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DALLA PARTE DI…

 

Succede una volta all’anno, da più di qualche anno. La prima in Italia nel 1972.

Ci si riunisce, si marcia, si manifesta, ci si esibisce, si difendono dei diritti, si cammina insieme verso un obiettivo che dovrebbe essere scontato, naturale, non faticosamente acquisito. 

Quel che spicca piacevolmente è la presenza solidalmente individuale di esponenti non strettamente appartenenti alla “categoria”, così chiamata.

La definizione è Gay Pride.

Traducendo letteralmente commetterei un’imprecisione etimologica a usare l’omologo italiano “orgoglio omosessuale”, o “degli omosessuali”. The true translation could be “Gaio orgoglio, o gaia fierezza”. Avrei dovuto partecipare per la prima volta con un gruppo di amici, anch’esso umanamente eterogeneo, nella misura in cui fra noi avrebbero sfilato anche eterosex, o forse eterogeneo semplicemente perché siamo diversi fra noi. Tutti molto progressisti, già pronti col boa sfavillante da casa, a favore della vivace, gaia fierezza, contro la coastante vergogna. Tutti incondizionatamente aperti alla complessità di questa nostra fenomenica quotidianità. Davvero molto a loro agio in analoghe situazioni, un po’ meno se si tratta di attraversare una zona notoriamente frequentata da Rom, quando il gesto istintuale-incoscio (dettato da chissà quale imprecisato imprinting) di proteggersi la borsetta, prende il sopravvento persino sulle loro sconfinate distese mentali spoglie di private enclosures. Azione spontaneamente discriminatoria, dicevamo. Agonizzante vittima dei suoi più carnefici retaggi, pressoché riconducibile all’eventuale tendenza dei “machi” più beneconvinti, a tutelare il proprio posteriore, spaventati dalla scenografia contingente. Deplorevole stavolta il giudizio dei nuovi benpensanti, ma sommariamente para-culo; nemmeno così tanto, viste le intrinseche contraddizioni sinistroidi dei miei amici.

Il manifesto 2012 recita lo slogan “Vogliamo tutto!”.

Si vuole ciò che ad altri non è negato, in quanto “normali”. Lo si pretende, ora più che mai, visto che l’iniziativa per l’introduzione giuridica del reato di omofobia nel luglio 2011 è stata bocciata alla Camera, per i motivi più disparati. Qualcuno non era evidentemente toccato dalla questione, altri l’avevano davvero a cuore, ma ritenevano una discriminatio ab contrario l’inserimento di una normativa così specifica. Altri ancora lo pensavano veramente, senza tentativo simulatorio alcuno. Fatto sta che se le ragioni patologicamente alterate di un misfatto sono così specifiche, si pone la necessità di tutelare in maniera analogamente particolareggiata le vittime-target. Lecito, legittimo. Non a caso, fra alcune illuminazioni di una destra intimamente democratica, si guarda verso lo stesso orizzonte:
“Sì. Lo scorso anno ho partecipato al Gay Pride insieme a Flavia Perina, Enzo Raisi, Piercamillo Falasca, Riccardo Lo Monaco, Michele Beozzo e molti altri amici etero e rappresentanti di GayLib. Sfilavamo tra la delegazione dei poliziotti omosessuali e l’associazione genitori omosessuali. Feci due chiacchiere, da inesperta neomamma, con la mamma di un ragazzo gay che mi confidò tutta la sua storia. Insieme a lei c’era anche suo marito. Ricordo la commozione nei suoi occhi, che catturò anche i miei. Ricordo l’accoglienza delle persone, anche di altri schieramenti, che chiedevano di continuare così e inneggiavano a una destra nuova, moderna e democratica. A quelli che etichettano il Gay Pride come una sfilata diseducativa dico che anche le risse negli stadi sono diseducative, e tanti attacchi spesso feroci e ingiuriosi che silentemente leggo in questi mesi tra persone a me care e con cui spesso collaboro e sostengo sono altamente diseducative e non fanno bene né alla politica, né a chi le legge. In tutte le situazioni ci sono gli estremi, ci sono sempre stati.

Sì, ho partecipato al Pride. L’ho fatto a titolo personale. Lo rifarò sabato prossimo, con la differenza che quest’anno lo dico come risposta a una polemica che mi lascia francamente basita e intristita. Non andrò per farmi vedere, chi mi conosce sa bene che non cerco visibilità, ma perché credo che oltre gli steccati ideologici, le etichette e la paura del diverso e le strumentalizzazioni polemiche esista l’essere umano. Aiutatemi a capire cosa c’è di male o di inaccettabile.” (Sara Buzzurro)

Non possiamo certamente aiutarla a capire dove sia il male, è utopico farlo. Perché di male non c’è proprio nulla. A meno che non si consideri il male che ci si autoinfligge. A meno che non si guardi alle lotte intestine, che rilassano il nemico esterno. Una delle lamentele che spesso percepiamo dai difensori della “causa”, riguarda la sottomissione forzata allo stereotipo, uno fra tutti l’omosessuale inteso come “maschio o femmina mancati”, e la conseguente precisazione circa la differenza intercorrente fra identità di genere e orientamento sessuale. A questa riduttiva rappresentazione spesso si risponde però con l’esibizione, almeno da parte maschile, di gonnelline rosa affiancate dicotomicamente a barbette incolte. “Ce lo potremmo anche permettere un giorno all’anno, no?”. Sì, e la confusione, sbeffeggiando le spiegazioni precedenti, torna a usurpare allegramente il trono della chiarezza. Quasi a riappropriarsi di un’etichetta, di cui non sembra così opportuno liberarsi. Fortunatamente c’è anche chi avvalora gli approfondimenti “didattici” di cui sopra, senza remare contro e opponendosi strenuamente a ipotesi riparative nauseanti http://www.linkiesta.it/blogs/colpo-di-tacco/gay-pride-roma-mentre-milano-l-asl-finanzia-un-associazione-che-cura-il-problem. Perdonate il continuo e antiestetico ricorso alle virgolette, che ci impone l’uso improprio ma dannatamente comune di certi termini. Un imprevisto dizionario futurista ci correrà mai in aiuto?

Tuttavia l’orgoglio gaio tale rimane. Quello stesso orgoglio, che la raffinata Austen legava correttamente al pregiudizio. Un sentimento draconiano, sovrastrutturato, appagamento dello stomaco, non del cuore. Che a tutto conduce, tranne che alla gaiezza. La brutta copia della dignità, del rispetto, insomma. Cosa si esalta orgogliosamente? L’appartenenza all’universalità del genere umano, o la condivisione dello stesso orientamento sessuale omo-diretto? In una società più diversificata e più caoticamente complessa credo questo sia un quesito fondamentale al quale rispondere.

Oggi la comunità omosessuale lotta ancora contro ingenti difficoltà, ma qualche passo avanti rispetto al labelling time della quotidianità più pruriginosa è stato compiuto. Altrimenti non avrebbe ragion d’essere la fiducia verso tali manifestazioni. E’ importante capire però se questo progresso nell’accettazione dell’alterità, comunque intesa, sia rivolto alla dignitosa dimostrazione della normalità del diverso, o alla gaia ostentazione di un orgoglio, di una fierezza di parte. Se così fosse, la cosa diventerebbe controproducente, almeno quanto l’incontrollata egemonia eterossesuale. Questa ha imposto e impone dei ruoli all’essere umano, che reagisce solitamente in due maniere: reprimendo la propria istintualità, o assumendo un atteggiamento “deviante”, tutto perché i gusti di regime imperano come cose buone e giuste. Fenomeno non troppo lontano si delineerebbe all’orizzonte se toccasse all’omosessualità essere portatrice di valori appetibili, quale l’inebriante senso di differenziazione, superamento del banale, a danno o a vantaggio della propria stessa essenza.

Ad un’analisi più superficiale magari quest’eventualità non si porrebbe minimamente, ma la definizionista formula di presentazione non aiuta a comprendere con efficacia. Chissà, probabilmente perché tende anch’essa a voler incasellare preferenzialmente ciò che si è, e non, al limite, definire razionalmente ciò che si deve esser liberi di fare e difendere.

La mia esigenza è un’altra.

Seguendo la linea della negazione tout court verso qualsiasi tipo di etichetta, della valorizzazione della nostra eterogenea pan-sessualità, dove solo la mancanza di influenze varie, fossero culturalmente soppressive o contrariamente allettanti, può consegnarci almeno a una vaga percezione della libertà sessuale e persona-le, nell’articolo 9 della sezione “famiglia” del nostro programma illustriamo sinteticamente le intenzioni del movimento in merito alla tutela delle coppie di fatto e nella fattispecie delle “relazioni omosessuali”. Senza revansciste fierezze o altisonanti orgogli. Senza nemmeno prenderci il lusso di definire la propria inclinazione legandola a un mero aggettivo teso a qualificare l’essere umano, ma più sottilmente a indicare la natura delle interazioni affettive e sessuali nelle quali potremmo trovarci impegnati. Dalla parte di nessuno, se non delle più diversificate e rispettabili umane potenzialità.
di Valentina Milesi Presidentessa Gruppi DR

 

SI INVITA LA SOCIETA’ CIVILE TUTTA ALL’EVENTO:

“OPEN SOURCE – OPEN RESOURCES – OPEN POLITCS”

“A tutti coloro che vedono le cose in modo diverso. Potete citarli. Essere in disaccordo con loro. Potete glorificarli o denigrarli, ma l’unica cosa che non potete fare è ignorarli.

Perché riescono a cambiare le cose. E mentre qualcuno potrebbe definirli folli, noi ne vediamo il genio. Perché solo coloro che sono abbastastanza folli da pensare di poter cambiare il mondo, lo cambiano davvero.”

* ASS. E/O MOV. POLITICI PROPONENTI *

DESTRA RAZIONALE – SAPERE AUDE

CYBERFUTURISTI

ANGELI RIBELLI

FUTURO LIBERO

LABORATORIO DI EVOLUZIONE POLITICA E DELLE IDEE

* ASS. E/O MOV. DELLA SOC. CIVILE APOLITICHE E POLITICHE INVITATE SOLO COME OSSERVATRICI-PROPONENTI*

COMITATO VITTIME SANGUE INFETTO

OLTRE L’ARCOBALENO – ONLUS

TERRA DI MEZZO ITALIA

“Ogni fatto scientifico un tempo era eresia. Ogni invenzione era considerata impossibile. Ogni innovazione artistica è stata definita un’impostura o una follia. Tutto quello che è cultura e progresso è la prova concreta che qualcuno non si è sottomesso all’Autorità. Se non fosse per i ribelli, i recalcitranti e gli intransigenti, non saremmo molto diversi dai primi ominidi”

Robert Anton Wilson 

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