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ECLETTICA, LIBERA, RIBELLE, IMMENSA: SEMPLICEMENTE ORIANA…

 

Lo scorso venerdì l’ultima Valchiria d’Occidente avrebbe compiuto 83 anni.

Un epiteto fedele e allo stesso tempo discutibile, se si considera la complessa personalità di Oriana.

Quando penso al termine “valchiria” il processo mentale mi conduce direttamente alle divinità minori scandinave serve di Odino, come al tragico-eroico attentato del 1944 ai danni di Hitler, la celeberrima “Operazione Valchiria”. Quel misterioso nome in codice indicante le urgenti pratiche ponderate dal Führer, applicabili in caso di insurrezioni popolari. Paradossalmente però un qualche legame tra l’uso dei due sostantivi si può ricavare solo dal fallimento dello strategico utilizzo che i congiurati avrebbero dovuto fare del piano, alterandone i dettami, morte del dittatore permettendo. Perché il mitologico compito della valchiria, guerriera in sella al suo cavallo, era quello di scegliere selettivamente i caduti in battaglia degni di assurgere al titolo di eroi, accompagnandoli nell’oltretomba a loro destinato. Legittimo auspicio pagano risiederebbe pertanto nell’eventuale eterna permanenza dei coraggiosi aristocratici anti-hitleriani nel Vahalla norreno.

Osservando bene, quindi, potremmo cogliere nella Fallaci le caratteristiche della battagliera amazzone, persino della divinità minore al servizio del dio maschio superiore, a patto che questo sia solo una metafora delle sue idee, o del suo stesso ideale, croce e delizia delle sue profezie, talvolta dei suoi deliri. La percezione comportamentale di Oriana, probabilmente in quanto donna determinata, spesso spietata, è facilmente annoverabile in quei connotati di rigidezza tipicamente nordici, di inamovibilità, fascinosa quanto pericolosa. Polo incandescente, emanatore di contraddittorie reazioni, difficili da amalgamare equilibratamente, quando durante un’intervista rilasciata in Iraq (luogo di suoi dettagliati reportage), all’invito del cameraman di spostarsi per la ripresa, risponde con un perentorio quanto sfacciato “Eh, lo so, ma io sto male così” (). È lì che non sai se liquidarla come una presuntuosa piena di sé, protetta da chissà quali paraventi psicologici, o se ammirarla per il suo modo di essere donna.

Donna nonostante le esagerazioni lanciate in quelle altisonanti invettive contro musulmani e moschee, accompagnate dall’ esplicito, quanto imprecisato, intento o augurio di vederle esplodere sotto i suoi occhi (http://www.repubblica.it/2006/05/sezioni/cronaca/fallaci-moschea/fallaci-moschea/fallaci-moschea.html). La stessa viscerale crudezza con cui rifiuta strenuamente qualunque utilizzo del simbolico velo, che non avrebbe mai indossato nemmeno una volta persi tutti i capelli. Una frase di mezzo, un’efficace cesura fra i suoi due tormenti principali, l’Islam e il Cancro. Anni di una vita spesi a combattere entrambi, anni forse affogati nella tacita melodia della strofa di una vecchia canzone “se poi scopri che il male tuo è dentro di te”. Perché spesso Oriana dava proprio l’idea di voler esprimere un risentimento personale, dannatamente femminile, e di strumentalizzarlo per farne bandiera. Eppure le sue osservazioni erano precise, puntuali, chirurgiche, consapevoli di un’integrazione che non era così speranzosamente appannaggio di tutte le culture, nella fattispecie quella islamica.

Poi certo, ci sono casi e casi, situazioni e situazioni, che mai dovrebbero essere sacrificati alle generalizzazioni più superficiali, ma i reportage mettono in luce gli aspetti più evidenti di un popolo, di una cultura, non dei suoi singoli componenti. Un dato di fatto, davvero poco opinabile, almeno tanto quanto la finalità principale derivata da quello sguardo soggettivo, non necessariamente riposta nel conflitto o in qualche immaginifico esodo, ma nella preventiva inospitalità, traducibile nell’opportuna o allarmista salvaguardia da una diffusione considerata colonizzatrice (http://www.rolliblog.net/2005/08/16/oriana-fallaci-su-islam-ed-occidente/, prima domanda). Da qui la relativa frustrazione legata al fallimento del suo ruolo di intuitiva intellettuale, e le relative degenerazioni verbali. Odiose, eccessive, pericolose, ma analizzabili, finanche condannabili, non di certo riducibili alla parodia di una Guzzanti talmente priva di ispirazione, da alludere alla malattia che comunque la stava uccidendo. Non relegabili nella stringata strofetta rapparola-jovanottiana “Giornalista, scrittrice, che ama la guerra, perché le ricorda quand’era giovane e bella”. Rigurgiti pacifisti simili a quelli di chi non riesce a porgere l’altra guancia nemmeno nelle riunioni di condominio, a cui partecipa in qualità di proprietario contro la proprietà privata. Tutto sommato giustificabili nella loro minimalista miseria, servita dopo tutto a valorizzare la popolarità del personaggio.

Un personaggio contraddittorio, irregolare, come un poligono non classificabile. Corrispondente di guerra e contemporaneamente generatrice di uno dei parti letterari più scandalosi, “Lettera ad un bambino mai nato”. Dove parla a viso aperto con quella “goccia di vita sfuggita al buio”, accogliendola con un duro “non ti voglio”, per arrivare poi in un dialogo lacerante per sincerità e bellezza, ad accettare la seduzione del figlio. Con le parole appena usate lo descrive la stessa amica-collega Annunziata, che sottolinea altresì come quel romanzo facesse impallidire conservatori e progressisiti, come Oriana ostentasse i suoi nudi sentimenti, i liquami, il sangue, lo schifo dell’organismo più purulento, come evidenziasse i dubbi intorno al primo e più radicale femminismo. Squarciava tutto e tutti la “resistente”, l’atea devota coi suoi storici retaggi. Bersaglio d’accuse, ma almeno adesso tardiva destinataria di qualche scusa. Una su tutte, quella di essercene impossessati, rendendola oggetto appartenente alla nostra destra, che molto probabilmente non era la sua. Un destino assai diverso persino rispetto a quello di Montanelli, accarezzato da una certa sinistra, ma collocabile da sempre. Lei invece non era di nessuno, non gliene fregava niente di nessuno. Chissà che non si senta adontata per quest’ ennesimo affronto.

La verità vera tuttavia non risiede nella forzata esigenza di annetterla a un qualsivoglia orientamento, ma nel nostro ostinato bisogno di appartenerle, di essere finalmente parte dell’ inspiegata libertà di quest’ultima valchiria, definizione iconograficamente calzante sotto tutti gli svariati punti di vista che analizzavamo all’inizio, eccetto quello della missione mancata. Purtroppo, come era logico che fosse, non è spettato a lei stessa decidere se sia stata una meritevole eroina caduta in battaglia, una Cassandra inascoltata, o la colpevole portatrice di teorie e messaggi “fallaci”. Sarà la storia stavolta, quella passata, presente e futura a selezionare i suoi degni ospiti. Non potremmo mai sapere se sarà beneficiata dall’arbitrio scandinavo della morte, ma di certo sappiamo che l’amazzone si è distinta nella battaglia, con La Rabbia e l’Orgoglio di una donna che “si chiede i perché senza stancarsi, e a costo di soffrire di morire”. Libera di indignarsi, di provare vergogna, di piangere lacrime asciutte, di esprimersi, fino a prova contraria.
di Valentina Milesi Presidentessa Gruppi Tematici Cultura DR

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Ho trovato molto interessante questa visione redatta dall’amica Valentina che ha svolto delle ottime analisi anche provocatorie e diverse.

Credo che ognuno di noi abbia una visione di Oriana Fallaci che come tutte le grandi personalità ha mille sfumature e mille letture.

Una cosa è indiscutibile: una intelligenza libera, superiore, pungente, il suo amore per l’Occidente e le libertà sociali che esso porta nel proprio DNA.

Una cosa è indiscutibile: questa analisi di Valentina che si muove affrontando diversi aspetti.

Grazie Oriana di essere esistita; fonte perenne di spunti, riflessioni, introspezioni.

Il Presidente Nazionale DR

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