IL PRIMO CITTADINO SOTTO ATTACCO

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Alemanno

 

“Oggi viaggiamo!”…. “Ah, si? E dove andiamo”….. “Torniamo indietro nel tempo, indietro di 30 anni e più”.
Stamane sul muro di cinta del Forte Bravetta il colore rosso è tornato di moda e, per rilanciare la tendenza si parte, come buona strategia di marketing insegna, dalla pubblicità.
Sembra realmente di esser tornati indietro nel tempo, all’epoca dei rossi e dei neri, in cui la giustizia era sempre tendente alla difesa dei compagni che passavano impuniti nonostante i morti che lasciavano per strada ed i camerati venivano “portati dentro” per dei banali tumulti, spesso nemmeno provocati da loro.

Sembra che la lotta di classe sia attualità, che lo scontro fraticida sia per le strade, che l’odio sia vivanda di sostentamento del popolo.

Per fortuna non è così. Oggi abbiamo assistito soltanto ad un ignobile atto di diffamazione contro il buon lavoro, contro l’impegno serio e quotidiano, contro l’onesta nell’agire oltre che nel pensare:
estremisti di sinistra hanno deturpato le mura del Forte Bravetta con delle scritte indecorose, irrispettose, irripetibili, tutte contro il Sindaco della Nostra Capitale, Gianni Alemanno.
Erano inneggiamenti all’odio di parte ed a retaggi passati, il tutto firmato con falce e martello e stelle a cinque punte (BR ndr).
C’è la seria e meditata intenzione di creare “una spirale di odio nella nostra città e rinfocolare vecchi odi e vecchie divisioni”, come afferma lo stesso Sindaco Alemanno a margine della Messa in suffragio dei martiri di Forte Bravetta, proprio oggi celebrata.

Come se non bastasse, un’altro striscione ingiurioso ed anacronistico, firmato dai giovani e, mi si consenta, incivili, militanti della Sinistra critica, è stato calato da un’altra opera architettonica romana, Porta Maggiore.

Quando non si hanno elementi per una critica basata su fatti reali, quando non si hanno le capacità di affrontare un dialogo costruttivo, quando si è così miopi da rimanere abbaccinati dalle proprie idee malsane e rendere impossibile il riconoscimento dei meriti altrui, la diffamazione è la prima e principale forma di attacco nella estrema lotta contro l’autoannullamento di un idea che non va più.
Questo è avvenuto oggi, ai danni del Nostro amato Sindaco di Roma Alemanno e, per i su citati motivi, a nome mio e di tutto il Movimento Nazionale Renovatio, esprimo la massima solidarietà al migliore Primo Cittadino che la Capitale abbia mai avuto.

Le siamo vicini e continui nel suo ottimo lavoro per il vero cambiamento della Città Eterna.
Domenico Musso
Presidente Nazionale Movimento Renovatio

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Written by Maurizio Guarino

settembre 9th, 2009 at 6:11 pm

11 Responses to 'IL PRIMO CITTADINO SOTTO ATTACCO'

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  1. Aderiamo alla fiaccolata di venerdì: non si può essere indifferenti
    Contro l’omofobia,
    in nome dei nostri valori
    Andiamo tutti a San Giovanni, venerdì prossimo. Andiamo, anche noi di Ffwebmagazine, alla fiaccolata organizzata a Roma dalle associazioni gay. Anche il sindaco Alemanno si è mostrato sensibile a questi temi, dichiarando che «c’è sicuramente un fenomeno di emulazione negativa sul quale bisogna stare molto attenti». Tanto per chiarire che la destra non è e non deve essere indifferente all’ondata di omofobia che si è fatta, soprattutto nella capitale e soprattutto negli ultimi giorni (aggressioni, insulti, minacce, bombe carta) più preoccupante. Inoltre, il Comune, insieme con la Provincia e la Regione sta organizzando una fiaccolata contro ogni forma di intolleranza e discriminazione, che si svolgerà il 23 settembre.

    Noi ci saremo, perché crediamo che, comunque la si pensi sulle unioni omosessuali, Pacs, Didore e simili, non si può far finta di dimenticare che a fondamento della convivenza civile di un paese europeo e democratico, ci sia il rifiuto di qualunque tipo di violenza. Un rifiuto valido sempre e comunque, senza attenuanti. E ci saremo perché crediamo che fare una buona politica (o semplicemente essere buoni cittadini) significhi innanzitutto cercare di sradicare i troppi residui di razzismo, di prepotenza e di discriminazione ingiustificata (quella che vorrebbe escluderti per cosa sei e non per cosa fai), che ancora inquinano la nostra società.

    Qualche parlamentare nostrano, evidentemente restìo a sfilare con gli omosessuali o a dare troppa visibilità all’allarme omofobia (perché «a Roma non c’è un allarme in tal senso»…), ha ricordato che, più di questa, servirebbero tante altre fiaccolate: «Contro la violenza ai bambini, alle donne, agli anziani soli, contro la malasanità, la cattiva assistenza ai deboli». Perfetto, se e quando deciderà di organizzarle, saremo in prima fila. Adesso, il “benaltrismo” serve a poco. E rischia di diventare un penoso paravento. Serve invece un segnale forte. Un segnale rivolto anche a noi stessi. Che serva a ricordarci quali sono i principi su cui si sostiene la nostra Repubblica – abbiamo una Costituzione che garantisce a tutti i cittadini di poter «sviluppare pienamente la loro personalità sul piano economico, sociale e culturale» – e per ricordarci che siamo davvero un “paese civile”. E per ricordarci che le personali convinzioni religiose non possono in alcun modo limitarli, quei principi fondamentali.

    Oltre tutto, come hanno sottolineato dal Campidoglio, la fiaccolata è «una reazione della città di Roma contro ogni forma di intolleranza e di violenza». Non ha colore politico. Non ci vengano a dire che chi manifesta contro le aggressioni squadriste è a favore delle adozioni gay (qualcuno ci proverà sicuramente). O che una legge contro l’omofobia sarebbe una pericolosa deriva zapatersita. La deriva pericolosa è un’altra: che si chiuda un occhio, e poi si chiudano tutti e due. Per quanto ci riguarda, ci sono pochi distinguo da fare. Qui si tratta di rudimenti di senso civico, tutto qui.

    Federico Brusadelli

    2 settembre 2009

  2. Ho letto con attenzione e considerazione le motivazioni con cui il direttore di Avvenire ha presentato le sue dimissioni. Dolenti ed addolorate, meritano il rispetto dovuto sul piano personale.Ciò che non capisco è la ragione per cui Boffo parli di un’attacco laicista, ritenere Feltri o il governo Berlusconi paladini della laicità mi pare però quanto meno astruso.

    Boffo gioca a fare il martire e sbaglia, se la solidarietà dei Vescovi fosse stata compatta, non si sarebbe dimesso. La verità è che anche dalle sue parti distinguo e riserve non sono mancate e queste pesano nella sua scelta obbligata.

    Certo aveva un’alternativa alle dimissioni, mettere sul tavolo le carte processuali che il gip di Terni ha giustamente segretato, ma le sue dimissioni difendono il segreto di quelle carte, che solo lui potrebbe rendere pubbliche. Capisco, anzi intuisco le ragioni e non sarebbe neppure giusto infierire su una persona che mi pare abbia pagato un prezzo alto, ma sia chiaro non siamo davanti nè ad una vittima né ad un martire.

    luigi crespi

  3. Non è più tempo di slogan, ma di contenuti
    Andate, il comizio è finito
    di Filippo Rossi

    Magari a prima vista non sembra affatto. E dirlo proprio in questi giorni può sembrare alquanto strano. Però, a guardar bene, si possono intravedere quei piccoli segnali, qualche avvisaglia, che fanno pensare al meglio. E poi, per dirla tutta, anche se fosse solo una nostra speranza piccola piccola, tanto vale buttarla nell’arena del dibattito, non tenersela dentro. Per seminarla e farla germogliare. Perché questa nuova stagione della politica italiana potrebbe davvero portare con sé una buona notizia: la definitiva conclusione dell’epoca del comizio. Deve finire il tempo dell’adunata, basta con i giorni delle piazze contrapposte. E se c’è in giro ancora qualche nostalgico, gli italiano lo mettano all’angolo, gridino la loro repulsione profonda, il loro schifo, per chi va ancora in cerca di una barricata qualsiasi, di un palco, di una folla osannante, di gente plaudente. Di chi va ancora in cerca di un deserto del pensiero. Eppure il potere dello slogan si sta affievolendo, la forza del richiamo identitario si fa sempre più debole, gli steccati novecenteschi perdono la loro granitica solidità. E tutto questo è un bene. Perché se è finito il tempo dei manifesti e delle chiamate alle armi, questo non può che far piacere a un’Italia che si pensa e si vuole seria, responsabile, razionale.

    Non è più tempo di comizi, delle piazze “nostre” e delle piazze “loro”. Dei giornali “nostri” e di quelli “loro”. Dell’applauso scontato, dello slogan rimasticato. Della superficialità. E dell’autoreferenzialità. Parlare a tutti e non a una parte: è questo il tempo nuovo. Discutere per convincere e convincersi. E magari cambiare idea. No, non è più tempo di manifesti. Di scritte cubitali. È il tempo di nuovi dubbi. Nuove domande e nuove risposte. È tempo di contenuti. È tempo di affrontare i problemi. Non è più tempo di quattro slogan spacciati per certezze. Dell’idea come proprietà privata: penso questo perché sono questo. Della retorica apodittica. Chi siamo, dove andiamo, cosa dobbiamo pensare. “Amici” e “nemici”. “Noi” e “loro”. Frontiere, territori, patrie nella patria, separati in casa. Le parole d’ordine non funzionano più. Parole vuote brave a strappare l’entusiasmo di qualche secondo. Il comizio è finito.

    E così i nuovi partiti a “vocazione maggioritaria”, sempre più ampi e complessi, non possono che modellare la propria cultura politica attraverso il confronto e la stesura di programmi che siano concreti e calati nella realtà del paese. Quella vera. Non costruita a tavolino da qualche demagogo. Certo, c’è ancora chi prova a infiammare gli animi agitando i vessilli della differenza antropologica. C’è ancora chi cavalca lo scontro in nome delle appartenenze e non delle idee. Ma il clima nella società sembra cambiato, non c’è dubbio. Senza più la paura di tradire il proprio passato ormai mummificato, senza il timore di scardinare i “parametri” identitari della propria parte politica, si apre una nuova sfida. Quella di una politica tranquilla, pacata, normale, non urlata, non retorica, ma non per questo meno densa di contenuto. Anzi. Rischiando di abbandonare antiche certezze, perché, come scriveva Manzoni, «è male minore l’agitarsi nel dubbio che il riposare nell’errore».

  4. Sull’articolo di Vittorio Feltri contro di Gianfranco Fini
    Polemiche già sentite
    e la colpa della politica
    di Filippo Rossi

    Vittorio Feltri è andato all’attacco. Con un lungo articolo sul Giornale ha riassunto le critiche che in questi mesi, ciclicamente, hanno preso di petto l’azione politica di Gianfranco Fini. In sintesi, la tesi è questa: «Caro Gianfranco, non sei più di destra». Già risentita, insomma. Niente di nuovo sotto il sole del dibattito politico. Comunque, avere l’onore di una prima pagina di un grande quotidiano è una dimostrazione di interesse che non può essere derubricata alla semplice polemica politica.

    È segno piuttosto che nel centrodestra è in corso un dibattito che non potrà che far bene al futuro di una famiglia politica che troppe volte tende a degenerare nel semplice signorsì: ogni discussione su quel che siamo e su quale strategia il centrodestra si deve dare è una ricchezza irrinunciabile per affrontare al meglio le sfide che ci aspettano. Sfide politiche, prima di tutto. Ma anche sfide culturali che riguardano intimamente l’identità di un “Popolo della libertà” che, proprio in quanto “popolo”, non può che essere un’identità complessa e articolata. E che non possa essere che così lo dimostra lo stesso lungo articolo di Vittorio Feltri nel quale, sulla questione del fine-vita, da destra, il direttore si dice d’accordo con un atteggiamento incentrato sul dubbio e sulla laicità. Come Fini, appunto. Dibattito a tutto campo, quindi, senza però cambiare le carte in tavola: senza mettere in bocca parole e idee che non sono mai state pronunciate.

    Sull’immigrazione, ad esempio, Vittorio Feltri polemizza con un Fini “inventato di sana pianta” che vorrebbe le frontiere aperte a ogni tipo di clandestino. In realtà, è l’esatto contrario: proprio per governare con rigore ed efficacia il problema dell’immigrazione, la politica si deve far carico dell’integrazione degli stranieri che lavorano nelle nostre imprese, nelle nostre famiglie, nelle nostre campagne. Sembra un ragionamento incentrato su quel realismo che, come Feltri sa bene, dovrebbe essere uno dei capisaldi di una destra moderna e occidentale. Si può non essere d’accordo, ovviamente, ma l’importante è discutere sul merito senza avviare una partita senza fine a base di slogan propagandistici. Senza urlare ogni volta al tradimento. Ed è proprio nella speranza che l’Italia non decada nuovamente in un clima di odio e barricadero che Fini ha ritenuto opportuno avvertire sui pericoli di una deriva di scontro frontale, che non può far bene a nessuno. Dall’articolo di Feltri, si deduce che il direttore ha interpretato quelle parole come se fossero riferite esclusivamente all’azione del suo Giornale. Eppure, rileggendole – «Fermiamoci, fermatevi, perché se si continua con quello che si è visto negli ultimi due mesi, si imbocca una china pericolosa. C’è il rischio di totale imbarbarimento. Se ogni occasione diventa un pretesto per randellate verbali, querele, killeraggio delle persone, diventa un’ordalia» – si capisce bene che Fini si riferiva a un clima complessivo che sta coinvolgendo la politica italiana da tempo, e non solo al caso Boffo.

    Rimane però un dubbio. Il dubbio è che tutto questo non centri nulla e che la vera domanda, peraltro evocata chiaramente nel titolo dell’articolo, sia: ma cosa vuole Fini? Cosa vuole con le sue posizioni sulla laicità dello Stato, con la sua richiesta di combinare rigore e integrazione nella questione immigrati, con i suoi riferimenti al patriottismo repubblicano? Il dubbio è che sarebbe funzionale a una certa idea della politica e dei rapporti di forza un leader di destra che si “accontenti”, che stia al suo posto, a cuccia, facendo il lavoro di cane da guardia, mentre altri pensano alla politica vera, quella di governo, quella delle decisioni. Il dubbio che assale è che la colpa di Fini sia quella di voler essere “centrale” nel dibattito politico sul futuro d’Italia. Un azzardo imperdonabile. Feltri sostiene che il presidente della Camera vuole ottenere gli applausi della sinistra per fare il presidente della Repubblica. Ma se in realtà, più semplicemente, stesse facendo il “suo mestiere”? La politica, quella vera, quella che cerca di trasformare idee e valori in realtà realizzata. Quella che analizza i problemi e cerca soluzioni. Senza essere succube di ideologie prive di vita e senza inseguire schematismi imposti da altri. Non piace? Peccato. Dà fastidio? Sinceramente, ce ne faremo una ragione.

  5. Feltri è ritornato a sparare a pallettoni, ma questa volta l’invettiva contro Fini rappresenta una sua legittima opinione non supportata da fatti.
    Gianfranco Fini in tutti i sondaggi, non solo quelli di Crespi Ricerche è tra le prime tre posizioni tra i politici che godono di maggior fiducia in Italia. Il suo posizionamento “liberal” che Feltri reputa un tradimento, non si è manifestato adesso, ma si tratta di un lungo percorso personale e politico che dura ormai da tempo.

    L’invettiva del direttore de Il Giornale nasce come reazione, come vendetta alle dichiarazioni del presidente della Camera sul caso Boffo. La mia opinione sul caso la conoscete ed è inutile ripeterla, e aldilà dei toni francamente fastidiosi di Feltri, il suo errore sta nell’analisi politica: oggi il valore supremo che deve produrre un uomo politico è la credibilità che viene prima della notorietà e della visibilità e Fini caparbiamente, ormai da tempo, sta costruendosi un profilo credibile che rappresenta un investimento per il futuro, che non riguarda il Quirinale, è troppo giovane, ma alla successione di Silvio Berlusconi e per competere con i tanti che aspirano a quel ruolo non può che costruire un suo profilo identitario, così come ha fatto, perché il suo posizionamento da “Movimento Sociale” non gli avrebbe consentito di puntare all’elettorato del PDL che per sua natura è eterogeneo e diversificato composto da ex socialisti, ex democristiani e berlusconiani ed è l’unico, a parte Tremonti, che si sta preparando, alla battaglia del dopo Berlusconi.

    Ancor di più, quello che Feltri non può capire è che un partito come il PDL che ha raggiunto quasi il 40% dell’elettorato, per tentare un’ulteriore espansione deve presentarsi con più voci e le differenze devono essere contenute, senza per questo creare confusione o conflittualità.

    La voce a volte divergente di Fini è quella che più di tutte mette in difficoltà il Partito Democratico ed è quella che può garantire un’espansione elettorale in quella direzione. D’altronde il PDL è il partito capace di contenere al suo interno Dalla Vedova e Quagliariello, entrambi ex radicali, ma oggi con posizioni diametralmente opposte, ed è grazie a questo è diventato il country party italiano perché chi la pensa come Fini sui temi dell’etica e dei clandestini, grazie alle sue posizioni non si sente estraneo.

    Il concetto di destra e sinistra appare invece superato e solo Feltri ne sembra vincolato, ma solo strumentalmente per offendere l’avversario di turno. Non mi appassionano i dibatti sull’identità del mandante di Feltri, e ricordo che non stiamo parlando di un mostro di coerenza: si tratta di un signore che ha spronato Di Pietro durante mani pulite, lo ha riempito di insulti, gli ha chiesto scusa, ha lasciato Il Giornale e vi è ritornato coperto di euro, dove sta la coerenza? Oppure possiamo dire quale prezzo ha la coerenza?

    Detto questo c’è una macchia nel passato di Ginfranco Fini che si chiama Francesco Storace. I due hanno molte idee convergenti e se è vero che Fini ha posto il veto su Storace, costringendolo ad una battaglia di testimonianza e impedendogli di svolgere legittimamente il suo ruolo di destra all’interno del PDL, bene sarebbe e aiuterebbe la sua credibilità, che questo veto, venisse rimosso senza indugi e tentennamenti, altrimenti potrebbe si pesare che la “teoria della forza inclusiva delle voci divergenti “ valga solo per Fini e così non è. Il veto verso una voce diversa è un atto di viltà che chi si candida ad essere una guida politica del Paese non si può permettere.

    di luigi crespi

  6. Margareth Mazzantini vincitrice del Campiello 2009 con “Venuto al mondo”
    Il coraggio di scrivere
    per la gente normale
    di Rosalinda Cappello

    Per lei scrivere è «un tirarsi via dalla vita per raccontare la vita». E forse è proprio questo che la gente cerca nei suoi libri. La vita, storie in cui riconoscere una parte di sé, attraverso le quali emozionarsi. Storie anche non facili, drammatiche, che fanno soffrire, che raccontano temi difficili ma, come lei stessa dice, che scaldano il cuore. Lei è Margareth Mazzantini, ultima vincitrice del Premio Campiello, assegnato sabato scorso a Venezia. Una vittoria netta, con 129 voti su 285. E dire che della cinquina arrivata in finale il suo libro è stato scelto per ultimo, dopo un florilegio di discussioni e polemiche. Alla fine l’hanno scelta. L’hanno votata, una giuria tecnica e una giuria popolare di 300 persone. Proprio quelle persone alle quali la scrittrice si rivolge, senza altezzosi intellettualismi o snobismi. Non ne ha bisogno. La forza della sua scrittura e le sue storie riescono ad arrivare al cuore del lettore, come un pugno nello stomaco, con delle emozioni e sensazioni che rimangono, e a lungo, perché sanno toccare le corde più nascoste.

    Era avvenuto nel 2001 con Non ti muovere – il romanzo vincitore del Premio Strega con cui aveva venduto un milione e mezzo di copie e da cui il marito, Sergio Castellitto, ha ricavato un film intenso, un successo internazionale – ed è avvenuto anche ora con Venuto al mondo. Una scrittrice coraggiosa, che si rivolge alla «piccola gente che ogni giorno prende l’autobus e va al lavoro», proponendo non storie facili e scontate ma intense, drammatiche, che fanno riflettere, perché le “persone normali”, quelle che magari «non hanno troppo tempo per la lettura e devono strapparlo alla loro attività» leggono e amano leggere «anche i bei libri».

    Bei libri come quello pubblicato quasi un anno fa, che era «partito come un diesel» ma poi «è scattato il passaparola». Il lettore ne ha decretato il successo, con 370mila copie vendute finora, fino all’importante riconoscimento di sabato. Più di 500 pagine dove la scrittrice ha il coraggio di affrontare temi sicuramente non da letteratura di evasione. Quella narrata è la storia di un tremendo dopoguerra, quello della Sarajevo appena uscita dalla tragedia della guerra civile jugoslava. Una guerra che si incrocia con la battaglia personale di una donna che vuole essere madre, a tutti i costi, e per esserlo ricorre all’utero in affitto. Una storia di morte e di vita che si intrecciano, in una città dilaniata. Una storia d’amore e sofferenza quella di Gemma che si lascia alle spalle una vita ordinaria e, con suo figlio Pietro, un ragazzo di sedici anni, va a Sarajevo dove l’aspetta Gojko, poeta bosniaco, amore mancato, che ai tempi festosi delle Olimpiadi invernali del 1984 l’aveva portata verso l’amore della sua vita, Diego, il fotografo di pozzanghere.

    Il racconto inizia a Sarajevo e finisce a Sarajevo, in una parabola che va dalle Olimpiadi invernali del 1984, quando incontrerà due degli uomini della sua vita, e che ritroverà durante il terribile assedio del 1992. È il cammino di un uomo e di una donna verso un figlio che non vuole arrivare, un viaggio di iniziazione alla paternità e alla maternità che diventa la metafora della guerra.

    Una guerra fratricida come quella di Sarajevo che entrava tutti i giorni nelle nostre case con le immagini dei Tg, magari davanti a un piatto di spaghetti. Un sovrapporsi di orrore e quotidianità che hanno spinto la scrittrice a realizzare un libro coraggioso, che richiama un dramma ormai dimenticato. E lei stessa, madre normale di quattro figli da introdurre alla vita, si definisce una persona coraggiosa, perché per lei scrivere è come scendere in miniera. Altro che salotti letterari sofisticati.

  7. Otto settembre

    Di Gabriele Adinolfi

    10/09/2009

    quelli che hanno sempre pronta una via d’uscita per cambiare campo
    quelli che ma chi te lo fa fare
    quelli che tengo famiglia
    quelli che ma non cresci mai
    quelli che scaricano i vinti e i Caduti perché non costa niente ed è vantaggioso
    quelli che attribuiscono ai vinti e ai Caduti battaglie, idee o visioni del mondo che non appartennero loro ma che conviene contrabbandare così
    quelli che i Reduci in fin dei conti sono vecchietti cui dare il contentino ma non ci rompano le scatole con l’orgoglio e la dignità
    quelli che tutto bene ma fino al ‘38
    quelli che si è sbagliato a entrare in guerra
    quelli che si è sbagliato a entrare in guerra dalla “parte sbagliata”
    quelli che bisognava trattare con gli angloamericani
    quelli che si guarda a ciò che il prete dice e non a ciò che il prete fa
    quelli che parlano regolarmente male degli altri, tanto i loro propri difetti sono veniali e perdonati in partenza: perché sono io che diamine!
    quelli che a che serve essere duri e puri
    quelli che essere duri e puri significa far politica per se stessi, per la vanità e i rimborsi elettorali
    quelli che ogni cosa va bene purchè comandi io
    quelli che ogni cosa va bene purchè chi comanda mi trovi un posto
    quelli che dicono cose vergognose senza nemmeno arrossire
    quelli che ti dicono cose vergognose senza preoccuparsi dell’imbarazzo in cui ti mettono quando parlano con te che non vuoi infierire
    quelli che i valori sono importanti ma non parliamo ora di princìpi
    quelli che i valori sono importanti ma non in questo caso
    quelli che i valori sono importanti ma le cose ora non stanno così
    quelli che va bene l’onore ma la parola non la mantengono mai
    quelli che la fedeltà è la base di tutto; poco importa a chi
    quelli che sono fedeli sempre ma cambiano il dio, il capo, il pensiero, gli amici, il gruppo, il perché
    quelli che sono fedelissimi. A se stessi
    quelli che far finta di niente è sempre meglio che essere inflessibili
    quelli che quando proprio non riescono a far finta di niente dicono quello che gli si chiede di dire
    quelli che chiedono sempre perdono
    quelli che, infaticabili nel chiedere perdono, lo domandano pure per gli altri senza averli interpellati
    quelli che non si poteva fare altrimenti
    quelli che i tempi sono cambiati
    quelli che hanno il bisogno fisico di piacere agli interlocutori
    quelli che hanno il bisogno morboso di piacere agli intellettuali
    quelli che hanno il bisogno morboso di piacere alle comunità che contano
    quelli che non possono vivere senza riconoscimenti
    quelli che avevamo sbagliato tutto
    quelli che moriranno senza essersi mai alzati in piedi.

    A tutti gli altri gli auguri li faremo un altro giorno. Forse non sono tantissimi, ma per questo non ci strapperemo i capelli.

    lamoscabianca.eu

  8. 8 settembre 1943? ANCH’IO VOGLIO DIRE LA MIA

    Breve storia di uno “sporchissimo affare”

    Di Filippo Giannini

    Leggo e trascrivo: .

    La cerimonia si sarebbe svolta a Porta San Paolo a Roma dove, dicono, avrebbe avuto inizio la Resistenza. Infatti in quel luogo le truppe italiane, al comando del Generale Solinas, si opposero a quelle germaniche il 9 e il 10 settembre 1943. Fra le tante omissioni, falsificazioni, strane dimenticanze, il Presidente Napolitano non ha ricordato che dopo i combattimenti il Generale Solinas e la maggior parte dei suoi Granatieri, chiesero e ottennero di continuare a combattere, a fianco dei naturali alleati, i tedeschi, contro i veri invasori, gli angloamericani.

    Certe quisquilie si possono dimenticare…

    Non voglio in questa sede ricordare l’illegittimità del Governo Badoglio, le menzogne raccontate ai nostri alleati (i tedeschi), né la fuga del governo, del Re e dello Stato Maggiore, né la vergogna della consegna della nostra Flotta ai nemici (gli angloamericani), caso unico nella storia mondiale. Non voglio ricordare quanta falsità è contenuta nell’asserzione di Giorgio Napolitano circa il “ridare libertà, indipendenza e dignità” al nostro Paese. Infatti, anche dopo ben sessantasei anni dalla firma della capitolazione, l’Italia soggiace tuttora ai diktat contenuti nell’Armistizio Corto, nell’Armistizio Lungo, nel Trattato di Pace firmato a Parigi nel 1947. Ben comprendo che molti giovani (e non solo loro) non capiranno a cosa mi riferisco, ma è sufficiente ricordare che molte clausole di quanto indicato, sono tuttora segregate, tanto i Liberatori sono stati spietati nei nostri confronti. La “resa militare senza condizioni” fu imposta dagli Angeli del Bene: Franklin D. Roosevelt e Winston Churchill. Una resa mai pretesa nei secoli passati, in questi termini, ad un Paese sconfitto militarmente.

    Ed io, Filippo Giannini, dovrei festeggiare questo “crooked deal” (sporco affare, così fu battezzata la resa italiana dell’8 settembre 1943 dal generale americano Dwigt Eisenhower)? Il sottoscritto MAI parteciperà a questa ignominia.

    Da questa situazione disonorevole ci fu chi soffrì più di ogni altro. Per esempio (ma ci furono tanti casi simili) il Comandante Carlo Fecia di Cossato, ex Comandante del sommergibile Tazzoli, il migliore fra i sommergibilisti oceanici, che poteva vantare bem 86.485 tonnellate di naviglio angloamericano affondato.

    Capisco che ricordando la figura di Carlo Fecia di Cossato, farò un dispettuccio al presidente Napolitano, ma egli è forte e reggerà all’urto.

    Carlo Fecia di Cossato, rientrato in Italia dalla sede dei sommergibilisti italiani di Bordeaux, ebbe il comando dell’Aliseo che fu, a seguito delle condizioni della capitolazione, costretto a condurre, con i segnali della resa, nei porti inglesi. Da questo trauma Fecia di Cossato non si riprese più; non poté dimenticare che gli inglesi per sottolineare ancor più lo scherno, avevano imposto alla ancora poderosa Flotta italiana l’oltraggio di seguire una piccola corvetta greca che faceva da battistrada alle navi italiane che entravano nel porto, mentre gli equipaggi inglesi, dalle loro tolde, indirizzavano ai nostri marinai motti di disprezzo e di derisione. Mai, prima di allora, a nessuna marina del mondo era stata inflitta una umiliazione simile.

    Il Capitano di fregata Carlo Fecia di Cossato, Medaglia d’Oro per le imprese compiute, il 27 agosto 1944 scrisse alla madre una lettera che è ben nota in certi ambienti, ma ben celata dalla storiografia ufficiale. Ecco il testo:

    .

    Al termine della lettera Carlo Fecia di Cossato si uccise con un colpo di pistola.

    C’è un signore, molto vicino al Presidente Napoletano che mi scrive avvertendomi che lui canta “Bella ciao, ciao, ciao”. E tu, amico lettore, con chi ti riconosci? Con Napolitano e compagno o con Carlo Fecia di Cossato?

  9. Un librio svela l’effetto fumogeno delle “chiacchiere” dei politici
    Dichiarazia: quando la politica
    affoga nelle parole
    di Leonardo Varasano

    Una delle virtù fondamentali del Principe è quella di saper «aggirare e cervelli delli uomini» con l’astuzia: secondo Machiavelli, chi possiede questa capacità è fatalmente destinato a compiere «gran cose». Qui e ora, i tanti attori e caratteristi della politica italiana – senza distinzioni di appartenenze e schieramenti sembrano possedere una peculiarità simile nella formulazione ma antitetica nella sostanza. Chi più chi meno, leader e gregari, ministri e portavoce, parlamentari e consiglieri cercano tutti di aggirare e raggirare i “cervelli”. Ma all’astuzia – facoltà poliedrica e polimorfa – prediligono le parole. O meglio: il fumo verbale che intorbida i fatti, la fuffa, la logomachia, preferibilmente affidata ai media. La libertà di pensiero diventa pensiero in libertà, veicolato attraverso centinaia di dichiarazioni quotidiane alle quali siamo ormai assuefatti. Dichiaro dunque sono. Tutti dichiarano su tutto, pronti a smentire sé stessi nel giro di poche ore: è la “dichiarazia”, una degenerazione tipica del nostro sistema democratico.

    Sguardo languido da imbonitori, sorrisi da spot, faccioni che perforano lo schermo, selve di microfoni, parte mandata a memoria, o quasi: ogni giorno la politica italiana ha la sua vetrina, il suo teatrino; ogni giorno va in scena un repertorio scontato di logorrea insulsa e fastidiosa, frasi fatte e luoghi comuni, banalità e proclami tonitruanti. Di volta in volta, secondo una liturgia consolidata, si alternano molotov verbali ed eufemismi in tripudio, chincaglierie ciarliere e prese di posizione perentorie, attacchi violenti ed equilibrismi.
    Si dichiara ovunque, dai talk-show ai programmi sportivi – scenario privilegiato di battibecchi grotteschi – ma il luogo d’elezione di chi vive in campagna elettorale permanente è il telegiornale. Una recente ricerca ha dimostrato che i tiggì Rai dedicano ben il 35% del tempo alla politica: più del doppio della media europea (16,5%). Fin qui nulla di strano, la passione italiana per le fazioni è nota. Meno noto – ma intuibile – è che oltre la metà di quel 35% è coperto da dichiarazioni di ogni tipo. Affermazioni, repliche, smentite, aggiunte, precisazioni, controrepliche, secondo uno stucchevole, ridondante e continuo dejà vu: la parola insegue instancabilmente la sua eco. Conta lo spettacolo. Conta la capacità di narcotizzare gli elettori con l’abuso delle chiacchiere.

    In preda al divismo e ad una povertà espressiva disarmante – fatta di zeppe stilistiche, di una fraseologia sconclusionata, di un intercalare orribilmente infarcito di avverbi e perifrasi vuote – la politica italiana evita costantemente le “fughe in avanti”, promuove “giri di vite”, ha quasi sempre “piena fiducia nella magistratura”, si guarda intorno a “360 gradi”, ha “comunque” qualcosa “nel Dna”, condanna la “lottizzazione” della tv di Stato e la “demonizzazione dell’avversario”. All’occorrenza ci si rifugia in formule magiche come “sono stato frainteso e/o strumentalizzato” (che di solito va tradotto con “scusate, l’ho sparata davvero grossa” ) o “questa situazione l’abbiamo ereditata” (e l’eredità di cui si parla è sempre sgradita, ancorché utile per non mantenere gli impegni presi). Tanta faciloneria verbale, tanta (cattiva) retorica scrosciante ha conseguenze di non poco conto. Facilita innanzitutto la mistificazione: favorisce i voltafaccia e i voltagabbana. Nel turbinio delle dichiarazioni non si fa più caso al fondamentale principio di non contraddizione. In una deriva drammaticamente comica, c’è chi riesce a dire tutto ed il suo esatto contrario. Per Mario Portanova – autore di Dichiarazia, Bur 2009: una variegata raccolta di dichiarazioni rilasciate dai politici italiani negli ultimi anni -, il “professionista” di quest’arte è Daniele Capezzone; quello stesso Daniele Capezzone che prima di diventare portavoce di Forza Italia (12 maggio 2008) aveva definito Silvio Berlusconi “fascista”, “pugile suonato”, “mago Do Nascimento”. Umberto Bossi, del resto, non fu da meno quando definì l’attuale premier un “corruttore” appartenente alla “gentaglia” ereditata da Craxi e da Gelli (1995).

    Un sottoinsieme speciale di dichiarazioni è quello che contiene le promesse fatte e non mantenute. In quest’ambito, la politica italiana prende Machiavelli alla lettera: l’“io non dico mai quello che credo, né credo mai quel che io dico”, espresso dal fiorentino in una lettera del 1521, trova continua applicazione. La “fede” va tenuta in “poco conto”, l’impegno con gli elettori è, non di rado, mero flatus vocis. Infrangere le promesse, ancorché scolpite nei programmi, è la regola. Cinismo e pragmatismo imperano. Soprattutto a ridosso delle tornate elettorali, i periodi ipotetici della irrealtà diventano progetti fattibili: nelle dichiarazioni si susseguono impegni e buoni propositi, la politica mostra il suo volto onnipotente. Poi fa finta di dimenticare e non mantiene (si pensi, solo per fare un esempio, ai Pacs garantiti dal centrosinistra nel 2005). Il forziere di suggestioni ed illusioni, apertosi ad orologeria, si richiude repentinamente. La politica, insomma, sembra affogare nelle parole (e nelle bugie). Sembra cedere alla sovranità dell’effimero. Sfrondato il ginepraio delle dichiarazioni, svanito l’effetto fumogeno delle chiacchiere, cosa rimane dell’effettivo perseguimento del bonum commune?

  10. ATREJU-09// Diretta Atreju 09

    http://www.atreju.tv/direttavideo.php

  11. Il gesto verso Alemanno è veramente una cosa scandalosa in un paese civile.
    Invito la detsra a non cadere negli errori della sinistra perchè questa è opera di provocatori….ieri si è visto che c’è intesa fra le parti per risolvere il problema dell’omofobia.
    Rigurado la stampa scandalisca SIAMO AL LIMITE…qui si vuole indignare le parti non fargli capire il problema e ragionare verso una soluzione,che non propone nessuno…..

    Il link sotto spiega tutto.
    http://www.iagher.eu/?p=831

    Lisa

    Lisa

    9 set 09 at 18:54

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