storiografia e di Iannone sono, oltre che strumentali, molto poco…razionali.</p>
<p><strong>A cura di Valentina Milesi </strong></p>
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		<title>LIBERALISMO: ORIGINI E SVILUPPO</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Jan 2013 13:57:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/liberalismo-origini-e-sviluppo/surrender_of_general_burgoyne/" rel="attachment wp-att-8501"><img class="alignnone size-medium wp-image-8501" alt="surrender_of_general_burgoyne" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/01/surrender_of_general_burgoyne-300x198.jpg" width="300" height="198" /></a></p>
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<p>Sorto nel sec. XVII e sviluppatosi nel XVIII, il liberalismo trovò i suoi massimi teorici politici in Locke (due trattati sul governo civile, 1690) e in Montesquieu (Spirito delle leggi, 1748). Il filosofo inglese concepì lo Stato come struttura giuridico-istituzionale che permetteva l&#8217;espressione più completa delle libertà e dei diritti naturali e, a tale scopo, reclamò la limitazione del potere, sottraendolo all&#8217;incontrastato dominio di un solo sovrano. Analogamente, il filosofo francese elaborò un modello di separazione dei poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario) rimasto tuttora in vigore. La novità di Montesquieu rispetto a Locke consistette soprattutto nel fatto che i poteri non dovevano essere solo separati, ma anche contrapposti e in equilibrio fra loro, cosicché il potere limitasse il potere e rimanesse garantita la sfera d&#8217;azione individuale del cittadino. Oltre al principio dello Stato garantista, che assicura le libertà come libertà dello Stato, la concezione del liberalismo sosteneva che tutti i cittadini indistintamente, pubblici funzionari compresi, dovevano essere soggetti alle medesime leggi (Stato di diritto): su questi punti fermi, infatti, si mossero più tardi gli autori americani (Hamilton, Madison, Jay) del Federalist durante il dibattito sulla struttura da dare alle colonie inglesi d&#8217;America liberate, e, in Europa, B. Constant, A. de Tocqueville, W. von Humboldt, i quali non mancarono di porre anche l&#8217;accento sulla validità “liberale” delle istanze municipalistiche come ulteriore, efficace freno all&#8217;azione e al potere dello Stato (mentre a sviluppi teorici affatto originali giunse I. Kant, in Über den Gemeinspruch, 1793, e in Zum ewigen Frieden, 1795, dove ha sostenuto l&#8217;opportunità di proiettare in campo internazionale i principi a priori di libertà, giustizia ed eguaglianza, propri della vita interna dello Stato, quale via sicura per giungere alla civitas gentium e al trionfo della pace universale). Le tappe fondamentali del liberalismo sono segnate nella storia inglese dalla Petition of Right (1628) e dal Bill of Rights (1689), che portarono a una limitazione delle prerogative della corona, e dall&#8217;Habeas Corpus Act (1679), che fissò le garanzie individuali sul piano giudiziario; in America, dal Bill of Rights della Virginia (1776) e dalla Dichiarazione d&#8217;indipendenza degli Stati Uniti (1776); in Francia, dalla Dichiarazione dei diritti dell&#8217;uomo e del cittadino votata dall&#8217;Assemblea Costituente nell&#8217;agosto del 1789. Se però la dichiarazione d&#8217;indipendenza degli Stati Uniti proclama che “tutti gli uomini sono uguali e indipendenti per natura e hanno dei diritti innati, di cui la posterità dovrà egualmente godere non avendo la società il diritto di alienarli” e che tali diritti comprendono oltre al godimento della libertà anche “il diritto di acquistare e possedere una proprietà”, la Dichiarazione dei diritti dell&#8217;uomo non contiene una definizione precisa del concetto di proprietà ed è generica per numerosi altri aspetti. Essa può comunque considerarsi il documento fondamentale di una rivoluzione borghese, promotrice di una nuova società che cercherà di creare una vera e propria “aristocrazia degli affari”, anche se Tocqueville la giudicherà incapace di determinare una solida stabilità sociale. Questa nuova “aristocrazia”, per le sue stesse basi pragmatistiche, tenderà a un continuo rinnovamento che renderà però difficile l&#8217;affermazione di principi comuni e che potrebbe portare essenzialmente all&#8217;affermazione del proprio interesse e del proprio potere. Allo stesso modo B. Constant respingerà il concetto di una sovranità “assoluta” che la società può imporre ai suoi membri. Sia tale principio, sia il concetto “dell&#8217;espressione della volontà generale” teorizzato da Rousseau nel suo Contratto sociale (1762), per lo scrittore francese, lasciano “aperte le porte a ogni genere di despotismo”. Già da allora si era precisata l&#8217;esigenza di rispettare quel “diritto delle minoranze” che rimane un postulato della dottrina liberale e di tutti i movimenti politici affini, dai repubblicani ai radicali. Lo Stato deve essere il garante del cittadino. La dottrina liberale sviluppa quindi la dialettica “garantista e rappresentativista” non quella partecipazionista. L&#8217;equivoco su quest&#8217;ultima tesi, unita a quella dell&#8217;interpretazione dello Stato etico hegeliano, o della filosofia idealista, pur presente in filosofi e pensatori di espressione liberale, a cominciare da B. Croce, ha consentito al fascismo e alle altre dittature di destra di pretendere, anche a costo di ambigue forzature, di rifarsi a una matrice a sfondo liberal-borghese, in aperta polemica coi movimenti socialisti e proletari. Se la Rivoluzione francese aveva esaltato i concetti liberali, la Restaurazione, tentando di soffocarli, consentì al liberalismo di esprimere il suo momento più felice e dinamico, che vide in Sismondi e nel citato B. Constant i sostenitori della libertà mentre andava affermandosi, contro un tentativo di rigurgito assolutistico, anche il liberalismo cattolico; e il liberismo economico (che si ispirava alle teorie di A. Smith, Malthus e Ricardo) effettuava una prova di forza con la scuola di Manchester, in cui Richard Cobden, il suo maggiore esponente, nel 1846 riusciva a far cessare il protezionismo in Inghilterra promosso con la legge sul grano del 1815. La vittoria del liberismo fornì tuttavia materia di ripensamento, poiché apparve evidente che l&#8217;interesse privato non poteva estraniarsi dall&#8217;interesse dello Stato e occorreva trovare un punto di convergenza per conciliare le due posizioni. L&#8217;Europa era intanto più che mai travagliata da una crisi profonda e le esplosioni insurrezionali cominciate nel 1820 sfociarono nel 1848 in un vasto movimento rivoluzionario, premessa anche all&#8217;affermazione dell&#8217;indipendenza italiana, passata attraverso moti e guerre d&#8217;indipendenza, il pensiero di Mazzini, l&#8217;opera di Cavour, di Garibaldi e la fede di Vittorio Emanuele II.</p>
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<p><strong>Fonte: Sapere.it</strong></p>
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		<title>IMMANUEL KANT, PER LA PACE PERPETUA</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jan 2013 13:16:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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<p><a href="http://www.destrablog.eu/immanuel-kant-per-la-pace-perpetua/kant/" rel="attachment wp-att-8495"><img class="size-medium wp-image-8495 aligncenter" alt="kant" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/01/kant-300x168.jpg" width="300" height="168" /></a></p>
<p>Nel settembre del 1795 Kant pubblica un breve trattato: Per la pace perpetua. Un progetto filosofico; nel 1796 segue una nuova edizione, corredata di un secondo supplemento. Questa è l’unica opera di Kant che assume come suo tema centrale il problema della pace e della guerra. L’intento è quello non di una analisi particolareggiata del testo kantiano, ma piuttosto una rapida sintesi delle tesi in esso contenute, evidenziando qua e là i problemi che esse suscitano. Il progetto consta di una serie di articoli, sei “preliminari” e tre “definitivi”, di due supplementi, di cui il primo esamina la garanzia della pace perpetua ed il secondo è costituito da un “articolo segreto”, ed inoltre un’appendice in due parti sulle relazioni intercorrenti tra morale e politica. Kant introduce il tema richiamando ironicamente l’immagine di un cimitero, accompagnata dalla scritta storica “Zum ewigen Frieden” (Per la pace perpetua), che un oste olandese avrebbe adottato come insegna. L’autore premette la rivendicazione che, come “politico teorico” e pertanto inoffensivo, egli rivolge al “politico pratico”, “l’uomo di Stato”, purché gli sia concessa la libertà di esporre le proprie opinioni. Si enunciano poi gli articoli “preliminari” per la pace perpetua, cioè le condizioni preventive della pace, volte a rimuovere le circostanze che favoriscono lo scoppio delle guerre, riprendendo alcune istanze della tradizione pacifista precedente. Il primo articolo è costituito da un principio fondamentale: le parti contraenti si devono impegnare innanzi tutto a non pendere per il futuro l’iniziativa di una nuova guerra. Il secondo vieta ad ogni Stato l’acquisto di un altro Stato tramite successione ordinaria, scambio, compera o donazione, poiché “ uno Stato non è (…) un possesso ma è una società di uomini”. Il terzo articolo vieta gli eserciti permanenti. Il quarto articolo condanna l’uso del debito pubblico per finanziare eserciti ed altre attività di interesse bellico. Il quinto proibisce le intromissioni negli affari interni di altri i paesi, in forza del principio di indipendenza ed autonomia di ogni Stato. Con il sesto articolo, infine, si vieta l’uso di mezzi subdoli, come spie e altre azioni a tradimento. La guerra ha certo, per Kant, una sua validità nello stato di natura, nel quale non esiste una legalità capace di dirimere le controversie. Se però il conflitto diventasse totale e si trasformasse in guerra di sterminio, lascerebbe come risultato “la pace perpetua unicamente nel grande cimitero del genere umano”. Kant introduce, con una digressione in nota, oltre alle leggi prescrittive e quelle proibitive, una terza categoria: la lex permissiva, che non impone una necessità, ma sospende temporaneamente un divieto. Nella seconda sezione Kant enuncia e discute gli “articoli definitivi” per la pace perpetua, in base ai quali edificarla secondo un modello teorico fondato su presupposti razionali. Kant riprende anche qui la tesi per cui lo stato di natura deve essere superato ovvero, come egli dice, “lo stato di pace (…) deve dunque essere istituito”. A questo scopo chiarisce, in un’importante nota esplicativa, che bisogna adempiere al postulato del diritto pubblico per il quale “ tutti gli uomini che possono reciprocamente agire gli uni sugli altri devono entrare a far parte di una qualche costituzione civile”, in un triplice ordine di rapporti giuridici: il diritto pubblico interno, il diritto internazionale ed il diritto cosmopolitico, “ in quanto uomini e Stati che stanno tra loro in un rapporto di influenza reciproca devono venire considerati cittadini di uno Stato umano universale”. A questi tre ambiti si riferiscono i tre articoli per la realizzazione definitiva della pace perpetua. Il primo articolo afferma che “la costituzione civile di ogni Stato deve essere repubblicana”. Tale costituzione che sorge direttamente “dall’idea del contratto originario, su cui ogni legislazione giuridicamente valida di un popolo deve fondarsi” organizzata in base alla libertà esterna dei cittadini, intesa come “facoltà di non obbedire ad altre leggi esterne, se non a quelle cui io abbia potuto dare il mio assenso”, alla dipendenza di essi dalla legge ed alla loro eguaglianza esterna, costituisce per Kant il presupposto della pace perpetua. Infatti, poiché in essa i cittadini stessi decidono sulla guerra, solo dopo una meditata riflessione assumeranno su di sé gli elevati costi che questo comporta, mentre in un governo dispotico la guerra “è la cosa più facile del mondo, perché il sovrano (…) è il proprietario dello Stato”. Kant poi esamina le differenze tra repubblica e democrazia. Egli distingue le forme dello Stato, secondo la “forma del dominio”, che può essere monarchica, aristocratica o democratica, e secondo la maniera dispotica o repubblicana, in cui la sovranità viene esercitata, intendendo per repubblicana la costituzione rappresentativa che attui la separazione dei poteri dello Stato. Per Kant la democrazia è il peggior tipo di organizzazione statale, perchè non è rappresentativa. Dobbiamo però ricordare che, quando Kant parla di “democrazia”, si riferisce però all’esperienza a lui più vicina che si sia fregiata di questo nome, cioè il giacobinismo. Per il secondo articolo “il diritto internazionale deve essere fondato su un federalismo di liberi Stati”. Kant è consapevole che questa proposta di una federazione di popoli non sarebbe accolta favorevolmente dai governi gelosi della propria sovranità. Non esitando nella realtà effettiva una giurisdizione comune per gli Stati, la guerra rimane l’unico metodo di risoluzione delle controversie internazionali. Tuttavia “la ragione, dal suo trono di suprema potenza morale legislatrice, condanna in modo assoluto la guerra come procedimento giuridico ed eleva a dovere immediato lo stato di pace”. La soluzione ideale per eliminare la guerra sarebbe la costituzione di uno Stato di popoli ma, poiché le nazioni non tollerano l’imitazione della sovranità, bisogna sostituire “all’idea positiva di una Repubblica universale (…) il surrogato negativo di (…) lega permanente”, sempre con il rischio che gli istinti distruttivi prendano il sopravvento. Infine con il terzo articolo definitivo si prescrive che “il diritto cosmopolitico deve essere limitato alle condizioni dell’universale ospitalità. Infatti ogni uomo ha il diritto di muoversi liberamente sulla superficie terrestre. Pertanto, l’attuazione del diritto cosmopolitico porta le relazioni internazionali a diventare col tempo pubblicamente giuridiche. Segue poi il primo supplemento, sulla “garanzia della pace perpetua”. Kant in queste pagine passa dal ragionamento politico ad una discussione di filosofia della storia. Infatti, per lui la pace perpetua non può essere realizzata dalle scelte degli uomini, anzi ribadisce il concetto già espresso altrove per cui è necessaria una cooperazione tra la volontà umana e le tendenze della natura. Nel primo supplemento Kant pone al centro la “Natura (…) dal cui corso meccanico (…) scaturisce la finalità di trarre dalle discordie degli uomini, anche contro la loro volontà, la concordia”. Kant usa a questo proposito anche il termine Provvidenza. Per dimostrare la sua tesi, Kant esamina la storia e, con una certa sorpresa, giunge a scoprire la fondamentale funzione attribuita dalla natura stessa alla guerra. Essa, che è “connaturata all’uomo come qualcosa di nobile cui egli si sente portato dall’impulso dell’onore, così che il coraggio guerresco è ritenuto di grande valore” e “alla guerra in se stessa viene ammessa una dignità intrinseca”, ha infatti stimolato la formazione delle società umane promuovendo tramite gli scontri tra i popoli la diffusione dell’umanità sull’intera superficie terrestre e la formazione dello Stato a difesa dell’aggressione. Segue infine l’appendice, divisa in due parti, in cui si determina a quali principi debba ispirarsi l’uomo di Stato. All’inizio della prima parte, in cui si discute la tesi della separazione tra le due sfere, Kant afferma che “non può esserci alcun conflitto della politica, come dottrina pratica del diritto, con la morale, intesa bensì come dottrina del diritto, ma teoretica (e quindi non vi è nessun conflitto tra pratica e teoria)”. Nella seconda parte dell’appendice Kant giunge ad individuare la forma della pubblicità, definita dal seguente principio: “tutte le massime che hanno bisogno della pubblicità concordano insieme con la politica e con il diritto”. Infatti “una massima, che io non posso confessare pubblicamente senza provocare la inevitabile resistenza di tutti non può produrre questa (…) reazione (…) altrimenti che a causa dell’ingiustizia di cui essa minaccia ognuno”. Al contrario “se possono raggiungere il loro scopo solo con la pubblicità allora quelle massime devono essere conformi al fine generale del pubblico (la felicità); e l’accordo con il pubblico è (…) il peculiare compito della politica”. Con queste parole Kant conclude il saggio: Se è un dovere e se nel contempo è una fondata speranza realizzare uno Stato di diritto pubblico, anche solo mediante un’approssimazione procedente all’infinito, allora la pace perpetua, che prenderà il posto di quelli che fino ad ora sono stati falsamente denominati trattati di pace, non è una vuota idea, bensì un compito, che, assolto per gradi, si avvicina sempre di più al proprio scopo.</p>
<p><strong>A cura di Anna Rita Murano</strong></p>
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		<title>IL TEMPO DELLA LETTERATURA</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Jan 2013 12:42:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/il-tempo-della-letteratura/letteratura/" rel="attachment wp-att-8485"><img class="alignnone size-medium wp-image-8485" alt="letteratura" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/01/letteratura-300x207.jpg" width="300" height="207" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="justify">Un libro è un luogo dove grazie alla fantasia di chi scrive e del lettore è possibile scoprire universi a volte meravigliosi, altre terrificanti. Si scava dentro se stessi, perché capita di trovare dei punti in comune anche con personaggi ambigui, addirittura malvagi. Leggere un libro è un viaggio fatto di imprevisti che ci rimarranno dentro per sempre. Il medium, l’oggetto in sé, i manoscritti che affollano le biblioteche sono tramiti perfetti, in quanto danno la possibilità di concentrarsi in modo profondo su quello che leggiamo, permettono ai lettori di separarsi dal mondo esterno per conoscerne uno nuovo. La letteratura è stata, ed è tuttora, un mezzo fondamentale per la crescita personale degli individui e del genere umano. Nel bene e nel male la sua storia ha rispecchiato le caratteristiche dei momenti in cui è stata generata e, in alcuni casi, le ha determinate. Lo scambio d’influenze appare come un flusso continuo e poderoso. Basti pensare a un capolavoro come la “Divina Commedia”, fonte storica di fondamentale importanza per i medievalisti e fucina della lingua italiana. Non fu capita da tutti i contemporanei e addirittura fu bandita dalle autorità ecclesiastiche. Facendo un salto nel tempo e nello spazio possiamo guardare all’immenso lavoro di <em>William Shakespeare. </em>Drammaturgo meraviglioso le cui opere sono un supremo esempio sia di arte teatrale che di poesia e quindi letteratura. I dubbi che iniziavano a intaccare le fondamenta degli antichi sistemi monarchici e che avrebbero portato, proprio in Inghilterra, alla prima esecuzione pubblica di un re, scatenavano le passioni di personaggi immortali, a cavallo tra eroi perfetti e assassini spietati. Nel Novecento un romanziere come Kafka ha trasformato in inchiostro le ansie dell’uomo moderno, inadatto al mondo perché incapace di capire se stesso, tanto da mutarsi in uno scarafaggio: un insetto che vaga sulla terra respinto da tutti e senza coscienza di sé. Gli esempi sono infiniti. Da Machiavelli a Oscar Wilde. E, parafrasando l’autore de “Il Principe”, la letteratura ha continuato a seguire il gusto dei tempi. Purtroppo il suo potere si è rivelato anche distruttivo. Senza il “<em>Mein Kampf”</em> Hitler non sarebbe riuscito a creare le basi per il suo diabolico regime e contemporaneamente, proprio attraverso lo studio dell’opera, è possibile capire che la folle ideologia del dittatore nazista era il prodotto di sistemi di pensiero radicati nella Germania del tempo. Anche in negativo la letteratura risulta specchio e origine degli eventi sociali circostanti.</p>
<p align="justify">Oggi viviamo in un mondo inondato di messaggi. I media per comunicare informazioni o per intrattenere uno spettatore si sono moltiplicati nel tempo fino a implodere nel web che sta inglobando e modificando tutti i suoi predecessori. Anche la scrittura subisce le conseguenze dell’evoluzione mediale che nell’ultimo secolo è stata travolgente. La letteratura è l’esempio più alto, il messaggio più complesso che è possibile comunicare attraverso il codice lingua. Inevitabile che ne condivida gli <em>stress. </em>L’industria editoriale sta attraversando un periodo di grave crisi. Questo accade a tutti i livelli, non solo in quello letterario. Basti pensare al numero esorbitante di quotidiani costretti a chiudere perché incapaci di competere con il sovrannumero d’informazioni che attraversano la rete digitale. Il mercato libraio soffre di una diminuzione massiccia dei lettori. In Italia storicamente i lettori di libri non sono molti, ma fino a un decennio fa i grandi lettori, cioè coloro che leggono molto, erano numerosi rispetto alla maggior parte dei paesi stranieri. Oggi non è più così. Qual è il motivo di questo calo? Quali potrebbero essere le conseguenze?<br />
Prima di tutto all’origine di questo fenomeno c’è l’errata considerazione di cos’è la letteratura. Un film, un brano musicale o un programma televisivo costituiscono un tipo di intrattenimento più efficace di un romanzo. Lo spettatore può divertirsi passivamente. Guardare un film, ascoltare una canzone o rimanere seduti di fronte alla televisione costa meno fatica che leggere un libro. La vista e l’udito sono stimolati con maggior forza, l’esperienza sensoriale è più completa. L’industria culturale, oggi, mira soprattutto a divertire piuttosto che a formare. Dimenticare che la fatica, fisica e mentale, è parte fondamentale del processo di lettura, significa dimenticare cos’è la letteratura. Rifiutare la propria natura non può portare benefici, un romanzo è molto più di un mezzo per rilassarsi, non è puro intrattenimento.<br />
Altro elemento a sfavore della letteratura è la costituzione schermatica della società in cui viviamo. Siamo circondati da schermi: in casa, al lavoro, in metropolitana, sugli autobus. Ovunque. La nostra capacità di rapportarci con un supporto mediale diverso, come un libro, diminuisce ogni giorno. Le facoltà analitiche che ci permettono di concentrarci su un singolo argomento, sia esso un problema da risolvere piuttosto che un romanzo da leggere, si sono indebolite. Le nuove generazioni possono studiare con la musica nelle orecchie e la tv accesa, perché abituate a ricevere contemporaneamente più impulsi, ma faticano a focalizzarsi e approfondire un tema complesso. Restare dentro un libro, eliminare il mondo esterno risulta più difficoltoso e meno stimolante di un tempo.<br />
Internet ha accolto dentro di sé anche il medium scrittura. Per qualche tempo si è pensato che potesse restituire vitalità a questo antico sistema comunicativo. In realtà l’attenzione dei navigatori di fronte al computer è minima e più facilmente si concentra sulle immagini. I blog e i luoghi di condivisione di <em>files</em> testuali non sono serviti, il più delle volte, a dare spazio a innovazioni letterarie ma hanno prodotto un generale abbassamento della qualità degli scritti che circolano in rete.</p>
<p align="justify">Le conseguenze di questo allontanamento dalla letteratura incidono sull’interiorità delle persone. Si guarda soprattutto a quello che avviene fuori di noi. Questo condiziona tutta la società. Il progresso tecnologico sembra essere una corsa irrefrenabile, senza una guida certa e concentrata sui problemi dello spirito oltre che su quelli pratici. La crisi culturale in Occidente, in Europa soprattutto, si palesa per la mancanza di un obiettivo comune. I valori collettivi alla base degli immaginari nazionali sono indeboliti da individualità che tentano di affermare se stesse, spesso senza conoscersi e in modo autoritario rispetto al sentire altrui. Gli esseri umani diventano gusci vuoti pieni d’informazioni che non sono in grado di capire e rielaborare in modo costruttivo. Guardare dentro se stessi e analizzare quello che scopriamo rapportandolo alla realtà esterna, come abbiamo già detto, sono azioni difficoltose per l’uomo moderno e non più stimolate dalla letteratura. Quest’ultima deve essere salvata. Non è possibile e non sarebbe intelligente limitare i cambiamenti mediologici in atto. È quindi necessario inserire in questo nuovo sistema comunicativo l’attività letteraria. Il progresso tecnologico offre anche enormi possibilità. Un supporto mediale diverso dal libro cartaceo, come sono i lettori per <em>ebooks</em>, ha qualità indubbie. Possiamo portare con noi più di un romanzo e i costi di produzione per l’editore sono limitati. Il rapporto personale con questo mezzo di lettura è destinato a farsi più intimo con il passare del tempo. La capacità di immergersi nel testo aumenterà con l’abitudine a leggere su un piccolo schermo piuttosto che su pagine di carta e, se da una parte il profumo di un libro, lo scorrere delle pagine, i segni del tempo potrebbero mancarci, dall’altra il messaggio dell’autore potrà continuare a fluire e portare i suoi effetti benefici. In questo modo nel cambiamento si potrà conservare il valore assoluto dell’attività letteraria. Un altro supporto nuovo è rappresentato dagli audiolibri. In Italia si tratta di un fenomeno ancora circoscritto e il più delle volte limitato a testi che tendono ad essere interattivi. Ovviamente quando si ascoltano grandi classici il coinvolgimento e soprattutto l’immersione nel testo non sono paragonabili né a quelli che si raggiungono attraverso la lettura di un <em>ebook</em>, né tanto meno leggendo un libro cartaceo. Ci sono, però, aspetti positivi importanti. La letteratura può arrivare a categorie sociali che prima non potevano permetterselo, non avevano il tempo o non sostenevano il peso della lettura. Da secoli ormai, dai tempi del Decameron, gli autori più innovativi hanno capito che un testo può avere diversi piani di lettura. Un ricercatore universitario si approccerà ad esso in modo diverso rispetto a un lettore comune. Questo non rende vana o sterile l’attività del secondo. Grazie ai nuovi supporti mediali è possibile sviluppare l’aspetto multiforme della produzione letteraria. Attraverso l’ascolto di un audiolibro si può scoprire la superficie di un testo, apprezzare un autore, arricchire se stessi. Questo non solo permette di portare messaggi importanti a un numero maggiore di persone, ma è uno stimolo per chi ascolta a coltivare la passione letteraria, a trovare del tempo per scendere più in profondità nel rapporto con un romanzo, in parole povere, a leggerlo.</p>
<div align="justify">La letteratura deve continuare a far parte della storia dell’uomo, deve continuare a mostrarci chi siamo e a incidere sulla società. Proprio in quel progresso visto per anni come la causa del decadimento dell’attività letteraria ci sono le risorse e le condizioni per salvarla. Il tempo della letteratura è il tempo dell’uomo: non possiamo permetterci di perderla.</div>
<div align="justify"></div>
<div align="justify"></div>
<div align="justify"><strong>Di Cesare Granati</strong></div>
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		<title>MAESTRI DELLA DESTRA</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jan 2013 13:45:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[antisemitismo]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; “Ma come, davvero esistono ancora la destra e la sinistra? Non era stato tutto archiviato, passato in giudicato, chiuso e sepolto?”. La voce di Massimo Cacciari tradisce uno stupore genuino. Sembra passato un secolo da quando, ed era soltanto una decina d’anni fa, i suoi interventi ai convegni della “nuova destra” accendevano discussioni furibonde [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/maestri-della-destra/attachment/11589286/" rel="attachment wp-att-8480"><img class="alignnone size-medium wp-image-8480" alt="11589286" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/01/11589286-225x300.jpg" width="225" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>“Ma come, davvero esistono ancora la destra e la sinistra? Non era stato tutto archiviato, passato in giudicato, chiuso e sepolto?”. La voce di Massimo Cacciari tradisce uno stupore genuino. Sembra passato un secolo da quando, ed era soltanto una decina d’anni fa, i suoi interventi ai convegni della “nuova destra” accendevano discussioni furibonde tra gli intellettuali di sinistra. Eppure è bastato che Garzanti riproponesse a quattordici anni di distanza un testo come <em>Cultura di destra</em> dello scomparso germanista Furio Jesi per suscitare una reazione furibonda tra gli esponenti italiani di quell’area un tempo definita appunto “nuova destra”. Si tratta di una bieca “operazione commerciale”, tuona dalle colonne dell’Italia settimanale Gianfranco de Turris, un tentativo dei “residui dell’intellighenzia marxista di mettere ancora alla sbarra gli antichi nemici” e di “far compiere alla cultura italiana un balzo indietro di tre lustri, ricreando un clima di caccia alle streghe”. Insomma, una vera e propria demonizzazione, attuata “nonostante crolli e controcrolli” e malgrado “l’abbattimento di più d’uno steccato”: “dagli al razzista, all’antisemita, all’evoliano”.</p>
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<p>Furio Jesi, di cui l’editore Morcelliana ha appena proposto <em>L’accusa del sangue. Mitologie dell’antisemitismo</em>, era tra i più fini e apprezzati studiosi di mitologia, un germanista sofisticato, profondo conoscitore di Thomas Mann e Rainer Maria Rilke, attento ai filoni tedeschi della “rivoluzione conservatrice” presenti nella cultura di Weimar. <em>Cultura di destra</em> contiene pagine illuminanti sulla “religione della morte” che impregnò di sé la cultura europea che poi sarebbe confluita nel nazismo, sui riti e i simboli della tradizione, dell’esoterismo, del misticismo politico su cui aveva soffermato l’attenzione uno studioso come Delio Cantimori. E cita ampiamente e senza “demonizzazioni” uno studioso delle religioni come Mircea Eliade considerato sino a non molto tempo fa, per colpa del suo coinvolgimento col nazismo, un tabù nella cultura di sinistra. “E pensare che Jesi, visto come un ultrasinistro dalla destra, veniva accusato da parte della sinistra di coltivare ambiguamente i temi tenebrosi della mitologia che tanta parte hanno avuto nella cultura di destra del Novecento”, dice Gianandrea Piccioli, il direttore editoriale della Garzanti che ha sollecitato la nuova uscita del libro di Jesi.</p>
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<p>E allora, perché una reazione così furibonda da parte del settimanale diretto da Marcello Veneziani? Tutto nasce da un capitolo del libro in cui viene affrontato il tema Julius Evola, pensatore venerato nella destra, sostenitore di una teoria del “razzismo spirituale” descritto così da Jesi: “un razzista così sporco che ripugna toccarlo con le dita”. Nel capitolo dedicato a Evola lo studioso Jesi si trasforma in un violento polemista. L’evolismo diventa un concentrato di “farneticazioni”, “trivialità”, “rimasticature”, “parossismi” destinati a “lettori di bocca buona”. Con una conclusione, di grande impatto nell’Italia degli Anni Settanta sconvolta e incupita dall’offensiva del terrorismo rosso e nero: “Queste farneticazioni” hanno “una parte non trascurabile nelle attività terroristiche degli ultimi anni”. Da qui l’accusa formulata da chi in passato ha subito il fascino inquietante dell’evolismo che Jesi abbia voluto ridurre la “cultura di destra” a puro fenomeno criminale.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>“Indubbiamente <em>Cultura di destra</em> è uno dei testi meno significativi di Jesi”, è l’opinione di Cacciari, “di un intellettuale finissimo che ben conosceva l’irriducibilità della grande ‘cultura di  destra’ aristocratica, conservatrice e antimoderna del Novecento a canoni biecamente razzistici. Il fatto è che in quegli anni anche Jesi, assieme a tanta parte della cultura di sinistra, divenne prigioniero dell’assillo del ‘pericolo di destra’, dell’incanto di un presunto ritorno del fascismo. Un assillo che ha provocato veri e propri disastri”. E tuttavia Cacciari non condivide affatto la reazione di de Turris, “tipica di un ceto intellettuale che non sa far altro che portare indietro l’orologio. Perché mai la ‘nuova destra’ deve risentirsi più di tanto? Evola è un autore stratificato che non merita di essere demonizzato. Però i suoi libri infami li ha scritti. E allora, vogliono fare gli orfani a vita di Evola?”. Piccioli, per parte sua, contesta che la Garzanti abbia compiuto una scelta volgarmente “commerciale”. “Attuale però sì”, aggiunge, “prima di tutto perché non é vero che le differenze siano tutte scomparse e poi perché in un’Europa sconvolta dai fantasmi del “sangue e suolo”, lo studio delle mitologie razziste avviato da Jesi conserva ancora una grande importanza”. Un libro vaccino, insomma. Anche a costo di riaprire una vecchia ferita.</p>
<p><strong>Fonte: La Stampa</strong></p>
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		<title>IN SORDINA LA RAI CELEBRA L&#8217;ARCHITETTURA FASCISTA</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jan 2013 13:21:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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<p>La Rai celebra l’architettura fascista ma in pochi se ne accorgono.</p>
<p>Il vento non fischia e per ora non infuria la bufera ma prima che scoppi la rossa primavera qualche protesta dei partigiani dell’Anpi, a Viale Mazzini, arriverà. I professionisti della polemica antifascista, i radar dell’indignazione, i satellitari della mobilitazione democratica per ora tacciono, forse perché in quello strano orario mattutino in cui s’è consumato lo strappo al “politcally correct” della tv di Stato i presìdi antifascisti, i popoli viola, quelli del Fatto, del Manifesto, i garanti della sinistra in Vigilanza, dormivano. Ignari dell’elogio del genio fascista che andava in onda  non all’Istituto Luce ma sulla sinistrissima Rai Tre. Pochi italiani, data la collocazione, si sono accorti che martedì metà mattinata nel palinsesto è comparsa una freschissima puntata della “Storia siamo noi” di Minoli interamente dedicata alla celebrazione dell’Eur, il quartiere che Benito Mussolini fece realizzare nel 1935 per ospitare l’esposizione universale prevista sette anni dopo. In quasi un’ora di trasmissione il documentario di Rai Educational ha celebrato con immagini e testimonianze univoche la creatività rivoluzionaria dell’architettura fascista, con una carrellata di immagini sul quartiere dell’utopia “che ha ispirato studi e progetti in tutto il mondo” e che si proietta, come da titolo della puntata, in un’affascinante dimensione urbanistica futura, moderna. Giovanni Minoli, si sa, è bravo, ma certo non è uno di destra, anzi. Però nella puntata sull’Eur ha fatto parlare un po’ tutti, storici urbanisti, architetti, noti e meno noti, rappresentativi di tutte le aree politiche, fino al rosso Massimiliano Fucksas, che lavora orgogliosamente alla sua visionaria “nuvola” all’interno di quel quadro geometricamente così geniale, a detta di tutti gli intervistati. «Oggi l’Eur è il quartiere più bello di Roma,  se venite qui, nel centro delle costruzioni fasciste, avrete l’impressione di essere fuori dal tempo…», spiega Emilio Gentile, storico di scuola “defeliciana”. «Un posto magico», lo definisce anche un altro architetto di fama internazionale, Giuseppe Pasquali, come anche Giusepe Muratore, secondo cui il quartiere di ispirazione fascista non è a Roma, «è Roma». Poi arriva Andrea Cortellessa, critico letterario, che cita i grandi registi che trovarono ispirazione nella “città bianca” , da Federico Fellini a Michelangelo Antonioni, geni della rappresentazione fiabesca che trovarono alle porte della capitale il luogo ideale per giocare con le immagini. Si torna in studio, dove c’è Minoli che parla dell’Eur come di un “set dalle straordinarie potenzialità”, di un’architettura datata anni  Trenta “ma che è perfetta per immaginare gli interventi del futuro”, prima che riparli Fucksas, l’architetto di sinistra che nell’Eur ha immaginato il proprio capolavoro sospeso e impalpabile, di cui il sindaco di centrodestra, Gianni Alemanno, è stato fin dall’inizio grande sponsor. Ma l’Eur, prosegue il documentario, è anche il terreno ideale per una programmazione tecnologica di una città avveneristica, attraversata da gallerie ideali per il cablaggio, per progetti di energia ecosostenibile, per quella idea di città nella città che animava Mussolini e che oggi, all’insaputa dei partigiani, dei tecnici montiani e forse dello stesso direttore di rete, Alberto Vianello, ha conquistato la Rai e qualche migliaio di fortuiti telespettatori che per caso,  martedì mattina, hanno casualmente acceso la televisione premendo il pulsante sbagliato</p>
<p>L’obelisco, i fasci littori su ponti e tombini sono tutti simboli. Elementi che coniugano un’idea che va oltre la realtà e che da sola la descrive, la piega e la forgia. E proprio grazie a questi simboli, di cui il fascio littorio è solo un esempio, Ivan Buttignon, nel suo libro “Gli spettri di Mussolini. La storia del fascismo italiano raccontata attraverso i suoi simboli” (Hobby and Work editore, pp 240, euro 15,50), avanza un’analisi serrata del fenomeno Mussolini, del fascismo e della sua simbologia ritualistica.<br />
Si tratta di una mistica: una lettura mitica della realtà, che si ricollega a una esclusione ottocentesca della razionalità che  fa posto al giovanilismo,  all’eroismo privo di fronzoli veteroborghesi. È una mistica che Niccolò Giani, direttore della Scuola di Mistica Fascista, descriveva come il nuovo motore antimaterialista che può disintegrare il vecchio materialismo per fare posto a un nuovo ordine di cose che si sviluppi sotto la svastica e il fascio littorio. «Cosi sono rinati i vecchi simboli […]. Così gli uomini non si affidano più alla forza delle cose ma si affidano alla forza delle idee […]», scriveva Giani.<br />
Insieme al Foro Mussolini, anche l’Eur e lo Studium Urbis, l’attuale Università de La Sapienza, sono sottoposti al vaglio analitico-simbolico di Buttignon, che ne spiega la nascita e lo scopo.<br />
Scopo messo in evidenza e spiegato con lucidità dall’autore: trovare una sintesi tra la tesi della romanità e della virilità del legionario, teoria tipicamente mussoliniana, con l’antitesi del futurismo e del modernismo in salsa italiana, alla Marinetti, per arrivare alla sintesi del legionario moderno, rappresentato egregiamente dalla figura dell’Ardito e dallo squadrista. Ed è proprio «l’eternità di Roma» il motivo ispiratore, come ha scritto Giovanni Gentile.<br />
Non è solo la natura del fascismo, della sua ontologia simbolica e anche umana, a finire sotto lo scandaglio di Buttignon, ma anche il nazismo con la sua liturgia iconografica. Lo studio della natura della svastica, della dottrina di Paul Bötticher, del Führer-messia sono esaminate con cura. Viene descritto il percorso disumano che porta poi all’odio  antisemita dove si riassume la natura di tutto il libro di Buttignon. Per raccogliere il consenso delle masse, diventare così “Messia”, “uomo della Provvidenza”, è necessario trovare il nemico.<br />
Il Simbolo, quindi, raffigura quell’elemento che unifica l’alterità di un mondo che si evidenzia solo nell’idea pura con la prossimità della sua realizzazione terrestre. Il simbolo unifica, rende capaci gli uomini di proporre come salvifica la loro lettura del mondo. E sono proprio i simboli, con la loro natura efficace, sintetica e repentina, la chiave migliore che si è trovata nel ‘900 per avvicinare le masse alle parate, alle feste, alle oceaniche adunate, anche nella dittatura bolscevica.<br />
La storia è passata e i simboli restano ancora. Per i nostalgici, i curiosi, i fanatici. E gli studiosi.</p>
<p><strong>Fonte: Il Secolo d&#8217;Italia</strong></p>
<p>PER VEDERO IL VIDEO (IN FONDO ALL&#8217;ARTICOLO):<br />
<a href="http://www.secoloditalia.it/2013/01/la-rai-celebra-larchitettura-fascista-ma-in-pochi-di-mattina-se-ne-accorgono/">http://www.secoloditalia.it/2013/01/la-rai-celebra-larchitettura-fascista-ma-in-pochi-di-mattina-se-ne-accorgono/</a></p>
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		<title>IL SIGNIFICATO DELLA FILOSOFIA</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jan 2013 10:26:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/il-significato-della-filosofia/filo/" rel="attachment wp-att-8468"><img class="alignnone size-full wp-image-8468" alt="filo" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/01/filo.jpg" width="560" height="420" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che cos’è la filosofia? I manuali di storia della filosofia ed i dizionari filosofici ne danno diverse definizioni, in parte elencando significati storicamente dati da diverse scuole attive nella bimillenaria storia della filosofia occidentale (in realtà più vecchia di 2600 anni almeno), ed in parte proponendo loro significati, derivati dalla particolare scuola filosofica moderna e contemporanea cui si sentono soggettivamente più vicini.</p>
<p>Il fatto che la comunità “ideale” dei filosofi non sia mai riuscita a concordare una definizione unitaria di filosofia in più di duemila anni non è un segno di debolezza della filosofia, ma al contrario un segno della sua forza. La filosofia esprime infatti, in forma fortemente astrattizzata e concettualizzata, la scissione (Trennung) che le società umane hanno subito a causa del tramonto delle società sacerdotali-palaziali dell’antico Oriente, e della progressiva articolazione in classi sociali contrapposte di sfruttati e di sfruttatori. Se qualcuno in questa impostazione ci sente “odore di Marx”, ebbene, mi congratulo con il suo odorato da cane da tartufi. E tuttavia &#8211; ma lo chiariremo meglio più avanti &#8211; la filosofia non è un insieme di ideologie. Diciamolo in forma sintetica: le ideologie razionalizzano e giustificano interessi, individuali e collettivi, mentre la filosofia, quando è veramente tale, è sempre e soltanto una disputa per la verità, ed in quanto tale è proprietà indivisa dell’intera umanità, e non di classi, ceti, religioni o gruppi sociali diversi.</p>
<p>Anche le comunità dei cosiddetti “scienziati” (astronomi, fisici, chimici, biologi, geologi, zoologi, botanici, etologi, ecologi, ecc.) non procedono in una sorta di autostrada diritta senza caselli chiamata “scienza” (questa è l’immagine infantile che i “profani” hanno della scienza, idolatrata come un nuovo Dio, e quindi infallibile), ma devono sempre affrontare a scadenze temporali variabili delle “crisi scientifiche” che impongono “mutamenti di paradigma” (Thomas Kuhn), e tuttavia la stessa natura sperimentale-matematizzante della loro disciplina le porta sempre ad un codice unitario disciplinare. Gli astronomi sono sempre gli stessi a Roma ed a Stoccolma, i fisici sono sempre gli stessi a Parigi ed a Berlino, i chimici sono sempre gli stessi a Lisbona ed a Tokio, i genetisti, purché sappiano l’inglese, comunicano sullo stesso oggetto e con lo stesso metodo da Atene a Pechino.</p>
<p>Questo ovviamente è impossibile per la filosofia, ed è impossibile proprio per la natura stessa della conoscenza filosofica. Anziché riconoscere questa natura stessa come risorsa inestimabile, molti filosofi sciocchi e superficiali se ne vergognano, la scambiano per chiacchiericcio inconcludente premoderno indegno dei “nostri tempi”, ed allora si rifugiano scompostamente o nella religione o nella cosiddetta “scienza”. Ma in questo modo essi risolvono solo il problema psicologico dei loro complessi di ricerca della conoscenza “oggettiva”, senza capire che la cosiddetta “oggettivazione” (sia dell’oggetto come Objekt delle scienze della natura sia l’oggetto come Gegenstand della realtà sociale &#8211; direbbe Marx) è sempre l’oggetto di un soggetto, e si tratta di capire filosoficamente in che modo il soggetto si è costituito storicamente, ed in che modo questa costituzione storica influenza il modo in cui il soggetto interpreta il mondo, interpretazione che fa ovviamente da presupposto per la sua trasformazione.</p>
<p>Dunque, il fatto che la filosofia esista soltanto come insieme differenziato di scuole filosofiche rivali (platonici ed aristotelici nell’antichità, epicurei e stoici nell’ellenismo, kantiani e hegeliani nella modernità, marxisti filo- hegeliani e marxisti anti-hegeliani all’interno della scuola marxista, ecc.), non è frutto di errore, ignoranza o fraintendimento, ma è la normale espressione della stessa natura della filosofia.</p>
<p>Da questo differenziarsi antagonistico, che è un dato naturale della filosofia in quanto tale, i superficiali in genere traggono la conclusione del relativismo come carattere naturale e proprio della filosofia stessa in quanto tale. Esso può essere compendiato così: gli scienziati riescono a dimostrare in laboratorio quanto affermano; i filosofi invece non riescono mai a dimostrare quello in cui credono; di conseguenza, la verità filosofica non esiste, ed il relativismo interminabile è di fatto il solo oggetto della filosofia; i filosofi, quindi, non possono pretendere né di governare gli stati (Platone), né di influenzare i governanti (Kant, Hegel, Marx), perché non dispongono di nessun sapere stabile e sicuro, e quindi fanno bene a coltivare i loro riti linguistici solo fra di loro.</p>
<p>E tuttavia, il primo problema della filosofia consiste nel chiarire che non c’è contraddizione fra la fisiologica pluralità delle scuole filosofiche e la sostanziale unicità della verità, per cui la pluralità non determina necessariamente relativismo.</p>
<p>Che cos’è allora la filosofia? Do senza arroganza alcuna la mia definizione. La filosofia è un’attività comunitaria, che si determina necessariamente in individualità nominative. Queste individualità nominative, tuttavia, anche se sembra che passino il tempo scambiandosi solo opinioni, in realtà si muovono su di un terreno che presuppone l’esistenza della verità, per cui la filosofia ha come oggetto la verità, non il semplice scambio delle opinioni, che è soltanto propedeutico per la comprensione della verità stessa. Chi ha espresso meglio questo concetto è stato nell’antichità Platone, e nella modernità Hegel.</p>
<p>Già, ma cos’è la verità? Si tratta della famosa domanda di Ponzio Pilato a Gesù di Nazareth. Da qui bisogna partire. E per forza di cose, anziché una noiosa elencazione dossografica di significati che si trovano in qualunque buon dizionario filosofico, comincerò esplicitando la mia personale impostazione della questione.</p>
<p>La definizione di un concetto (in questo caso, il concetto di verità) deve necessariamente partire dalla sua genesi storica (Vico), e solo in questo modo può essere correttamente inteso. Quando Vico enunciò il famoso principio dell’identità concettuale fra verità e storia (verum ipsum factum) non intendeva affatto disprezzare i successi della fisica cartesiana e newtoniana, come se intendesse scioccamente assimilarli alla lettura dei tarocchi per prevedere il futuro, ma intendeva invece enunciare un principio estremamente razionale, e cioè che il concetto di verità deve essere limitato al solo significato globale dell’esperienza umana collettiva e comunitaria nella storia. La verità è quindi la totalità concettuale dell’esperienza umana, indagata  sia dal lato della sua genesi storica (in tedesco Genesis), sia dal lato della sua validità transtemporale, e cioè un certo senso eterna, nel senso di eterna fino alla permanenza della razza umana e del sistema solare (in tedesco Geltung).</p>
<p>E’ quindi fondamentale non usare scorrettamente il termine di verità (Aletheia Veritas, Wahrheit, ecc.) riferito ad accertamenti fattuali, certezze fisiche, esattezze matematiche, utilità empiriche per il singolo individuo. Parigi è certamente capitale della Francia, ma questo non ha a che fare con il concetto di verità. Il diabetico per sopravvivere deve usare l’insulina, ma questo non ha a che fare con il concetto di verità. L’acqua bolle a cento gradi, ma questo non ha a che fare con il concetto di verità. Due più due fa quattro, ma questo non ha a che fare con il concetto di verità. E potrei continuare così per mille pagine, ma faremmo soltanto confusione, ed alla fine dell’interminabile esemplificazione non ci saremmo avvicinati di un millimetro al concetto di verità.</p>
<p>Quale è la genesi storica del concetto di verità, in un momento storico in cui non esistevano ancora “rivelazioni religiose” (Antico Testamento, Nuovo Testamento, Corano, ecc.), e tantomeno laboratori scientifici di sperimentazione? Per i nostri lontani progenitori la verità (comunque essi la chiamassero), lungi dall’essere un’innocua opzione filosofica, era soltanto la massimizzazione pratica delle possibilità di sopravvivenza e di benessere della comunità, per cui il “Vero” era ciò che massimizzava queste possibilità, e il “Falso” era invece ciò che le minimizzava, e le metteva invece in pericolo mortale. </p>
<p>Non bisogna pensare che questa sia una definizione di tipo “utilitaristico”, in quanto la verità sarebbe a questo punto definibile soltanto come utilità complessiva della comunità. La scuola detta “utilitaristica” nasce soltanto a partire dal Settecento inglese (Hume, Smith, ecc.), prima non esisteva per nulla (a meno che la si identifichi con la banalità tautologica per cui ognuno spesso punta al suo utile personale, ovvietà che non ha nessun bisogno di ragionamento filosofico), e consiste in un’autofondazione su se stessa dell’economia politica capitalistica, che per autofondarsi non ha nessun bisogno delle tre teorie precedenti prevalenti (rivelazione religiosa ed etiche da essa derivate; diritto naturale o giusnaturalismo; contratto sociale o contrattualismo). In realtà questa definizione di verità non è utilitaristica, ma invece è comunitaria, perché la comunità è ad un tempo il soggetto e l’oggetto della sua riproduzione.</p>
<p>La filosofia nasce quindi come un’attività comunitaria (anche se si determina necessariamente attraverso individui nominativi, da Talete a Confucio), e nasce per rispondere ad un bisogno sociale complessivo, quello di porre un freno (katechon), anzi un freno razionale (logos), anzi un freno razionale socialmente discusso (dia-logos) ai processi di dissoluzione della comunità in cui viene prodotta, processi che in Grecia erano metaforizzati sotto la categoria di natura (physis), a causa dell’ancora vigente rapporto simbolico fra macrocosmo naturale e microcosmo sociale (secondo la corretta interpretazione del grammatico alessandrino Diodoto del poema di Eraclito, come ho già spiegato in molti miei scritti). Nei primi filosofi greci (erroneamente chiamati “presocratici” dalla tradizione dossografica posteriore) le categorie storiche e politiche sono pertanto quasi sempre metaforizzate attraverso concetti naturali (ma anche in Cina avviene lo stesso, pensiamo al Tao di Lao Tse). In particolare, il fattore principale di dissoluzione delle comunità è metaforizzato in Grecia con il termine di infinito-indeterminato delle ricchezze (l’apeiron di Anassimandro, le chremata di Aristotele), nonché l’irrazionale prepotenza del potere che si svincola da ogni controllo sociale e comunitario (la hybris del tiranno nella tragedia greca). In definitiva, la filosofia in Grecia nasce come attività comunitaria volta alla preservazione della comunità politica, messa in pericolo da due fattori sociali principali, l’infinitezza ed indeterminatezza delle ricchezze (l’apeiron di Anassimandro) e la prepotenza irrazionale del tiranno (la hybris dl tiranno Creonte nella tragedia Antigone di Sofocle).</p>
<p>Questa genesi comunitaria e veritativa della filosofia (i due termini devono sempre essere ricordati insieme, perché fanno concettualmente tutt’uno) non può essere ideologicamente accettata all’interno di una società divisa in classi antagonistiche, di cui una sfrutta e l’altra è sfruttata. È questa la ragione principale della grandezza di Marx. La rimozione (non importa se in buona fede o in mala fede) di questo fatto è un elemento fondativo della stessa storia della filosofia, e ne forma in un certo senso lo scheletro strutturale. In proposito, può essere utile ricordarne alcuni passaggi.</p>
<p>Per Aristotele, che nel suo primo libro della Metafisica scrisse quella che in un certo senso è la prima organica storia della filosofia occidentale prima di lui, la filosofia non nasce da una risposta razionale comunitaria ad un pericolo imminente di dissoluzione sociale (apeiron delle ricchezze, hybris del tiranno, risposta dei grandi filosofi-legislatori, come Parmenide, Solone, Clistene, ecc.) ma nasce da un ‘astratta e completamente astorica meraviglia, cui rispondono alcuni signori chiamati “filosofi”, che si dividono metodologicamente a seconda di quale delle quattro cause del mondo privilegiano e prediligono (causa materiale, formale, efficiente e finale). Dato l’indiscutibile genio di Aristotele, possiamo spiegare la sua rimozione della nascita comunitaria della filosofia (dissimulata con la teoria del tutto astorica delle quattro cause) non certo a causa di ignoranza o errore, ma a causa di una ben precisa collocazione di classe (in questo caso, la classe dei medi proprietari schiavistici). Per Tommaso d’Aquino, che nella sua Summa Theologica non parla solo di Dio, ma interpola continuamente nella sua trattazione temi sociali (fra cui il fatto che rubare per necessità di sopravvivenza non è nemmeno un peccato), non si trattava certo di salvare dalla dissoluzione la polis greca, che non esisteva più da almeno mille e cinquecento anni, ma di “far passare” attraverso la metafora della totalità divina teologicamente razionalizzata una versione “umanizzata” dello sfruttamento feudale sui contadini e dello sfruttamento manifatturiero e mercantile delle classi subalterne.</p>
<p>Per Cartesio, che inaugura idealmente il pensiero moderno, e cioè il pensiero astratto omogeneo al lavoro astratto capitalistico, che richiedeva quindi un soggetto astratto che lo pensasse ed interpretasse, si trattava (secondo la geniale interpretazione di Martin Heidegger) di riconvertire il vecchio problema della verità nel nuovo problema della certezza del soggetto, più esattamente della certezza della rappresentazione del soggetto. Questo “sradicamento” del soggetto ridotto a pura capacità conoscitiva astratta (cogito ergo sum) era funzionale al suo sradicamento da qualsiasi comunità normativa precedente. Locke, Hume e Smith, sia pure in forma empiristica ed utilitaristica, portarono a termine questo processo di sradicamento integrale del soggetto da qualsivoglia normatività religiosa e sociale. Ovviamente, questo fatto è occultato (e spesso neppure sospettato) dalle storie dossografiche tradizionali di storia della filosofia.</p>
<p>Kant, il grande pensatore “moderno” per eccellenza, portò a termine almeno due processi storici fondamentali. In primo luogo, con la separazione metodologica fra le categorie gnoseologiche del pensiero e le categorie ontologiche dell’essere (separazione non solo inesistente, ma addirittura impensabile per il pensiero greco, per la teologia tomistica, ed infine per lo stesso razionalismo cartesiano), tracciò una divisione insuperabile fra la scienza e la teologia, teorizzò l’indimostrabilità dell’esistenza di Dio, ed in questo modo colpì alla radice, sia pure in modo indiretto, le pretese normative in senso politico della vecchia religione, che da secoli funzionava come strumento di legittimazione della società feudale-signorile, laddove la borghesia con la sua nuova religione economica poteva lasciare alla vecchia religione soltanto uno spazio di pratica privata e/o di culto pubblico puramente devozionale. In secondo luogo, con la sua critica spietata alle cosiddette “morali eteronome” (e cioè religiose e / o sociali e comunitaristiche) e con la sua teoria del tutto astratta, individualistica ed inapplicabile socialmente dell’imperativo categorico, tolse alla morale pubblica (altrimenti detta etica oppure eticità) ogni carattere che non fosse la somma di morali di individui autonomizzati. E del tutto evidente che questa funzione sociale della filosofia kantiana deve essere epurata dai testi di storia della filosofia, così come le riviste cattoliche epurano fotografie di attricette con il seno scoperto.</p>
<p>Hegel sviluppa la sua mirabile riflessione filosofica alcuni decenni dopo Kant, e quindi la “ragione sociale” indiretta del suo pensiero non può essere quella di Kant. Questo fatto, ovviamente, è occultato dalle storie dossografiche della filosofia, che trattano il passaggio dal criticismo all’idealismo per linee gnoseologiche rigorosamente “interne”, come se si trattasse di una noiosa discussione accademica di tipo metologico. Ovviamente non è così. Kant, culmine ideale dell’Illuminismo settecentesco, doveva delegittimare le pretese socialmente normative di una metafisica religiosa ancora in piedi e di un’etica variamente o gerarchica o scettica, e per questo doveva passare necessariamente attraverso l’accorgimento gnoseologico della separazione fra le categorie funzional-conoscitive del pensiero e le categorie logico-ontologiche dell’essere. Ma nel frattempo c’era stata la rivoluzione francese del 1789, che aveva già delegittimato concretamente il sistema sociale feudale-signorile che Kant aveva delegittimato teoricamente, e non ce n’era pertanto storicamente più bisogno. Ma il nuovo pensiero di legittimazione borghese-capitalistico doveva arrestare a Kant l’intera storia della filosofia, perché gli era funzionale un pensiero che ad un tempo delegittimasse le pretese normative della religione (di qualunque religione che non accettasse il suo confinamento privato o devozionale) e ponesse la morale sull’esclusivo terreno individualistico (il “robinsonismo” di Marx), togliendole ogni aspetto comunitario (secondo l’ottima critica di Alisdair Mclntyre).</p>
<p>E tuttavia Hegel non si sente più obbligato a delegittimare qualcosa che la storia aveva già delegittimato, e per questa ragione può restaurare l’unità ontologica delle categorie dell’essere e delle categorie del pensiero. Questa restaurazione è chiamata da Hegel dialettica, anche se ovviamente non può trattarsi della stessa dialettica di Platone o di Plotino, perché nel frattempo la storia aveva acquistato una nuova valenza di fondamento della conoscenza estraneo al mondo antico (la conoscenza non come rispecchiamento di una natura esterna ma come processo di progressiva autocoscienza di un soggetto umano pensato come Soggetto con la esse maiuscola, cioè come concetto di tipo autoriflessivo).</p>
<p>Hegel sa bene che il mondo in cui ormai vive non è più caratterizzato dalla necessità kantiana di assicurare l’uso pubblico della ragione, ma è una “epoca di gestazione” e di trapasso ad un mondo nuovo, che però per il momento è privo di fondamenti veritativi, dato che ha perso quelli vecchi, ma non ne ha ancora acquisiti di nuovi. Si tratta di quella che Fichte aveva già definito “epoca della compiuta peccaminosità”, e che lo stesso Hegel aveva definito come “passaggio dialettico dall’epoca dell’ascetismo della morale all’epoca dell’avvento del regno animale dello spirito). Qui ha origine la distinzione fra moralità individuale della coscienza ed eticità comunitaria dei costumi, e fra società civile come luogo del riconoscimento della professionalità del lavoro (le corporazioni) e lo stato come luogo dell’interesse pubblico e della realizzazione pacifica delle conquiste della rivoluzione francese (secondo Koselleck il termine tedesco di allora Staat non indicava un baraccone burocratico e poliziesco, ma l’equivalente di république in francese e di commonwealth in inglese).</p>
<p>Marx eredita integralmente da Hegel il concetto di verità come unione dialettica di Soggetto e di Totalità, o più esattamente di autocoscienza del soggetto e di natura dialettico-processuale della totalità, ma non si accontenta della società borghese come luogo della composizione armoniosa fra Reale e Razionale (Marcuse). E non se ne accontenta perché sviluppa in modo radicale e consequenziale le due figure dialettiche hegeliane del rapporto di riconoscimento Servo-Signore e del soddisfacimento della Coscienza Infelice (spostata dal Dio medioevale alla natura universalistica del pensiero illuministico). Egli vuole non solo il “riconoscimento”, ma la fine di ogni separazione classista fra gli uomini, e vuole infine un universalismo reale e non solo formale.</p>
<p>Il pensiero di Marx si divide dialetticamente in due correnti apparentemente opposte, ed in realtà complementari (Lukacs le battezzò correttamente come in “solidarietà” antitetico-polare). Da una parte, data l’insufficienza del soggetto storico-politico di riferimento (la classe operaia, salariata e proletaria), il pensiero di Marx, che nella sua essenza è la terza ed ultima forma di idealismo europeo (dopo quelle di Fichte e di Hegel), dovette necessariamente riconvertirsi in una forma di positivismo di sinistra, chiamato “marxismo”. Dall’altra, i vari “ritorni a Kant” e le varie derivazioni di tipo relativistico (Nietzsche, Weber, ecc. &#8211; ma Weber è solo un Nietzsche educato e compatibile con il sistema universitario), e tutto ciò che poteva in qualche modo svuotare e delegittimare il carattere comunitario (Hegel) e rivoluzionario (Marx) della filosofia.</p>
<p>Dopo questo breve e conciso excursus sulla storia della filosofia torniamo ora brevemente al concetto comunitario e veritativo della filosofia stessa. Verità e comunità in ultima istanza si identificano, ma soltanto in senso idealistico. Spieghiamoci meglio. Una comunità di cannibali non è veritativa. Una comunità di tagliatori di teste non è veritativa. Una comunità di razzisti non è veritativa. Una comunità che lascia una parte della popolazione priva di cibo, indumenti, assistenza medica, abitazione, lavoro stabile ed onestamente pagato non è veritativa. E potremmo ovviamente fare molti altri esempi. Se infatti assumiamo concettualmente la comunità come centro di sovranità relativistica dei valori sociali, e non come centro di pratica di valori (idealmente) universali, allora la Germania di Hitler, la Russia di Stalin, gli USA di Bush, e l’Israele dei sionisti sarebbero comunità a tutti gli effetti.</p>
<p>Bisogna allora riconoscere che i tre termini di comunità, verità ed idealismo sono &#8211; se non sinonimi &#8211; almeno collegati dialetticamente insieme. Più esattamente, la filosofia può essere riassuntivamente definita provvisoriamente così: la filosofia è un’attività comunitaria, che si determina necessariamente attraverso individui caratterizzati nominativamente, ed appartenenti a diverse scuole filosofiche; la filosofia, a differenza delle scienze naturali e della matematica, non può per sua stessa natura giungere ad un codice teorico unificato unitario; la filosofia nasce storicamente come risposta comunitaria ad un pericolo di dissoluzione della società, cui cerca di fornire un freno razionale e soprattutto efficace; la verità nasce come concetto da questa esigenza comunitaria, e deve essere distinta da nozioni diverse come certezza, esattezza, utilità, fede religiosa, opinione personale, verificabilità, falsificabilità, convenzione, ecc.; l’incontro fra verità e comunità non può essere che “idealistico”, in quanto concretamente non può mai determinarsi una volta per tutte e definitivamente, e presuppone una “ideale” comunità, razionale e libera. Comunità, verità, ed idealismo sono quindi coincidenti, ma coincidenti solo in ultima istanza. Per finire, il manualismo dossografico delle abituali storie della filosofia non può per sua natura attingere questa consapevolezza, ma deve nasconderla attraverso l’artificio della partenogenesi delle idee una dall’altra, trasformando la storia della filosofia in “disordinata filastrocca di opinioni” (la definizione è di Hegel), in scontri ideologici fra classi contrapposte senza valore di verità, riservata solo alla cosiddetta “scienza” (Althusser ed i suoi seguaci), in approssimazione propedeutica alla fede religiosa, unica sola fonte di verità (Tommaso d’Aquino, Joseph Ratzinger, ecc.).</p>
<p>Ma chi si mette su questa strada non può arrivare alla filosofia in senso proprio.</p>
<p><strong>Dal libro di Costanzo Preve  “Lettera sull’Umanesimo”</strong></p>
<p><strong>Editrice Petite Plaisance 2012</strong></p>
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		<title>DALLA MORTE DEL PENSIERO CRITICO NASCE LA DEMOCRAZIA TOTALITARIA</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Jan 2013 13:13:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultural-Mente]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/dalla-morte-del-pensiero-critico-nasce-la-democrazia-totalitaria/alessandro-bavari/" rel="attachment wp-att-8459"><img class="alignnone size-medium wp-image-8459" alt="Alessandro-Bavari" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/01/Alessandro-Bavari-300x286.jpg" width="300" height="286" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Il conformismo culturale e l’irreggimentazione del pensiero hanno raggiunto un livello così allarmante da lasciare ampio spazio all’ipotesi che tutto ciò non sia casuale, non sia dovuto “solo” ai meccanismi della società di massa e del relativo consumismo, ma che sia il frutto di un disegno globale ben definito e orchestrato nell’ombra da chi sa e può e vuole giungere al totale lavaggio del cervello dei cittadini-sudditi: una sorta di contro-iniziazione planetaria.</p>
<p>Il sospetto è rafforzato dalla logica del “cui prodest?” e da tutta una serie di indizi, ultimo dei quali l’irrompere, nella nostra lingua, di neologismi assolutamente privi di contenuto, ma presentati come auto-evidenti e, anzi, “sacri”, nel senso che il solo metterne in dubbio la legittimità suona alle masse indottrinate come una sorta di oltraggio agli dèi; neologismi il cui scopo è estendere sempre di più l’area del consenso intorno a slogan e parole d’ordine e attutire e addormentare sempre di più l’uso critico della ragione.</p>
<p>Prendiamo il caso del “femminicidio”, parola di nuovo conio che improvvisamente i media hanno sfornato e che si è imposta con la velocità dell’evidenza: ma una evidenza di strano tipo, in quanto non discussa e non vagliata in sede critica, non maturata nelle coscienze, ma calata dall’alto in maniera auto-referenziale ed equivalente a un mantra, a una giaculatoria liberatrice, contro la quale solo un blasfemo oserebbe sollevare delle perplessità.</p>
<p>Femminicidio, dunque, è la tendenza del maschio padrone e criminale ed assassinare le donne: la sua compagna, sua moglie, le sue figlie, sua madre: pare che il passatempo preferito degli uomini sia diventato quello di ammazzare le donne. È vero che, a volte, succede anche il contrario – possiamo raccontare un fatto di cui siamo personalmente a conoscenza, di una donna che ha ucciso con l’accetta suo marito mentre questi dormiva, ed è anche stata assolta per infermità mentale -, ma tali casi non contano, evidentemente. Ed è altrettanto vero che delitti passionali ce ne sono sempre stati, tutt’al più oggi la merce-notizia si vende meglio quando consiste di ingredienti sadici e truculenti: ma anche questo non ha importanza. Quello che conta è che la cultura femminista oggi imperante ha deciso che chi uccide una donna va punito due volte – una volta perché ha ucciso qualcuno, una seconda volta perché questo qualcuno era una donna; e tanto basta.</p>
<p>Certo, qualche anima ingenua potrebbe obiettare che, allora, bisognerebbe raddoppiare la pena anche per chi uccide un bambino, o per chi uccide un anziano indifeso, o per chi uccide un omosessuale &#8211; notoriamente vittima designata della omofobia, o per chi uccide una persona di colore – notoriamente vittima designata dei pregiudizi razziali, e via di seguito; e forse ci arriveremo, effettivamente. Tutto, tranne che parlare di “viricidio”: perché solo chi uccide un uomo, un uomo nel pieno delle forze, non merita un raddoppio della pena, né un particolare biasimo morale: in fondo, un uomo sa ben difendersi; dunque, perché calcare la mano sul suo assassino? Se l’assassino è una donna, poi, qualche buona ragione l’avrà pure avuta…</p>
<p>Quanto alle motivazioni di questo supposto incremento dei “femminicidi”, è chiaro che si tratta di una bieca reazione maschile al tentativo di emancipazione delle donne. Che le donne, non in quanto singole persone (chissà quanti casi di singole donne realmente maltrattate ci sono), ma in quanto genere femminile, possano avere una parte di responsabilità, non certo nelle violenze che subiscono, ma nel deterioramento dei rapporti con l’uomo e nella crisi delle coppie e delle famiglie, ebbene questo lo si può pensare, ma non lo si deve dire, perché dirlo equivarrebbe a esporsi alla gogna mediatica.</p>
<p>Del resto, troppe volte si osserva come delle tesi in sé legittime, e talvolta perfino sacrosante, vengono deliberatamente equivocate e stravolte dai media; e come, inoltre, a sostenerle siano dei personaggi a dir poco goffi e maldestri, i quali sembrano far di tutto per rendere insostenibili delle affermazioni di puro buon senso. Vien da pensare -  a giudicar male si fa peccato, diceva Andreotti, ma ci si azzecca quasi sempre &#8211; che costoro siano, se non proprio degli infiltrati e degli agenti provocatori, quanto meno degli utili idioti per la causa di coloro i quali, stando nell’ombra, fanno di tutto per orientare l’opinione pubblica su determinate posizioni sociali, culturali e politiche.</p>
<p>Prendiamo il caso della Lega Nord. Essa ha interpretato, fra le altre cose, un legittimo disagio, un legittimo e giustificato timore della popolazione italiana nei confronti della immigrazione selvaggia e dell’aumento esponenziale dei reati legati al furto, alla rapina, allo spaccio di droga, alla prostituzione, alla violenza sessuale. I telegiornali nazionali ne parlano poco, ma le cronache locali della provincia italiana sono piene, ogni giorno, di fatti del genere, che vedono quali protagonisti, all’ottanta per cento, immigrati irregolari e anche regolari.</p>
<p>Non si può dirlo, però: si passa per razzisti. I nostri uomini politici e i nostri amministratori, nelle loro ville e villette dei quartieri residenziali, non sanno, letteralmente, cosa voglia dire vivere in un quartiere degradato dalla presenza di migliaia e migliaia di immigrati, parte dei quali si comportano bene e rispettano le leggi, ma molti dei quali, invece, si comportano malissimo e sono venuti nel nostro Paese con la specifica intenzione di delinquere impunemente. Quei signori non sanno cosa voglia dire vivere in strade e quartieri dove i ladri hanno passato a setaccio tutte le case, tutti gli appartamenti, rubando e non di radio picchiando e terrorizzando gli inquilini. I nostri uomini politici “progressisti” si preoccupano, e giustamente, del sovraffollamento delle carceri, ma non hanno una parola da spendere per quei milioni di loro concittadini che sono costretti a vivere nell’insicurezza e nella paura, a causa di una disordinata e aggressiva immigrazione che procede senza regole e senza filtri da parte delle pubbliche autorità.</p>
<p>Sorge un partito politico che, fra le altre cose, parla di questo problema; ahimé: ne parla in termini inaccettabili, con demagogia, con toni rozzi e brutali: compaiono perfino dei deputati che indossano delle magliette che irridono la religione islamica e la offendono senza ragione, così, per pura stupidità. Viene proprio da pensare che tanta idiozia non sia frutto del caso. Sia come sia: il fatto che la protesta contro l’immigrazione selvaggia sia così male orchestrata, che sia così sgangherata e triviale, la rende automaticamente poco seria, la squalifica, fa sì che essa non venga presa sul serio dai mass-media, i quali – anzi &#8211; si accaniscono nel descrivere come barbari quei politici e quegli elettori. Nessuno, a quanto pare, nei salotti del politicamente corretto, si domanda onestamente se quelle voci non vadano prese sul serio; se il malessere dei cittadini non abbia un fondamento reale: è tale il ricatto ideologico, che ciascuno preferisce chiudere occhi ed orecchi davanti all’evidenza, piuttosto che venir sospettato di sentimenti razzisti.</p>
<p>È così che la distruzione del pensiero critico prepara la strada al totalitarismo democratico, che è solo il paravento dei poteri occulti che agiscono nell’ombra: banche, massoneria, multinazionali, agenzie di rating. La strategia è quella del cane di Pavlov: lanciare certe parole d’ordine e far sì che le masse reagiscano in maniera emotiva, viscerale, secondo slogan e frasi fatte, senza un barlume di pensiero critico: lo slogan, infatti, è la negazione del pensare.</p>
<p>Si pronuncia un certo slogan, e il pubblico ammaestrato reagisce con la salivazione: non pensa, non discute, non vuol sentir ragioni: sa di avere la verità in tasca, forte del fatto che milioni di uomini-massa la pensano (si fa per dire) esattamente come lui; o, per essere più esatti, reagiscono allo stimolo esattamente come lui. Non solo: se qualcuno mette in discussione la parola-totem, lo slogan sacro, allora vuol dire che questo tale, oltre ad essere empio, è anche superbo: perché si permette di pensare a modo suo, si permette di disprezzare le opinioni della massa.</p>
<p>Nella reazione pavloviana, dunque, un ruolo importante è svolto da quell’ingrediente antichissimo e sempre efficace che è l’invidia: il veleno dell’invidia per chi pensa di essere migliore, e probabilmente lo è; ma questo va contro i dogmi del totalitarismo democratico, dove tutti sono uguali, DEVONO ESSERE UGUALI, anche nell’intelligenza: come si può ammettere che il mio vicino capisca le cose meglio di me, se non può permettersi neanche il fuoristrada che possiedo io, né le vacanze alle Seychelles, che io non mi faccio mancare? Che senso hanno avuto la Rivoluzione francese e tutto quel che è venuto dopo, se devo riconoscere che il mio vicino sia più intelligente di me? I mediocri possono ammettere, al massimo, la superiorità teorica di qualcuno che è lontano, che non vedono fisicamente, o di qualcuno che è morto e sepolto: ah, come era bravo Van Gogh; che genio impareggiabile, era: peccato che, quand’era vivo, gli toccava vendere le sue tele per un piatto di minestra.</p>
<p>Così vanno le cose in regime di democrazia totalitaria: il “popolo” ha sempre ragione e gli slogan del popolo sono sempre veritieri; anche se a coniarli non è stato il “popolo”, ma qualcun altro; anche se a metterli in circolazione sono stati i media, che fingono di inchinarsi davanti a sua maestà il popolo, lo blandiscono, ne cantano le lodi: come è intelligente il popolo, come è bravo e buono e bello il popolo; ma i poteri dai quali sono finanziati e organizzati, lo disprezzano in maniera radicale, lo usano come un gregge da portare qua e là, da mungere, da tosare, da sfruttare in ogni maniera possibile; sempre, però – questo è il segreto – fingendo di carezzarlo, di ammirarlo, di lodare anche le sciocchezze più macroscopiche che escono dalla sua bocca.</p>
<p>Basta osservare come si comportano i conduttori televisivi allorché, raramente a dire il vero, si trovano davanti al microfono qualcuno che parla in maniera critica e assennata, che non ripete le solite formulette preconfezionate, che dice qualcosa di scomodo e tale da suscitare la riflessione altrui: lo zittiscono, lo insultano, si dissociano solennemente, dicono che egli solo porta la responsabilità delle cose che sta dicendo, che esse non rispecchiano assolutamente il punto di vista di quel telegiornale o di quella rete televisiva; e poi, naturalmente, si guardano bene dall’invitarlo una seconda volta. Anzi, per essere sicuri che non si ripetano certi incidenti, provvedono a imbastire un linciaggio mediatico per direttissima: estrapolano alcune sue frasi, gli fanno dire quello che non aveva detto, tirano fuori, persino, qualche episodio – vero o non vero, o magari gonfiato ad arte – del suo passato, che suoni non troppo edificante: e voilà, il gioco fatto, il guastafeste è messo a tacere una volta per sempre.</p>
<p>Il problema è che, quando le riflessioni di buon senso vengono sistematicamente zittite e criminalizzate, il malessere sociale aumenta, perché non trova alcuna valvola di sfogo, alcun luogo idoneo per essere ascoltato, magari anche criticato, ma soprattutto discusso. È già successo, nella storia recente: fascismo, nazismo e comunismo non erano unicamente e totalmente – non ai loro rispettivi esordi, quanto meno &#8211; delle ideologie criminali, ma esprimevano anche delle istante legittime e perfino sacrosante. Respinte con orrore dalla società dei benpensanti, si sono estremizzati, sono degenerati, sono diventati qualcosa di politicamente devastante – e ne è seguito quel che ne è seguito. Ma chi studia seriamente le loro origini, scoprirà facilmente che, al principio, in quelle ideologie vi erano molte cose condivisibili, molte cose di puro buon senso, molte cose di semplice onestà e di giustizia istintiva, almeno in quel contesto storico.</p>
<p>Si ha come l’impressione che i poteri forti, nascosti nell’ombra e tuttora saldamente alla guida del mondo, abbiano fatto del loro meglio per respingere quei movimenti nel sottosuolo, per esasperarli, per estremizzarli con il loro disdegno, con il loro sarcasmo, con il loro rifiuto pregiudiziale, orchestrando ad arte le campagne di disinformazione dei mass-media a livello internazionale. Tanto che, ancora oggi, a parecchi decenni di distanza, è pressoché impossibile parlare di fascismo, nazismo e comunismo senza fare gli scongiuri, senza imprecare contro di essi, senza maledirli in saecula saeculorum, radicalmente e senza appello. Eppure il fascismo non è stato solo bastone e olio di ricino, così come il nazismo non è stato solo Auschwitz, né il comunismo, solo i processi di Mosca ed i gulag siberiani. E senza pensare che anche la democrazia totalitaria ha commesso e continua a commetter dei crimini, al confronto dei quali impallidiscono perfino quelli dei totalitarismi espliciti: dalle bombe atomiche sganciate sul Giappone, alla guerra chimica e batteriologica condotta impunemente nel Vietnam.<br />
Attenzione, dunque: quando i media sfornano neologismi ad orologeria, bisogna raddoppiare lo stato di allerta: significa che la democrazia totalitaria – o meglio, chi si nasconde dietro di essa &#8211; si prepara ad un ulteriore giro di vite nel lavaggio del cervello ai nostri danni.<br />
<b><br />
</b></p>
<p><strong>di Francesco Lamendola (estratto) &#8211; Fonte Arianna Editrice</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>IN COMPAGNIA DI NIETZSCHE</title>
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		<pubDate>Thu, 17 Jan 2013 09:17:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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<p>&nbsp;</p>
<p>Come noto, non c’e’ autore nella storia della filosofia che sia stato piu’ frainteso di Friedrich Nietzsche; il caso di malafede piu’ macroscopico fu quello della sorella Elizabeth: custode dell’”Archivio Nietzsche” negli anni del nazionalsocialismo, si presto’ ad una sistematica manipolazione dei testi del fratello per renderli funzionali all’ideologia del regime hitleriano. Ma la letteratura non e’ stata da meno: da Mauriac a Houellebecq, decine di romanzieri si sono adoperati in vario modo per attribuirgli la patente di “filosofo del male” -  dabbenaggine o malafede? Difficile distinguere.</p>
<p>Questo volume di Balthasar Thomass (che gia’ aveva fatto un’operazione simile con Spinoza, “In compagnia di Spinoza raggiungi la felicita’” – Macro edizioni)ci fornisce una summa dell’opera del grande pensatore germanico – ed e’ un ripasso sempre piacevole – e ne fa una rivisitazione equilibrata e corretta, scevra da qualsiasi intento di strumentalizzazione ideologica. E in fin dei conti possiamo dire che riesce a raggiungere il suo singolare obbiettivo: costruire con il pensiero di Nietzsche un manuale di filosofia pratica, insomma uno di quei libri di autoaiuto e di autosviluppo che tanto vanno di moda oggi. Alla fine di ogni capitolo infatti c’e’ una tabella di domande che si rivolgono direttamente al lettore, per invitarlo a ponderare i principi esposti e considerare che utilita’ potrebbero avere se e quando li applichera’ nella sua vita quotidiana.</p>
<p>Ora, il proliferaredi manuali che pretendono di insegnare come raggiungere in breve tempo la felicita’ o la ricchezza e’ sicuramente un fenomeno pernicioso, che sta ad indicareil pericoloso livello di baggianismo collettivo a cui siamo giunti -  e non c’e’ neanche bisogno di dire che l’unico risultato che ottengono e’ quello di aumentare la frustrazione generale; gli unici a diventare piu’ ricchi e piu’ felici sono infatti alcuni tra gli autori, quelli piu’ abili nel costruire i best sellers di questa fetta di mercato purtroppo in espansione.</p>
<p>Ci troviamo dunque di fronte a una meritevole eccezione, e non solo per l’onesta’ intellettuale di Thomass, di cui si e’ detto, ma anche perche’ nessun pensatore piu’ di Nietzsche si presta meglio a un’operazione del genere. Nessuno piu’ di lui infatti  fu filosofo della concretezza,in particolare appunto in tema di felicita’, l’argomento che sta piu’ a cuore ai manuali di cui sopra.</p>
<p>Ho personalmente sempre esortato chi mi legge a lottare con tutte le forze contro l’imperante collettivismo del benessere e della felicita’ – la felicita’ di quello che Nietzsche chiama “l’ultimo uomo”, l’uomo addomesticato, l’uomo  dell’american dream, il cui unico fine e’ quello di avanzare un po’ di piu’ nella scala economico/sociale.</p>
<p>Per Nietzsche la felicita’ e’ l’ideale per difetto di un’epoca di declino, di decadenza e di esaurimento.</p>
<p>Infatti si desidera la felicita’ soltanto in extremis, quando non si ha piu’ il coraggio di desiderare, di volere, di proiettarsi al di fuori di se’ stessi. La felicita’ e’ uno stato reale e desiderabile. Tuttavia, Nietzsche non smette  di ricordare che essa non e’ mai un fine, ma un effetto secondario. Possiamo essere felici, ma soltanto come conseguenza di qualcosa di piu’ importante, di un fine superiore. Siamo felici quando abbiamo realizzato un progetto, superato un ostacolo, vinto una scommessa, aumentato il nostro potere. Ma la vera felicita’ si raggiunge soltanto quando miriamo ad altro, e potrebbe anche renderci infelici. Se aspiriamo soltanto alla felicita’ in quanto tale, incontreremo soltanto una felicita’ meschina, insipida e soporifera (come e’ appunto il caso della generalita’ dei nostri contemporanei, i quali naturalmente tendono ad emarginare chi e’ interiormente forte e potente). In questo passo de “L’Anticristo” c’e’ la piu’ precisa definizione di felicita’:</p>
<p>“Che cos’e’ buono? – Tutto cio’ che eleva il senso della potenza, la volonta’ di potenza e la potenza stessa dell’uomo.</p>
<p>Che cos’e’ cattivo? – Tutto cio’ che ha origine dalla debolezza.</p>
<p>Che cos’e’ felicita’? – Sentire che la potenza sta crescendo, che una resistenza viene superata”.</p>
<p>E qui troviamo anche un’attualissimo messaggio per l’europeo di oggi, umiliato e condizionato dai rimorsi impostigli da chi oggi e’ piu’ potente di lui. Quand’e’ che finalmente si risvegliera’ e riprendera’ a godere senza sensi di colpa della propria potenza, forza, salute?</p>
<p>Per Nietzsche l’idealismo, ossia l’amore per l’ideale (e qui s’intendono ideali nichilisti e astrusi come il cristianesimo e il socialismo) e’ soltanto odio per la realta’ – e la realta’, anche la piu’ meschina, vince sempre su qualcosa di astratto, per il solo fatto che comunque esiste.Secondo lui il vero ideale consiste in una meta da conquistare, in un obbiettivo concreto da raggiungere. Da qui anche l’attenzione di Nietzsche per quei dettagli importantissimi della vita quotidiana che di solito l’idealista astratto considera irrilevanti. Dice ad esempio in una lettera a un amico: “C’e’ gente che per tutta la vita mangia uova, ma si e’ mai curata del fatto che quelle oblunghe (o bislunghe) sono le migliori?”Il grande pensatore era infatti ghiottissimo delle uova alla Bismarck, ma anche del prosciutto salmonato: quando si trovava in Italia, se lo faceva spedire regolarmente dalla madre. Nietzsche poi considerava la cucina piemontese la migliore del mondo – concordiamo pienamente, in particolare quella del Monferrato.</p>
<p>Fu inoltre il primo a rendere chiara l’idea che il vero pensiero e’ il risultato dell’attivita’ muscolare (ed erotica, aggiunge il post-contemporaneo): infatti si sedeva al suo tavolo di lavoro soltanto dopo lunghe passeggiate accanto ai ghiacciai svizzeri in Engadina o sulle spiagge del Mediterraneo.</p>
<p><strong>Fonte: A. Editrice</strong></p>
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		<title>DALLA RIVOLUZIONE ALLA STAGNAZIONE: LA SCOMPARSA DEI CONSERVATORI</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Jan 2013 07:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; La rivoluzione conservatrice ha ceduto al suo rovescio, la stagnazione dissolutrice. Tra gli ordigni culturali che il Novecento ha lasciato inesplosi al nostro secolo c’è la Rivoluzione Conservatrice. Di cosa si tratta? La sua definizione fu coniata da due autori, anzi due grandi letterati, che non furono tra i più significativi esponenti della stessa [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/dalla-rivoluzione-alla-stagnazione-la-scomparsa-dei-conservatori/home_futurismo/" rel="attachment wp-att-8451"><img class="alignnone size-full wp-image-8451" alt="home_futurismo" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/01/home_futurismo.jpg" width="570" height="300" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La rivoluzione conservatrice ha ceduto al suo rovescio, la stagnazione dissolutrice.</p>
<p>Tra gli ordigni culturali che il Novecento ha lasciato inesplosi al nostro secolo c’è la Rivoluzione Conservatrice. Di cosa si tratta?</p>
<p>La sua definizione fu coniata da due autori, anzi due grandi letterati, che non furono tra i più significativi esponenti della stessa rivoluzione conservatrice e furono anzi due intellettuali «impolitici»: Thomas Mann e Hugo von Hofmannsthal.</p>
<p>Due grandi esponenti del miglior decadentismo europeo. La definizione fu poi riferita a Ernst Jünger e Oswald Spengler, Martin Heidegger e Carl Schmitt. Ne parlarono numerosi autori, da Armin Mohler a Ernst Nolte.</p>
<p>Ma ben presto il riferimento alla rivoluzione conservatrice fuoruscì dai confini tedeschi e mitteleuropei per designare una cultura europea in polemica con il proprio tempo: una polemica biforcuta, potremmo dire, perché da un verso segnava la critica alla modernità nel nome di una tradizione e una conservazione di cui pure avvertiva i segni del tramonto; e dall’altro era una critica al moderatismo borghese, nel nome di una rivoluzione e di una modernizzazione che avvertiva come impellente, inevitabile e anche esaltante. Gli dei vanno in macchina, potrebbe dirsi con una formula riassuntiva l’ossimoro della rivoluzione conservatrice; o per tradurla in termini meno pittoreschi e più rigorosi, la rivoluzione conservatrice era la tradizione pensata dopo le catastrofi della modernità. In breve: la tradizione dopo Nietzsche. Il conservatorismo che non si abbarbica al passato ma si cimenta con il futuro, alla ricerca dell’origine.</p>
<p>Nel 1987 quando il mondo era ancora bipolare, c’era il comunismo all’Est, l’Europa era divisa a cominciare dalla Germania, l’Islam non aveva fatto ancora le sue rivoluzioni e in Italia vigeva la Prima Repubblica, provai a calare la rivoluzione conservatrice nella storia civile e culturale del nostro Paese. Lo feci in un saggio &#8211; La rivoluzione conservatrice in Italia. Genesi e sviluppo della ideologia italiana (SugarCo) &#8211; che ebbe qualche fortuna anche perché si tradusse su due piani diversi. Sul piano delle idee fu il tentativo di interpretare l’ideologia italiana, la storia nazionale e la rivoluzione-restaurazione del fascismo attraverso un filo rosso che costituiva l’originalità di un pensiero italiano. Sul piano politico il libro fu un tentativo di restituire la destra alla storia italiana, non barricandosi contro il Paese e il suo presente, ma tentando di innestarsi nella tradizione italiana, uscendo dal neofascismo o dal radicalismo, aprendo all’amor patrio condiviso e al socialismo tricolore di Craxi.<br />
Il libro ebbe qualche effetto sul piano culturale e politico e poi si tradusse in un progetto che passò attraverso riviste, da Intervento a Pagine Libere, da L’Italia settimanale a Lo Stato.</p>
<p>Sette anni dopo, in un paesaggio completamente mutato, il bipolarismo mondiale caduto, il muro crollato, l’Islam incipiente, la fine della prima repubblica e del craxismo, l’avvento della cosiddetta Seconda Repubblica e lo sdoganamento della destra, La rivoluzione conservatrice in Italia ebbe una seconda edizione accresciuta. Era il 1994 e le neonate Forza Italia e Alleanza Nazionale, con gli ex Dc e la Lega, avevano appena vinto le elezioni. Nella nuova edizione c’era, tra gli altri, un capitolo conclusivo dedicato alla nuova rivoluzione conservatrice che si intravedeva in Italia. E che concludeva prudente: «I tempi diranno se i soggetti incaricati di rappresentare questa nuova rivoluzione conservatrice saranno all’altezza del compito oppure no».</p>
<p>Oggi, a vent’anni esatti da Mani Pulite da cui nacque poi la svolta politica, che bilancio fare? A questo giro di boa è dedicata la nuova edizione de La rivoluzione conservatrice in Italia, con un bilancio introduttivo del berlusconismo e un capitolo conclusivo sul patriottismo culturale. Qualunque giudizio si possa dare di questo tormentato ventennio e dei tormentatissimi tre governi Berlusconi &#8211; uno di breve e tempestosa durata, uno di legislatura (il più duraturo nella storia della Repubblica) e l’ultimo interrotto dopo tre anni d’inferno &#8211; si può onestamente riconoscere che la rivoluzione conservatrice non ci fu; fu una rivoluzione annunciata, denunciata, e abortita. Con tutte le attenuanti generiche e specifiche, ma non ci fu. Dico la rivoluzione conservatrice, non la rivoluzione liberale, che fu anch’essa annunciata ma poi rimase a mezz’aria. Al di là del giudizio sull’esperienza berlusconiana, su cui si cimenta il saggio introduttivo, si deve convenire che quella scommessa fu perduta. La rivoluzione conservatrice si impernia su due punti: la tradizione, che esprime l’anima di un popolo; e la modernizzazione, che si cura di ringiovanire il corpo di uno Stato. L’ammodernamento dell’Italia, come lo definì Berlusconi, fu solo avviato, con qualche significativa tappa ma interrotta, incompiuta e scollata da una riforma organica. E la tradizione non andò oltre la cresta e la crosta del populismo arcitaliano. Insomma l’Italia in questi vent’anni non ha saputo né fare i conti con la tradizione né con l’innovazione, è rimasta in mezzo al guado, nelle sabbie mobili. Ha continuato a deperire, mentre cresceva il deserto. Quel deserto nel quale oggi ci troviamo ad annaspare, tra le carcasse della destra e della sinistra, la ripresa della corruzione a ogni livello, e l’avvento dei tecnici al governo. Ci sono i professori, non ci sono classi dirigenti, soggetti politici e non c’è popolo. Solo masse di individui spaesati. La rivoluzione conservatrice ha ceduto al suo rovescio, la stagnazione dissolutrice.</p>
<p><strong>di Marcello Veneziani &#8211; Fonte: il giornale</strong></p>
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		<title>IL PENSIERO VIVENTE NELLA FILOSOFIA DELLA LIBERTA&#8217; DI STEINER</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jan 2013 11:34:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Steiner è conosciuto soprattutto come fondatore dell’Antroposofia, il movimento spirituale che si inserisce nel quadro del fermento neospiritualistico – di reazione al positivismo ed alla fede ottimistica nella scienza – che caratterizza il clima culturale europeo dei primi decenni del Novecento. Steiner è stato anche un filosofo che, nella sua opera principale, La Filosofia [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/il-pensiero-vivente-nella-filosofia-e-della-liberta-di-steiner/rudolf-steiner/" rel="attachment wp-att-8440"><img class="alignnone size-full wp-image-8440" alt="rudolf-steiner" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/01/rudolf-steiner.jpg" width="600" height="442" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Steiner è conosciuto soprattutto come fondatore dell’Antroposofia, il movimento spirituale che si inserisce nel quadro del fermento neospiritualistico – di reazione al positivismo ed alla fede ottimistica nella scienza – che caratterizza il clima culturale europeo dei primi decenni del Novecento. Steiner è stato anche un filosofo che, nella sua opera principale, La <em>Filosofia della Libertà</em>, ha posto le basi filosofiche di tutto l’orientamento spirituale che svilupperà nelle sue opere successive.</p>
<p>Nato e formatosi nel clima dell’Impero Asburgico di fine ’800, Steiner nel 1879 si iscrive al Politecnico di Vienna dove segue studi di matematica e di scienze. Negli stessi anni segue studi di filosofia e studia a fondo Goethe. Questa duplice formazione – scientifica ed umanistica – è fondamentale per comprendere le linee di sviluppo del suo successivo orientamento. Gli anni dello studio di Goethe, e poi quelli della collaborazione all’Archivio Goethe a Weimar, sono decisivi nella formazione culturale di Steiner.</p>
<p>Ciò è dimostrato sia dalla sua produzione saggistica precedente alla sua <em>Filosofia della Libertà</em> (l’<em>Introduzione agli scritti scientifici di Goethe</em>, scritti di cui curò la pubblicazione, i <em>Saggi filosofici sulla concezione goethiana del mondo</em>), ma soprattutto dai contenuti stessi della sua opera successiva e, poi, dall’elaborazione dell’Antroposofia. Non è certo, casuale, del resto, che il primo centro europeo dell’Antroposofia sia chiamato <em>Goetheanum</em>.</p>
<p><strong>L’incontro col pensiero di Goethe</strong></p>
<p>Un tratto peculiare di Goethe – che influisce sul pensiero di Steiner – è l’intuizione della “Forma originaria”, l’archetipo, che egli ebbe nell’Orto Botanico di Palermo. Osservando le varie specie vegetali in quell’Orto, Goethe intuì che le varie piante non sono altro che frammenti sensibili, particolari, della forma primordiale, l’archetipo della pianta. Dal dato sensibile particolare – la pianta ora percepita – risale all’idea della pianta-madre come forma originale. Quando Goethe, parlando dell’Idea-madre, della forma originale della pianta, aggiunge audacemente “…poi è affare della natura adattarvisi” conferma e giustifica, d’un colpo solo, il mondo ideale il cui abbagliante fulgore stinge i colori fisici. Su questo apice dell’intuizione goethiana, può fondarsi la visione che Steiner ha dentro di sé: “La forma sensibile-sovrasensibile di cui parla Goethe si pone fra le impressioni ricevute dai sensi e la pura contemplazione dello spirito”.</p>
<p>Goethe ha questo approccio con una intuizione di tipo artistico, unisce la sensibilità artistica con una osservazione di tipo scientifico. Steiner non si ferma al lampeggiamento dell’intuizione artistica – che può essere un’apertura extra ordinem legata alla particolare sensibilità artistica di questa o quella personalità – ma vuole cercare e realizzare un’apertura al mondo spirituale, al sovrasensibile che sia il frutto di un metodo rigoroso. L’intuizione artistica è soltanto a metà strada sul cammino che porta alla pura visione dello spirito. Non è ancora l’esperienza della intellezione spirituale.</p>
<blockquote><p>Durante il soggiorno a Weimar, questa domanda mi si era presentata in forma sempre più pressante: come edificare, sulle basi poste da Goethe, una conoscenza contemplativa più elevata? Come risalire col pensiero di ciò che egli ha visto sino ad una concezione che possa inglobare anche l’esperienza spirituale tale quale a me si è rivelata?</p></blockquote>
<p>Questa immagine della pianta influirà poi anche sul pensiero di Spengler e sulla sua morfologia della civiltà nonché sulla sua filosofia della storia esposta nel <em>Tramonto dell’Occidente</em>.</p>
<p><strong>La prefazione del 1894 alla Filosofia della Libertà</strong></p>
<p>Nella prefazione alla I edizione del 1894, Steiner cita alcuni versi di Schiller, per avvalorare la sua affermazione secondo cui “il nostro tempo può desiderare la verità solo traendola dalla profondità dell’essere umano”. Schiller scrive:</p>
<blockquote><p>La verità cerchiamo entrambi; tu fuor nella vita<br />
io dentro nel cuore; così di certo ognun la trova.<br />
Se l’occhio è sano, incontra fuori il Creatore;<br />
se lo è il cuore, certo in sé rispecchia il mondo.</p></blockquote>
<p>Egli commenta osservando che una verità che ci giunga dal di fuori suscita sempre incertezza, perché reca in sé il marchio dell’incertezza. “Vogliamo credere – dice Steiner – solo a ciò che appare come verità a ognuno di noi nel suo intimo”. E, per chiarire meglio il suo pensiero, scrive: “ Non vogliamo più solo credere, vogliamo sapere… Ci soddisfa solo il sapere che non si sottopone ad alcuna norma esteriore, ma che scaturisce dalla vita intima dell’individuo”.</p>
<p>L’Autore sottolinea che oggi non si chiede né riconoscimento né adesione se qualcuno non è spinto verso una concezione da una sua speciale e individuale esigenza. Si tratta, in altri termini, di voler comprendere e non di essere obbligati a capire. Pur non illudendosi sulle caratteristiche del suo tempo – e qui si coglie una allusione polemica nei confronti del dogmatismo della scienza – egli dedica il suo scritto a coloro che cercano di indirizzare la loro vita nella direzione indicata in questo libro, ossia il voler sapere, oltre il credere. La via indicata nella <em>Filosofia della Libertà</em> non è l’unica ed esclusiva, ma vuole narrare il cammino percorso da uno a cui sta a cuore la verità. Egli affronta subito un tema, quello del rapporto fra le varie scienze, connesso a quello della direzione e della finalità della vita dell’uomo.</p>
<blockquote><p>I campi della vita sono molti. Per ognuno di essi si sviluppano scienze speciali. La vita stessa è però una unità e più le scienze tendono ad approfondire i singoli settori, più esse si allontanano da una visione vivente e complessiva del mondo. Deve esistere un sapere che cerchi nelle singole scienze gli elementi per ricondurre l’uomo alla vita piena.</p></blockquote>
<p>In questo pensiero cogliamo il nesso fra concezione integrale dell’uomo e visione unitiva del Sapere, cui ricondurre i saperi delle varie discipline; è posta cioè l’esigenza – ed anche la finalità – di superare l’eccesso di specializzazione, di creare un collegamento fra le varie scienze specialistiche per ritrovare il filo che possa ricondurle ad una visione organica, ad un insieme unitario.</p>
<blockquote><p>La scienza deve essa stessa diventare organica e vivente. Le singole scienze sono gradini preparatori della scienza alla quale qui si tende.</p></blockquote>
<p>Definita la filosofia come arte e i filosofi come artisti nei concetti, nel senso che per loro le idee divennero materiale artistico, ossia da plasmare per donare ad esso una forma, Steiner identifica il compito del suo libro, ossia “come la filosofia si comporti in quanto arte verso la libertà umana, che cosa sia quest’ultima e se noi ne possiamo divenire partecipi”. Ogni scienza sarebbe infatti solo soddisfacimento di inutile curiosità se non tendesse ad elevare il valore dell’esistenza della persona umana. La scienza quindi deve essere al servizio dell’uomo. Più specificamente il sapere ha valore se contribuisce allo sviluppo complessivo di tutta la natura umana. Pertanto il rapporto fra l’uomo e l’idea occorre che sia un rapporto attivo per l’uomo; non è l’uomo che deve piegarsi all’idea, ma egli si appropria dell’idea per utilizzarla per i propri scopi umani che vanno al di là di quelli solo scientifici.</p>
<p>“Ci si deve – scrive Steiner – poter mettere di fronte all’idea sperimentandola, altrimenti se ne diventa schiavi”. L’uomo concepisce e sperimenta l’idea; non si piega ad essa accogliendola passivamente o essendone psichicamente pervaso. L’idea al servizio dell’uomo e non l’uomo al servizio dell’idea. Questo è un tema che ricorre poi nella produzione di Massimo Scaligero e, più specificamente, nelle sue meditazioni, pubblicate e commentate nei suoi libri, quali <em>Tecniche della Concentrazione Interiore</em> e <em>Manuale pratico di Meditazione</em>.</p>
<p><strong>Struttura della Filosofia della Libertà</strong></p>
<p>La <em>Filosofia della Libertà</em> si divide in due parti: la Scienza della Libertà e la Realtà della Libertà. Nella prima parte l’Autore approfondisce molto il tema del pensiero o meglio, come egli dice spesso, del pensare, quale fondamento della conoscenza intuitiva e unitiva, superatrice del dualismo fra io e mondo. Nella seconda parte approfondisce il tema della Libertà, ne definisce l’origine e il contenuto vivente e pone il concetto vivente di Fantasia Morale.</p>
<p>Giova sottolineare che Steiner, nel suo linguaggio, nella scelta delle locuzioni e dei vocaboli fa riferimento alla coscienza ordinaria nella vita quotidiana, quindi alla vita reale, da cui parte per sviluppare il suo sistema. Vi è quindi, deliberatamente, nel linguaggio dell’Autore, una vocazione empirica.</p>
<p><strong>L’agire umano cosciente</strong></p>
<p>Il tema dell’agire cosciente è ricondotto direttamente al tema dell’origine e del significato del pensiero. “È del tutto evidente che non può essere libera un’azione della quale il suo autore non sa perché egli la compie. Ma che avviene delle azioni di cui si conoscono i motivi? Questo ci porta alla domanda: qual è l’origine e il significato del pensiero? Senza la conoscenza dell’attività pensante dell’anima non è infatti possibile un concetto del conoscere qualcosa e quindi anche del conoscere un’azione. Quando sapessimo che cosa in generale significhi il pensare, sarebbe anche facile comprendere la funzione del pensare nell’agire umano. “Il pensare fa sì che l’anima, di cui anche l’animale è dotato, diventi spirito” dice Hegel con ragione e di conseguenza il pensare darà la sua impronta caratteristica anche all’agire umano”.</p>
<p>Il problema dell’origine dell’essenza dell’agire umano presuppone una risposta a quello dell’origine del pensare.</p>
<p><strong>L’impulso fondamentale alla scienza</strong></p>
<p>Nell’“Impulso fondamentale alla scienza” – che è l’argomento cui dedica il 2° capitolo del libro – Steiner cita alcuni versi di Goethe:</p>
<blockquote><p>Il mio sen due diverse anime serra<br />
E quella vuolsi separar da questa;<br />
la prima con tenaci organi afferra il mondo<br />
e stretta con ardor vi resta.<br />
L’altra fugge le tenebre e la vedi<br />
Levarsi altera alle paterne sedi</p></blockquote>
<p>In questi versi Goethe esprime e descrive la difficoltà e la problematicità dell’essere umano, diviso fra due tendenze diverse e contrastanti. È degno di nota che per Goethe il mondo esteriore afferrato con gli organi fisici, cioè coi nostri sensi, equivale alle “tenebre”, al non vedere, mentre l’altra anima fugge da esse e “si leva altera alle paterne sedi”, ossia si riconnette alla sua vera origine, un ricollegamento descritto come una “elevazione”.</p>
<p>Appena la coscienza riluce in noi, erigiamo un muro divisorio fra noi (l’io) e il mondo, pur avendo, nel contempo, il sentimento di appartenenza al mondo. Da ciò nasce l’aspirazione al superamento del dualismo, sostanza dell’anelito spirituale dell’umanità. Un tema simile si ritrova nel pensiero orientale, in particolare nella filosofia buddhista, ad esempio nei testi di Lama Norbu Rinpoche, laddove spiega la visione della realtà dell’Insegnamento dello Dzogh-Chen (=“Il Grande Compimento”). La tensione unitiva, la visione della realtà incentrata sull’Uno, sia pure nel quadro di una diversa filosofia di tipo emanazionista, si ritrova nel neoplatonismo di Plotino e di Porfirio ed ancora nel neoplatonismo del Cusano e dei neoplatonici del ’400, quali Marsilio Ficino e Pico della Mirandola.</p>
<p>Il problema è quello di ritrovare il nesso fra l’io e il mondo, fare del contenuto del mondo il contenuto del nostro pensiero. Ciò implica che il compito dello scienziato sia inteso in modo molto più profondo di quanto spesso non avvenga.</p>
<p>L’oscillazione di cui qui si parla ci appare storicamente come contrapposizione fra monismo – o concezione unitaria del mondo – e dualismo, sia esso un dualismo materialista o anche spiritualista.</p>
<p>L’Autore muove anzitutto da una critica del materialismo. “Il materialismo non può fornire una soddisfacente spiegazione del mondo, perché ogni tentativo di spiegazione deve cominciare formando pensieri sui fenomeni del mondo. Il materialismo inizia col pensiero della materia o dei processi materiali e con ciò ha già dinnanzi a sé due diversi gruppi di fatti: il mondo materiale e i pensieri su di esso. Il materialista cerca di comprendere i secondi considerandoli processi puramente materiali. Crede che nel cervello il pensiero si produca press’a poco come la digestione negli organi animali. Come attribuisce alla materia qualità meccaniche o organiche, in determinate condizioni le riconosce anche la facoltà di pensare. Dimentica che così ha solo spostato il problema. Invece che a se stesso, attribuisce alla materia la facoltà di pensare. E con questo è di nuovo al suo punto di partenza. Come arriva la materia a riflettere sul proprio essere? … La concezione materialistica non può risolvere il problema, ma solo spostarlo”.</p>
<p>L’inadeguatezza del dualismo materialista è, per Steiner, simmetrica rispetto a quella del dualismo spiritualista.</p>
<blockquote><p>Lo spiritualista puro considera la materia solo come prodotto dello spirito. Ma all’io sta di fronte il mondo sensibile. A questo non sembra aprirsi un accesso spirituale; il mondo deve venir percepito e sperimentato dall’io attraverso processi materiali. L’io non trova in sé tali processi materiali, se vuole venir riguardato come entità spirituale. In ciò che esso elabora spiritualmente, non è mai inserito il mondo dei sensi. Quindi può mettersi in relazione con esso in modo non spirituale.</p></blockquote>
<p>Steiner critica Fichte che definisce come “… il pensatore che per il suo idealismo assoluto si presenta come il più strenuo spiritualista” Fichte cerca di derivare dall’io l’intera costruzione del mondo; ha costruito così “un grandioso insieme di pensieri sul mondo, senza alcun contenuto di esperienza”.</p>
<p>Il futuro fondatore dell’antroposofia conclude sostenendo che “come al materialista non è possibile annullare lo spirito, allo spiritualista non è possibile annullare il mondo esterno materiale”.</p>
<p>Resta anzitutto il problema del rapporto io/mondo. L’antitesi fondamentale e originaria sorge nella nostra coscienza. Siamo noi stessi che ci stacchiamo dalla natura e ci consideriamo come entità separate, a sé stanti e ci contrapponiamo come “io” al mondo. Nel suo scritto <em>La natura</em> Goethe esprime questo pensiero nella forma dell’intuizione artistica e non nella forma dell’approccio rigorosamente scientifico. “Noi viviamo in mezzo alla natura e le siamo estranei. Essa parla ininterrottamente con noi e non ci confida il suo segreto”. Ma Goethe conosce anche il lato opposto del problema, quando scrive: “Gli uomini sono tutti in lei, ed essa è in tutti”. Pertanto si tratta di una situazione ambivalente, di estraneità dell’io al mondo e, al tempo stesso, di appartenenza. Il problema è quindi di ritrovare il cammino per ritornare alla natura. Noi ci siamo strappati alla natura ma dobbiamo pure aver portato qualcosa in noi stessi della (e dalla) natura. Pertanto dobbiamo ricercare in noi quell’essere della natura ed allora ritroveremo il nesso.</p>
<p>Scrive Steiner: “Possiamo trovare la natura fuori di noi, solo se prima la conosciamo in noi. Quanto le è simile nella nostra interiorità ci sarà di guida. Così la nostra strada è già tracciata. Non vogliamo fare speculazioni sulla reciproca azione fra natura e spirito. Vogliamo invece scendere nelle profondità del nostro essere per trovarvi gli elementi che abbiamo portato con noi nella nostra fuga dalla natura. Lo studio del nostro essere ci deve portare la soluzione dell’enigma”.</p>
<p>Giungere ad un punto in cui potremo dire: qui non siamo più solo “io”, ma vi è qualcosa che è più che “io”, ossia qualcosa che va oltre noi stessi e di cui siamo partecipi.</p>
<p>Nel capitolo III (“Il pensare al servizio della comprensione del mondo”) Steiner evidenzia che l’osservazione e il pensiero sono i due punti di partenza per ogni aspirazione spirituale dell’uomo, in quanto egli ne sia cosciente. Tutte le antitesi da cui partono i filosofi (soggetto/oggetto, idea e realtà, fenomeno e noùmeno) devono essere precedute da quella di osservazione e pensiero, la più importante per l’uomo.</p>
<p>Qualsiasi principio noi vogliamo stabilire, dobbiamo indicarlo come da noi osservato, oppure esporlo in forme di un chiaro pensiero che altri possa ripensare. Ogni filosofo che cominci a parlare dei suoi princìpi, deve servirsi della forma concettuale e quindi del pensare; egli ammette così di dover premettere il pensiero alla sua attività. L’oggetto ci è accessibile solo attraverso l’osservazione, la quale è un carattere della nostra organizzazione. Il nostro pensare un cavallo e l’oggetto “cavallo” osservato sono due cose che ci appaiono separate ma che, poi, in realtà, vanno a comporre unitariamente il processo conoscitivo.</p>
<p>Il pensare si sottrae all’osservazione ordinaria.</p>
<p>A questo punto Steiner introduce un tema peculiare e fondamentale del suo pensiero. Se osservo un tavolo o un albero, nella mia condizione ordinaria non osservo contemporaneamente il pensare su quegli oggetti. Io osservo la tavola e penso sulla tavola, eseguo il pensare sulla tavola ma non osservo quest’ultimo nello stesso istante.</p>
<p>Mentre l’osservare gli oggetti e i processi e il pensare su di essi sono condizioni usuali che riempiono la mia vita nel suo svolgersi, l’osservazione del pensare è una specie di condizione eccezionale e non a caso egli dice “eccezionale” ma non impossibile.</p>
<p>Il pensare sui dati percepiti e osservati è la condizione normale per lo studio di tutto il contenuto del mondo, ma non si applica mai al pensare stesso nel corso delle condizioni normali.</p>
<p>“E’ proprio della speciale natura del pensare il fatto di essere un’attività che si rivolge solo all’oggetto osservato e non alla persona che pensa. Ciò si manifesta nel modo in cui esprimiamo i nostri pensieri su di una cosa, in confronto a come manifestiamo i nostri sentimenti e i nostri atti volitivi. Quando vedo un oggetto e lo riconosco per una tavola, in genere non dirò: “Io penso riguardo a una tavola” ma “ Questa è una tavola”. Dirò invece “mi piace questa tavola”. Nel primo caso non mi importa affatto di dire che io entro in relazione con la tavola; nel secondo caso mi interessa proprio quella relazione”.</p>
<p>La peculiarità del pensare ordinario è che chi pensa dimentica il pensare mentre lo esercita; egli non è occupato dal pensare ma dall’oggetto del pensare, ciò che egli osserva. La prima osservazione che può formularsi sul pensare è che esso è l’elemento inosservato della nostra ordinaria vita dello spirito “…mentre io penso – scrive Steiner – non vedo il mio pensare che io stesso produco, ma l’oggetto del pensare che io non produco”. Il pensare, per Steiner, ha un’altra peculiarità, quella d’essere indipendente dalla nostra conoscenza delle basi fisiologiche del pensare stesso, nel senso che nel mentre io eseguo una operazione di pensiero non considero affatto come un processo materiale ne influenzi un altro. “….la mia osservazione mostra che per le mie connessioni di pensiero mi baso solo sul contenuto dei miei pensieri, che non mi baso sui processi materiali del mio cervello”.</p>
<p>Ciò che osservo nel pensare non è quale processo nel mio cervello colleghi il concetto del lampo a quello del tuono, ma che cosa mi spinga a porre i due concetti in una certa relazione fra loro. Poiché il pensare si sottrae, ordinariamente, all’osservazione nell’atto in cui si pensa, non si può trovarlo attraverso un semplice processo di osservazione, come facciamo per gli altri oggetti del mondo. Per questa via non si può trovarlo, perché esso si sottrae alla normale osservazione. Ciò apre la strada ad un diverso tipo di osservazione, svincolata da una prospettiva materialistica.</p>
<blockquote><p>Chi non può superare il materialismo manca della capacità di mettersi nel ricordato stato eccezionale che gli porta a coscienza quel che rimane incosciente in ogni altra attività dello spirito.</p></blockquote>
<p>Si può parlare del pensiero e conoscere il pensiero prescindendo dalla fisiologia del cervello, posizione ardita per l’epoca della fine dell’Ottocento, in cui per molti era difficile afferrare il concetto del pensiero nella sua purezza. L’uomo ha la facoltà potenziale, normalmente non adoperata, di osservare il pensare e questa facoltà è posseduta da ognuno che sia normalmente organizzato se è dotato di buona volontà.</p>
<p>“Tale osservazione del pensare è la più importante che l’uomo possa fare, perché così osserva qualcosa che egli stesso produce; non si trova di fronte ad un oggetto in un primo tempo estraneo, ma alla propria attività. Sa come nasce quel che osserva. Vede i nessi e i rapporti. È cosi acquisito un punto fermo del quale egli può cercare con fondata speranza la spiegazione dei rimanenti fenomeni del mondo”.</p>
<p><strong>Il pensare osserva il pensare</strong></p>
<p>Osservare il proprio pensare è, dunque, per Steiner, una condizione eccezionale rispetto a quella ordinaria in cui il pensare si sottrae all’osservazione.</p>
<blockquote><p>Mentre osserviamo le altre cose, al divenire del mondo al quale ora aggiungo anche l’osservare, si mescola un processo che viene trascurato. Esiste qualcosa, diverso da ogni altro divenire, di cui non si tiene conto. Quando, però, considero il mio pensare, non esiste più tale elemento trascurato, poiché quel che ora rimane sullo sfondo è, di nuovo, solo il pensare stesso. L’oggetto osservato è qualitativamente uguale all’attività che ad esso si indirizza. Questa è di nuovo un’altra caratteristica del pensare. Quando lo rendiamo oggetto dell’osservazione non ci vediamo obbligati a farlo con l’aiuto di qualcosa di qualitativamente diverso, ma possiamo rimanere nello stesso elemento.</p></blockquote>
<p>A differenza degli altri processi che mi riguardano (come il respirare, il digerire) il pensare può essere oggetto del pensare.</p>
<blockquote><p>Nel pensare abbiamo un principio che esiste per sé stesso. Si cerchi dunque da qui di comprendere il mondo. Possiamo afferrare il pensare attraverso il pensare stesso. Il problema è ora se attraverso di esso possiamo afferrare qualcosa d’altro.</p></blockquote>
<p>Steiner sviluppa inoltre una ulteriore riflessione. Poiché il pensare può essere oggetto del pensare, prima di comprendere ogni altra cosa, si deve comprendere il pensare.</p>
<blockquote><p>Dobbiamo prima studiare il pensare in modo del tutto neutrale, senza relazione con un soggetto pensante o un oggetto pensato perché nel soggetto e nell’oggetto abbiamo già concetti che sono formati mediante il pensare.</p></blockquote>
<p>Nell’<em>Aggiunta alla seconda edizione</em> (1918) l’Autore osserva che “la difficoltà di comprendere con l’osservazione il pensare nella sua essenza consiste nel fatto che facilmente essa è già sfuggita all’anima che osserva, quando questa vuole sottoporla alla propria attenzione”. Le rimane allora soltanto la mera astrazione, il cadavere del pensare vivente. “Si troverà strano – dice Steiner – che qualcuno voglia afferrare l’essenza della realtà in meri pensieri, ma chi veramente si impadronisce della vita nel pensare, arriva a vedere che, nell’ambito di questa, il tessere in soli sentimenti o il considerare l’elemento della volontà non può neppure venire paragonato e tanto meno anteposto alla ricchezza interiore ed all’esperienza che riposa in se stessa, pur essendo in sé mossa”.</p>
<p>In tale <em>Aggiunta</em> – come in altre collocate alla fine dei capitoli nella seconda edizione – l’Autore interviene a chiarire il contenuto del suo orientamento filosofico. Egli parla di “realtà intessuta di luce del pensiero” la quale “si immerge con calore nelle manifestazioni del mondo” poiché “nel pensare essenziale si colgono sia il sentire che il volere anche nel profondo della loro realtà”.</p>
<p>Questa immagine vivente del pensiero, questo suo carattere non arido, questo suo essere intessuto di sensibilità d’animo e di volontà, tutto ciò è tipico della filosofia di Steiner.</p>
<p>Egli insiste nel sostenere che l’osservazione imparziale – cioè spassionata – mostra che all’essere del pensare nulla si può attribuire che non si trovi nel pensare stesso. Non si può arrivare a qualcosa che produce il pensare, uscendo dalla sfera del pensare.</p>
<p><strong>Considerazioni critiche</strong></p>
<p>Questa “realtà intessuta di luce del pensiero”, questo pensare quale forza originaria che si pone da sé, che è quindi autonoma, è un punto cruciale della filosofia di Steiner, che verrà poi ripreso, approfondito e sviluppato nelle sue opere successive, dal contenuto non più strettamente filosofico ma di orientamento spirituale. Tale tema cruciale sarà ripreso anche da un altro eminente esoterista, Massimo Scaligero, nelle sue opere di orientamento sulla scienza dello spirito e di “ascesi del pensiero”.</p>
<p>L’uomo, mediante la scienza e la tecnica – che sono frutto del pensiero analitico, dialettico, logico-discorsivo – domina la materia ma non domina, non padroneggia né conosce il pensare. Questa è la contraddizione di fondo della società moderna, contraddizione focalizzata da Steiner – il quale notava che a molti uomini è difficile comprendere la forza del pensiero nella sua purezza – e posta in risalto da Scaligero che riprende il tema del pensiero che si pone da sé.</p>
<p>Rispetto alle epoche in cui scrissero – Steiner alla fine dell’Ottocento e nel primo quarto del Novecento, Scaligero nella seconda metà del Novecento, fino al 1980 – possiamo notare una ulteriore degenerazione nel rapporto dell’uomo rispetto al suo pensare. Lo stesso pensiero analitico, dialettico, logico-discorsivo si è frammentato nella molteplicità dei dati e delle impressioni, dovute allo sviluppo della tecnica e delle comunicazioni. A fronte di una accresciuta possibilità di informazione e di flussi informativi – la telematica, l’informatica, i telefoni cellulari come opportunità di enorme intensificazione delle comunicazioni telefoniche – si coglie la frammentazione dei colloqui, il carattere sincopato degli scambi di contenuti. La frammentarietà del linguaggio tradisce e riflette la frammentarietà del pensiero e, a sua volta, alimenta il pensiero frammentato, in un circuito vizioso che non è agevole spezzare ma che può essere superato. Ciò significa un acuirsi del disordine mentale, della passività della nostra coscienza rispetto al flusso casuale, caotico e disordinato dei pensieri, a sua volta effetto della velocità e della caoticità delle impressioni sensoriali, in particolare quelle uditive e visive.</p>
<p>Peraltro tale passività è alimentata, sul piano subliminale, dal flusso delle immagini televisive e telematiche che l’uomo, nella sua condizione ordinaria, tende ad accogliere, inconsciamente, come “realtà”, senza osservare che si tratta, in realtà, di una selezione manipolata di immagini della realtà e quindi di una visione filtrata e fuorviante della realtà medesima.</p>
<p>Passività della coscienza indotta dai media, caoticità e velocità delle impressioni sensoriali che nutre il flusso disordinato dei pensieri: tutto ciò rende l’orientamento filosofico di Steiner ancora più valido ed ancora più attuale.</p>
<p>Il pensare che osserva il pensare, la forza del pensare come realtà intessuta di luce che si pone da sé: tutto ciò costituisce, non solo e non tanto in termini teorici, quanto in termini di concreto orientamento esistenziale, una via valida oggi ancora più che all’inizio del ’900, proprio perché oggi le condizioni e i segnali, i sintomi del disordine mentale sono molto più accentuati rispetto all’epoca in cui visse Steiner. Giova osservare che Steiner non parla quasi mai del pensiero ma del “pensare”; la scelta del verbo all’infinito esprime in modo più adeguato l’idea della forza fluente del pensare, come forza originaria, intuitiva che, nel lampeggiamento dell’intuizione, concepisce l’idea alla quale risale come essenza della realtà.</p>
<p><strong>Il mondo come percezione</strong></p>
<p>Steiner distingue il pensare dai concetti e dalle idee e qui si differenzia da Hegel. Come punto di partenza ha indicato infatti il pensare e non concetti o idee che possono essere conquistati soltanto mediante il pensare. Non si può quindi trasporre sui concetti ciò che ha sostenuto sulla natura del pensare “poggiante su se stesso e da nulla determinato”.</p>
<p>E qui Steiner aggiunge una cosa importante “Egli (Hegel) pone il concetto come elemento primo e originario”. E qui coglie la differenza del suo pensiero con quello di Hegel.</p>
<p>Il concetto non può essere ricavato dall’osservazione. Questo risulta già dalla circostanza che il bambino forma lentamente e gradatamente i concetti degli oggetti che lo circondano. L’osservazione suscita il pensare e soltanto questo mi indica la via per collegare la singola esperienza con un’altra.</p>
<p>Egli introduce quindi un tema caratteristico e innovativo del suo pensiero. Il pensare forma i concetti di soggetto e oggetto, per cui è al di là di essi. Il soggetto non pensa perché è soggetto, ma appare a se stesso come soggetto perché è capace di pensare. E’ il pensare che lo pone come soggetto.</p>
<p>“Non posso mai dire che il mio soggetto individuale pensa; esso vive piuttosto grazie al pensare. Il pensare è così un elemento che mi porta oltre me stesso e mi collega con gli oggetti. Al tempo stesso mi divide da essi, mi contrappone ad essi”.</p>
<p>La natura dell’uomo è duplice; egli pensa e abbraccia se stesso e il resto del mondo; ma mediante il pensare si determina come individuo.</p>
<p>Steiner sviluppa poi la concezione della duplice polarità dell’uomo; la percezione e il pensare quali capisaldi del processo conoscitivo. Per percezioni intende gli oggetti diretti della sensazione di cui il soggetto prende coscienza mediante l’osservazione e non solo.</p>
<blockquote><p>La nostra entità complessiva funziona in modo che, per ogni cosa della realtà, gli elementi relativi le fluiscano da due parti: da parte del percepire e da parte del pensare.</p></blockquote>
<p>Il pensare è universale; esso non è individuale come il percepire e il sentire. Esso assume un’impronta individuale in ogni singolo, solo perché riferito al suo individuale sentire e percepire.</p>
<p>L’esempio è quello del triangolo che ha un solo concetto uguale per tutti. Vi è un pregiudizio, secondo l’Autore, difficile da superare, che non permette di vedere che il concetto del triangolo, da me afferrato, è uguale a quello afferrato dal mio prossimo. L’individuo crede quindi di essere il creatore dei suoi concetti.</p>
<blockquote><p>…L’unico concetto del triangolo non diviene una pluralità per il fatto di essere pensato da molti, perché il pensare dei molti è esso stesso una unità.</p>
<p>…Nel pensare ci è dato l’elemento che riunisce in un tutto la nostra particolare individualità con il cosmo. In quanto abbiamo sensazioni e sentimenti (e anche percezioni) siamo esseri singoli, in quanto pensiamo siamo l’essere uno e universale che tutto pervade .</p></blockquote>
<p>Il pensare è pieno di contenuto che va incontro alle percezioni. La forma in cui il contenuto appare in un primo tempo, è chiamata da Steiner “intuizione”. Osservazione e intuizione sono le fonti della nostra conoscenza. Ma nell’osservazione le cose si presentano nella loro singolarità; esse si ricompongono mediante il mondo coordinato e unitario delle nostre intuizioni. E mediante il pensare ricomponiamo in unità ciò che avevamo separato attraverso le percezioni.</p>
<p>Il pensare, quindi, non è solo capace di osservare se stesso (il pensare osserva il pensare), non solo è originario poiché non è posto da null’altro; il pensare trascende soggetto e oggetto, è al di là di essi, perché li pone entrambi come concetti ed è inoltre universale nei suoi contenuti (concetti e idee; esempio del triangolo). Col pensare siamo riuniti all’universalità. Steiner sta dicendo, in realtà, che il pensare è una Forza Cosmica sovrasensibile (ossia non si percepisce coi sensi fisici) di cui siamo partecipi e grazie alla quale siamo riuniti al tutto cosmico. Egli sta dicendo che mediante il pensare siamo connessi ad un piano metafisico che è tutt’uno con questa realtà, nel senso di una trascendenza immanente. E’ la visione del pensare che lo conduce ad accogliere e sostenere una precisa concezione filosofica, quella del monismo – trattata nella seconda parte della Filosofia della Libertà – sulla quale mi riprometto di tornare in un successivo intervento.</p>
<p><strong>Osservazioni conclusive</strong></p>
<p>Ci si può chiedere, legittimamente, come si possa sperimentare e conoscere in se stessi il “pensare che osserva il pensare”, questo pensiero che poggia solo su se stesso e non poggia su altro, non è posto da nient’altro.</p>
<p>Se, infatti, nella prefazione alla II edizione del 1918, l’Autore parla di “un campo di esperienze dell’anima” al quale fa riferimento; se le risposte date nella Filosofia della Libertà non sono risposte chiuse e rigide ma sono “risposte viventi” nel senso che si ricavano dal contenuto vivo delle esperienze dell’anima, allora possiamo dedurre che il pensare che osserva il pensare – questo pensare essenziale e intuitivo – vada sperimentato nel campo delle esperienze dell’anima. “Non verrà dato – egli scrive – una risposta compiuta, finita, ma si indicherà un campo di esperienze dell’anima nel quale, in ogni momento in cui lo si desideri, attraverso l’attività interiore dell’anima il problema riceva di nuovo una risposta vivente”.</p>
<p>Alla domanda posta – tanto più giustificata ove si consideri che nella condizione ordinaria dell’uomo il pensiero sfugge all’osservazione tutta centrata sui dati sensibili – Steiner non fornisce, in questo libro, una risposta chiusa e definita, ma apre una prospettiva che verrà poi approfondita e sviluppata nelle sue opere successive.</p>
<p>Nel corso delle sue numerosissime conferenze e nella sua produzione – che è letteratura esoterica – la risposta di Steiner sarà chiara e semplice e, al tempo stesso, aperta alla continua verifica sperimentale.</p>
<p>Questo “pensare che osserva il pensare” si sperimenta nelle discipline interiori della Concentrazione, della Meditazione e della Contemplazione: è una ricerca che può essere rinnovata e vivificata di continuo, attingendo alla freschezza dell’elemento sorgivo, la freschezza sorgiva dell’esperienza interiore. Massimo Scaligero ha sostenuto, fra molti altri, questo tema di meditazione, ossia che tutto – dal dato sensibile più minuscolo all’idea di energia – è relazione di pensiero, ma non il pensiero astratto della filosofia idealistica, ma “l’elemento di Vita non veduto di tale pensiero”, ossia quella forza originaria, autonomamente attiva del pensare che ordinariamente sfugge all’osservazione e la cui conoscenza richiede disciplina interiore, richiede ascesi nel senso greco di àskesis, ossia esercizio, applicazione, che richiede raccoglimento interiore. Il punto centrale da comprendere è che non si tratta di dare all’uomo forze a lui esterne – come nel caso delle vie che ricorrono a piante allucinogene – ma di destare e realizzare le forze che sono già presenti in lui, sebbene allo stato latente. Non è questione di “stati alterati di coscienza”, ma di realizzare uno stato superiore di coscienza attraverso una via di autodisciplina, di autodominio e di riscoperta delle proprie potenzialità.</p>
<p><strong>BIBLIOGRAFIA COMMENTATA</strong></p>
<p>Per l’approfondimento della biografia di Rudolf Steiner si rinvia il lettore a R. Steiner, <em>La mia vita</em>, Editrice Antroposofica, Milano, 2012; S. Rihouet-Coroze, <em>Rudolf Steiner: la vita e l’opera del fondatore dell’Antroposofia</em>, Convivio, Firenze, 1989; P. Giovetti, <em>Rudolf Steiner: la vita e l’opera del fondatore dell’Antroposofia</em>, Mediterranee, Roma, 2006. La presente relazione è stata articolata, oltre che sui testi di Steiner, anche sul testo citato di S.Rihouet-Coroze, molto approfondito per quanto riguarda il rapporto fra Steiner ed il pensiero di Goethe, soprattutto negli anni della collaborazione all’Archivio di Goethe a Weimar ed anche per quanto concerne l’influenza di Schiller sul pensiero di Steiner. Su questo tema sono fondamentali due opere di Rudolf Steiner, <em>Introduzione agli scritti scientifici di Goethe: per una fondazione della scienza dello spirito, Editrice Antroposofica</em>, Milano, 2008; <em>Saggi filosofici: linee fondamentali di una gnoseologia della concezione goethiana del mondo</em>, Editrice Antroposfica, Milano, 1990.</p>
<p>L’edizione di riferimento della <em>Filosofia della Libertà</em> è stata quella del 2011, pubblicata dalla Editrice Antroposofica di Milano e comprendente sia la prefazione alla I edizione del 1894 sia quella alla II edizione del 1918. Tutte le citazioni di Steiner contenute nella presente relazione sono ricavate dalla prima parte dell’opera, che si intitola <em>La Scienza della Libertà</em> e della quale, nel corso del testo, sono stati indicati gli argomenti affrontati nei vari capitoli (pp. 11-104).</p>
<p>L’influenza di Goethe su Spengler si ravvisa laddove Spengler, richiamandosi espressamente a Goethe, paragona l’anima di una civiltà ad una pianta e l’andamento ascendente (“Kultur”) e poi discendente di una civiltà (“Zivilisation”) al crescere, alla culminazione feconda e poi all’appassire di una pianta. L’edizione del <em>Tramonto dell’Occidente</em> di Oswald Spengler che si è avuta come riferimento è quella pubblicata dalle edizioni Guanda di Parma nel 2002, con introduzione di Stefano Zecchi e traduzione di Julius Evola (già pubblicata dall’editore Longanesi nella sua edizione del <em>Tramonto dell’Occidente</em> del 1957). Per il pensiero orientale, si consiglia la lettura di Namkhai Norbu, <em>Il cristallo e la via della luce. Sutra, tantra e Dzogh-Chen</em>, Ubaldini, Roma, 1987.</p>
<p>Sul neoplatonismo è ovviamente fondamentale Plotino, <em>Enneadi</em>, traduzione di Roberto Radice, saggio introduttivo, prefazione e note di commento di Giovanni Reale, Rusconi, Milano, 1992; 1996; Mondadori, Milano, 2006. Per il pensiero di Massimo Scaligero si rinvia, in particolare, a M. Scaligero, <em>Manuale pratico di Meditazione</em>, Tilopa, Roma, 2005; Tecniche della Concentrazione interiore, Mediterranee, Roma, 2012. Per un approfondimento del pensiero di Rudolf Steiner, in particolare per quel che concerne “il pensare che osserva il pensare” si rinvia a R. Steiner, <em>L’Iniziazione. Come si consegue la conoscenza dei mondi superiori</em>, Editore Fratelli Bocca, Milano, 1946 (ora: Editrice Antroposofica, Milano, 2009), in relazione al quale è consigliabile anche la lettura di Giovanni Colazza, <em>Dell’Iniziazione. Commento a l’Iniziazione di Rudolf Steiner</em>, Tilopa, Roma, 2006.</p>
<p><strong>di Stefano Arcella &#8211; Fonte: Centro Studi La Runa</strong></p>
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		<title>HAI VOGLIA A DIRE CHE SI VUOLE PACE, NOI STESSI SIAMO IL CAMPO DI BATTAGLIA</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Jan 2013 13:31:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Milesi</dc:creator>
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<p><a href="http://www.destrablog.eu/hai-voglia-a-dire-che-si-vuole-pace-noi-stessi-siamo-il-campo-di-battaglia/1244_315616315210541_1062899424_n/" rel="attachment wp-att-8423"><img class="alignnone size-medium wp-image-8423 aligncenter" alt="1244_315616315210541_1062899424_n" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2013/01/1244_315616315210541_1062899424_n-300x207.jpg" width="300" height="207" /></a></p>
<p>“<em>Tu vuoi sciogliere la Folgore, ritirare le truppe dalle Missioni Umanitarie e magari non vai a trovare tua nonna all’ospizio e non saluti quelli che tifano una squadra diversa dalla tua, eri obbiettore di coscienza e ti sentivi tanto buono</em>”.<br />
Così recita il frammento della lettera di un parà rivolta a un pacifista. Niente nomi, niente personalismi. Due stereotipi, due contrapposti idealtipi, con tutte le contraddizioni del caso. Con tutte le degenerazioni, tipiche degli estremISMI, intimamente vissuti o erroneamente attribuiti.<br />
Si potrebbe discettare per ore intorno all’aggettivo “umanitario”, e su quanto questo sia stato artificiosamente strumentalizzato nella stanza dei bottoni, più che dagli effettivi protagonisti sul campo.<br />
La prima obiezione è che un’arma non potrà mai essere umanitaria, o ancora meglio, non potrà mai riassumere simbolicamente la vera essenza dell’essere umano. Perché difendersi non è umano. Attaccare non è umano. Distruggere non è umano.<br />
E dire che noi, esseri umani, dovremmo contenere la sintesi ultima del superamento hegeliano di un’antica dialettica: “divinità contro ferinità”. Molti, forse a causa di più o meno convinte derivazioni religiose, tendono a tifare per il primo polo.<br />
Consapevoli dell’improponibile morfologia sintattica del termine “pacifISMO”, se ne escono coll’espressione affermativamente avversativa “non violenza”. La sostanza è chiaramente la stessa. Il colore è sempre centrale, dove per colore s’intende l’accoglienza di tutte le diversità, la condivisa moltitudine eterogenea, lo stare insieme rispettosamente e armonicamente.<br />
Peccato solo che tutto questo cerimoniale non sia ispirato tanto da un’onirica, altruistica utopia, ma da una concreta, tangibile, ipocrita menzogna.<br />
Questi signori, o meglio, la maggior parte di questi signori, calpesterebbe volentieri il malcapitato dirimpettaio nella rete dell’aia condominiale, senza dimenticare ovviamente di esporre la bandiera arcobaleno. Perché, si sa, anche l’odio contiene le sue variegate sfumature. Vorremo mica discriminare l’odio, la rabbia, l’invidia, il risentimento, il livore atavico? Sono sentimenti umani anche loro. O no? Verrebbe da dire “umani, troppo umani”.<br />
I “Peace and Love” pullulano ostinatamente persino nei social network: sulle copertine solo messaggi di pace, accoglienza, fraternità. Ma il mondo virtuale, ricordiamolo, è soprattutto una vetrina attraverso la quale bisogna imparare a vendersi. Infatti, nascosti, ben nascosti, nella sezione “utenti bloccati” una lista infinita, costantemente aggiornata. Vengono anche detti contatti spam, o spazzatura. Non solo, quindi, risulta smascherato e svelato il dispotismo latente, ma anche il presuntuoso e pretestuoso definizionismo arbitrario, vittima della sovrana dieresi “o con me, o contro di me”.<br />
Che la pace, allora, sia ridotta alla sola proiezione di un’ombra realizzata attraverso mani poi non così immacolate?<br />
Legittimo, sacrosanto portare avanti accorate battaglie per la costruzione di un mondo migliore. Ma giova ricordare ai nostri teneri, donchisciotteschi bluff che talvolta “<em>non basta essere credenti, è necessario</em> (sforzarsi di) <em>essere</em> (quanto meno) <em>credibili</em>”.</p>
<p>&nbsp;<br />
<strong>COORDINATRICE NAZIONALE DR</strong> Valentina Milesi</p>
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		<title>DR VI AUGURA BUONE FESTIVITA&#8217; E&#8230;</title>
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		<pubDate>Sun, 23 Dec 2012 15:07:13 +0000</pubDate>
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<p style="text-align: center;"><strong>Mentre siamo impegnati a riorganizzare il re-indirizzamento dell&#8217;Associazione Culturale, non dimentichiamo di augurarVi un sereno Natale e rivitalizzante Anno Nuovo, per quanto possibile.</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Grazie a chi c&#8217;è, a chi ancora condividerà con noi questo viaggio e soprattutto a chi avrà voglia di unirsi a noi.</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>LA COORDINATRICE NAZIONALE</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>VALENTINA MILESI</strong></p>
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		<title>COMUNICAZIONE URGENTE</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Dec 2012 08:50:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Cara Navigatrice, Caro Navigatore, Cari iscritti, Cari simpatizzanti, girano rumors, che stiamo verificando, di un Onorevole del PdL ex AN il quale vorrebbe lanciare, o lancerà,  un Movimento e/o Partito dal nome “Destra Razionale”. Comunico ufficialmente che l’Associazione Culturale “Destra Razionale – Sapere Aude” nata nel 2008 non ha nulla a che vedere e/o [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/comunicazione-urgente/10428515-timbro-di-attenzione/" rel="attachment wp-att-8388"><img class="alignnone size-full wp-image-8388" alt="10428515-timbro-di-attenzione" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2012/12/10428515-timbro-di-attenzione.jpg" width="400" height="368" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Cara Navigatrice, Caro Navigatore, Cari iscritti, Cari simpatizzanti,</strong></p>
<p><strong>girano rumors, che stiamo verificando, di un Onorevole del PdL ex AN il quale vorrebbe lanciare, o lancerà,  un Movimento e/o Partito dal nome “Destra Razionale”.</strong></p>
<p><strong>Comunico ufficialmente che l’Associazione Culturale “Destra Razionale – Sapere Aude” nata nel 2008 non ha nulla a che vedere e/o condividere con tale iniziativa.</strong></p>
<p><strong>La nostra Associazione Culturale è e rimarrà tale: un’Associazione puramente Culturale, Futurista, Avanguardista.</strong></p>
<p><strong>L’espressione politica di “Destra Razionale – Sapere Aude” è “Italia Razionale” il cui sito è in fase di elaborazione e lo stesso sito di DR subirà delle modifiche.</strong></p>
<p><strong>Se e quando avremmo notizie più certe sarà nostra cura comunicarvele.</strong></p>
<p><strong>Grazie per la cortese attenzione.</strong></p>
]]></content:encoded>
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		<title>WORKING IN PROGRESS</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Dec 2012 07:55:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Attualità]]></category>
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		<description><![CDATA[  &#160; CARA NAVIGATRICE, CARO NAVIGATORE, QUESTO SITO E&#8217; STATO SOTTO ATTACCO PER DIVERSE SETTIMANE E SOLO IERI SIAMO RIUSCITI A RIPRISTINARE IL TUTTO. TI COMUNICHIAMO CHE CI SARANNO DELLE NOVITA&#8217;: &#8220;DESTRA RAZIONALE &#8211; SAPERE AUDE&#8221; SI OCCUPERA&#8217; SOLO DI CULTURA MENTRE LA POLITICA SARA&#8217; SVOLTA DA &#8220;ITALIA RAZIONALE&#8221; SUL SITO IN CONSTRUZIONE www.italiarazionale.org . A BREVE [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"> <a href="http://www.destrablog.eu/working-in-progress/work-in-progress-2/" rel="attachment wp-att-8385"><img class="alignnone size-full wp-image-8385" alt="work-in-progress" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2012/12/work-in-progress.jpg" width="505" height="344" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>CARA NAVIGATRICE, CARO NAVIGATORE,</strong></p>
<p><strong>QUESTO SITO E&#8217; STATO SOTTO ATTACCO PER DIVERSE SETTIMANE E SOLO IERI SIAMO RIUSCITI A RIPRISTINARE IL TUTTO.</strong></p>
<p><strong>TI COMUNICHIAMO CHE CI SARANNO DELLE NOVITA&#8217;:</strong></p>
<p><strong>&#8220;DESTRA RAZIONALE &#8211; SAPERE AUDE&#8221; SI OCCUPERA&#8217; SOLO DI CULTURA MENTRE LA POLITICA SARA&#8217; SVOLTA DA &#8220;ITALIA RAZIONALE&#8221; SUL SITO IN CONSTRUZIONE <a href="http://www.italiarazionale.org">www.italiarazionale.org</a> .</strong></p>
<p><strong>A BREVE QUESTO SITO SARA&#8217; MODIFICATO NEI CONTENUTI E CONTESTUALMENTE PARTIRA&#8217; QUELLO DI ITALIA RAZIONALE.</strong></p>
<p><strong>&#8220;DESTRA RAZIONALE  SAPERE AUDE&#8221; SI PONE COME UN LABORATORIO CULTURALE AVANZATO, AVANGUARDISTA E FUTURISTA NEI SENSI REALI DI QUESTI TERMINI E NON NELLE INTERPRETAZIONI &#8220;GATTOPARDIANE&#8221; O DI &#8220;INTERESSE&#8221; PER FINI SPECULATIVI-POLITICI.</strong></p>
<p><strong>TERMINI CHE NELLA REALTA&#8217; VENGONO SPESSO UTILIZZATI SOLO PER &#8220;ATTIRARE&#8221; COME LO SI FA NELLA PESCA NOTTURA CON LA &#8220;LUCE&#8221;.</strong></p>
<p><strong>QUI SI FARA&#8217; CULTURA; SI TENTERA&#8217; DI FARLO.</strong></p>
<p><strong>A PRESTO LE NOVITA&#8217;.</strong></p>
<p><strong>GRAZIE PER LA CORTESE LETTURA. </strong></p>
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		<title>EUROPA E TERREMOTO: IO STO CON L’EUROPA E VI DICO PERCHE’</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Nov 2012 08:49:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
				<category><![CDATA[Spiritual-Mente]]></category>
		<category><![CDATA[casta]]></category>
		<category><![CDATA[emilia romagna]]></category>
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		<category><![CDATA[province]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; &#160; Logicamente appena letta notizia che alcuni Stati della UE hanno tagliato i fondi per i terremotati dell’Emilia mi ha creato indignazione ed un moto interiore “antieuropeista”. Poi ho cercato di ragionare “razionalmente” e ho posto il problema al contrario. Come cittadino italiano sarei disposto (anche io in crisi) ad aiutare, quindi dare i [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/europa-e-terremoto-io-sto-con-leuropa-e-vi-dico-perche/mario-monti1/" rel="attachment wp-att-8370"><img class="alignnone size-full wp-image-8370" title="Mario-Monti1" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2012/11/Mario-Monti1.jpg" alt="" width="500" height="333" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Logicamente appena letta notizia che alcuni Stati della UE hanno tagliato i fondi per i terremotati dell’Emilia mi ha creato indignazione ed un moto interiore “antieuropeista”.</p>
<p>Poi ho cercato di ragionare “razionalmente” e ho posto il problema al contrario.</p>
<p>Come cittadino italiano sarei disposto (anche io in crisi) ad aiutare, quindi dare i miei soldi, ad una Paese dove la corruzione è stimata secondo la Corte dei Conti in 60miliardi di euro l’anno e ci pone ai livelli del Ghana? Dove per arginare questo problema è stato prodotto un DDL all’acqua di rose? Darei i miei soldi dove le mafie, ormai multinazionali o holding, si stima fatturino 100miliardi di euro l’anno creando anche concorrenza sleale alle imprese sane che stanno morendo? Darei i miei soldi ad un Paese dove la classe politica è esempio di Costo, sprechi, ruberie in tutto l’Occidente? Darei i miei soldi dopo che una Consulta ha bocciato i maxi stipendi nel silenzio di tutti? Darei i miei soldi ad un Paese dove le Province invece di dire “provvederemo a tagliare gli sprechi” minacciano di chiudere scuole e far congelare bambini spingendosi finanche materne ed elementari? Darei i miei soldi ad un Paese dove le Caste non hanno fatto neanche un taglio alle loro super laute prebende in “recessione acuta” (OCSE), con una disoccupazione giovanile al 10%, femminile al 50%, milioni di persone in fila alla Caritas? Darei i miei soldi dove super manager fallimentari guadagnano milioni di euro? Dare i miei soldi ad un Paese che pur di non tagliare gli sprechi “agli Organi Costituzionali” decide di spegnere le Luci ai cittadini con l’Operazione “cieli bui”?</p>
<p>Io da italiano NON lo farei.</p>
<p><strong>L’Europa ha bloccato 680milioni di euro ben distanti dai miliardi e miliardi di euro di spreco e ruberie sopra menzionati.</strong></p>
<p>Potrei continuare ma credo sia sufficiente.</p>
<p>Mi spiace cara amata Italia, amati fratelli e sorelle italiche, con il cuore in mano ve lo dico: ha ragione l’Europa.</p>
<p>Cari italiani: non possiamo aspettare l’aiuto o accusare nessuno dei nostri mali ed è venuto il momento di cambiare noi stessi, le nostre sorti, il nostro modo di pensare e votare.</p>
<p><strong>Il Presidente Nazionale</strong></p>
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		<title>DESTRA E SINISTRA: RIFLESSIONI DEL DECLINO</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Nov 2012 07:28:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>MORPHEUS - SUPERVISOR</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Caro direttore, l&#8217;episodio della nomine dell&#8217;onorevole Melandri alla Presidenza del Maxxi merita alcune riflessioni generali, non tanto sulle polemiche di questi giorni quanto sui criteri e sulle anomalie emerse di conseguenza. Ora, non ci si può scandalizzare che un politico presieda un&#8217;importante istituzione culturale, ciò avviene in molti Paesi occidentali senza alcun clamore o [...]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.destrablog.eu/destra-e-sinistra-riflessioni-del-declino/test-essere-di-destra-sinistra/" rel="attachment wp-att-8366"><img class="alignnone size-full wp-image-8366" title="test-essere-di-destra-sinistra" src="http://www.destrablog.eu/wp-content/uploads/2012/11/test-essere-di-destra-sinistra.jpg" alt="" width="470" height="200" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Caro direttore, l&#8217;episodio della nomine dell&#8217;onorevole Melandri alla Presidenza del Maxxi merita alcune riflessioni generali, non tanto sulle polemiche di questi giorni quanto sui criteri e sulle anomalie emerse di conseguenza. Ora, non ci si può scandalizzare che un politico presieda un&#8217;importante istituzione culturale, ciò avviene in molti Paesi occidentali senza alcun clamore o scandalo, neppure ci si deve stupire che un parlamentare possa vantare competenze specifiche, interessi culturali e anche preparazione tecnica. Dunque, cosa dovrebbe stupire più di ogni altra cosa? Innanzitutto il clamore e l&#8217;attenzione sull&#8217;arte contemporanea, e sui musei ad essa dedicati, da parte di una classe politica vergognosamente assente in tutti questi anni. Personaggi che raramente hanno solcato le porte di un qualsiasi museo si sono improvvisamente svegliati dal torpore e sentiti in dovere di esprimere la loro opinione sul Maxxi, una struttura che probabilmente non hanno mai visto né sanno dove sia ubicata.</p>
<p>Certamente si dirà che le valutazioni politiche possono e debbono prescindere dalla specificità dell&#8217;oggetto, che il piano procedurale e legale non richiede una conoscenza diretta del campo d&#8217;intervento, e così, chiunque è legittimato a esprimere ogni sciocchezza. Leggere le opinioni di Cicchitto, Gasparri, Fassina, Vendola su questioni di carattere museale è probabilmente oltre ogni immaginazione, è il segno di un&#8217;incontinenza verbale che ha travalicato gli argini della vergogna. Ma qui s&#8217;innesta anche una riflessione sul ruolo di una destra e una sinistra nell&#8217;ambito culturale in Italia. <strong>Definitivamente tramontata e scomparsa una destra «futurista», sepolti gli eroi del pensiero eccellente, da Julius Evola a Filippo Tommaso Marinetti, da Ezra Pound a Ernst Junger, è rimasta una destra «chierichetta», codina, moralista, conservatrice nel senso più deteriore. Una destra genuflessa, maggiordomo di un capitalismo gaudente e vizioso, una destra culturalmente malata, incapace di leggere una contemporaneità complessa e frammentata, solo nostalgica di un passato formale, insulso e caramelloso.</strong></p>
<p>Non sta certo meglio la sinistra che, gettando in fretta e furia la propria ideologia, non si è accorta di gettare anche quello spirito di ricerca, di antagonismo, di situazionistica «fantasia al potere», attraverso il quale si era formato il suo sapere e definita la sua anima. Ha confuso lo spirito etico di una cultura alta con una ridicola spocchia di un perbenismo salottiero, ha ridotto in cenere un supposto primato dell&#8217;intelletto confondendolo con un più cinico snobismo manierista, ha perfino perso l&#8217;elementare ruolo di difesa dei propri alleati. «Utopia» è diventata una parolaccia, una volgarità da ragazzi, l&#8217;idea che la cultura indichi una strada che la politica deve poi costruire è un processo totalmente ignoto alla sinistra. Solo ora ci si accorge che il Pd ha addirittura un responsabile per la cultura, Matteo Orfini, faccia simpatica ma totalmente sconosciuta al mondo dell&#8217;arte.</p>
<p>In queste condizioni, e a pochi mesi dalle elezioni politiche nazionali, chiedere o semplicemente sperare che destra e sinistra possano illustrare un programma di politica culturale è poco più che una battuta umoristica. Eppure, vorremmo sfidare i partiti a dichiarare quali impegni per la cultura intendono sottoscrivere; vorremmo chiedere quali strumenti intendono attivare per sostenere e promuovere la cultura in Italia; vorremmo capire quali e quante risorse saranno destinate al nostro patrimonio culturale e alla nostra creatività.</p>
<p>Una seconda questione riguarda il ministro dei Beni e attività culturali, un ministero quasi sempre giudicato di «risulta» che ha visto dal dopoguerra, tranne rarissimi casi di qualità, una processione di figure improbabili, inaffidabili, incompetenti, in alcuni casi addirittura caricaturali. Non è il caso del ministro Ornaghi, certamente un fine intellettuale, forse troppo «fine», al limite della trasparenza. Non ci si può dunque stupire se poi, lungo la fragile catena di comando istituzionale, ci troviamo sul territorio nazionale assessori alla Cultura imbarazzanti, spesso privi della pur minima competenza o sensibilità culturale, incapaci di dialogare con le istituzioni che rappresentano, colpevolmente presuntuosi. Il problema allora non è quello di una nomina più o meno controversa, quanto piuttosto l&#8217;urgenza di restituire al mondo culturale, a quello delle università, della ricerca, dei musei, dei teatri, del cinema, della letteratura, dell&#8217;architettura, della musica, del paesaggio, della creatività quella centralità e quella dignità che in questi anni è stata saccheggiata ma che comunque rimane il dna di ogni società e di ogni nazione.</p>
<p><strong>di Danilo Eccher* &#8211; Fonte: Corriere della Sera</strong></p>
<p><strong>*Direttore della Galleria </strong><br />
<strong>d&#8217;arte moderna (Gam) di Torino</strong></p>
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